Vecchi e nuovi migranti (di Giuliana Bagnoli)

“sono 300, sono arrivati, sono tutti sulla banchina, stanchi affamati, con in mano il – libretto rosso – (che li bolla come analfabeti) o il – foglio giallo – che dà qualche maggiore speranza; ma per tutti c’è ora la quarantena, un’attesa lunga, snervante; e per alcuni – che prima di partire hanno venduto casa e podere, o si sono indebitati per fare il viaggio – non è solo stressante ma è un’attesa angosciante”.

Non è cronaca dei giorni nostri, piuttosto il resoconto  di un cronista che guardava gli sbarchi dei migranti a Ellis Island. Era il 1920, anno in cui, in vista dei nuovi provvedimenti restrittivi, una marea di italiani, e non, si imbarcò sulle prime carrette del mare per “provare” il sogno americano.

Perché è difficile arginare un sogno, è impossibile frenare la fame o la paura alimentata dai conflitti sociali e politici.

Ma al presente, molti sono i limiti che impediscono di affrontare gli eventi con giudizio, solidarietà, organizzazione, collaborazione: la memoria corta, la filosofia del qui ed ora, la difficoltà a progettare il domani.

Gli italiani, che per anni si sono vergognati del loro essere “migranti” perché poveri, ancora con qualche disagio raccontano l’esperienza dei loro connazionali sparsi in tutto il mondo, dalla Terra del fuoco all’Alberta, dall’Africa del “posto al sole” all’Australia delle canne da zucchero, all’Europa delle miniere di carbone, delle fabbriche automobilistiche, del terziario.

Si è disposti a raccontare le storie di successo, a citare i nomi di illustri testimoni dell’italian style, a mostrare le foto delle tavole imbandite di ogni ben di dio, delle automobili parcheggiate davanti casa, dei figli e nipoti ben in carne, segno di conseguito benessere.

Di questa emigrazione si parla volentieri, non dei tanti morti nei cantieri, nel costruire la ferrovia che da Est portava ad Ovest, dei fanciulli abbandonati sui marciapiedi di Boston, soprannominati Arabi di strada, di quelli, orfani o figli illegittimi,  dati in adozione dopo la seconda guerra mondiale alle benestanti famiglie d’America, alcune anche di origine italiana.

Forse per questo la memoria si è fatta corta e non si vedono nei nuovi migranti le stesse  ragioni che un tempo mossero i vecchi migranti.

Una società che misura la vita con il metro del qui ed ora, che cura il proprio orticello e teme tutto ciò che possa turbare il suo mondo; una società che “non vuole problemi” e si sente perennemente “stressata” ha deciso di comportarsi come i vecchi, ai quali è concesso rinunziare a programmare il futuro perché da loro ci si aspetta che, passando il testimone, trasferiscano agli altri tutta la saggezza  che son stati capaci di costruire nel loro tempo passato.

La filosofia del qui ed ora, dell’eterno presente valuta gli altri come nemici, perturbatori dello status quo e, dunque, da tenere lontani o a bada in campi di raccolta.

Gli Stati Uniti d’America, il Canada l’Australia, tanto per citarne alcuni, guardavano avanti, accoglievano e davano una chance , seppur giudicando con severità i risultati.

Una persona, un gruppo, una comunità, uno Stato, un insieme di Stati possono essere miopi o lungimiranti, possono rinchiudersi nella loro torre d’avorio o aprire le porte e capire chi entra, possono pensare di non avere bisogno delle capacità degli altri oppure capire di quante risorse nuove e diverse può godere, solo che voglia progettare il futuro, provare a “condividere” che non è cosa da poco: è per questo che è più facile guardarli in cagnesco, tenerli a bada.      

Gli Stati Uniti d’America, nel 1917, 1921, 1926 fecero capire quale fosse il loro atteggiamento sull’immigrazione, l’Europa si affida alle azioni dei singoli Stati, l’Italia sconta la sua posizione geografica, lì in mezzo al Mediterraneo e il cronista del 1920 potrebbe riproporre il suo pezzo, senza nulla cambiare.

Giuliana Bagnoli Associazione popoli migranti

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