Violenza sulle donne: né Otello né Desdemona (di Paolo Miggiano)

Otello è una tragedia di Shakespeare, scritta intorno al 1600. Tutti conoscono la storia del tradimento di Desdemona e il suo assassinio per mano di Otello. Quello della tragedia di Shakespeare sembra quasi un cliché che ha accompagnato la nostra tradizione culturale nel corso dei secoli. Quasi un luogo comune: una donna che tradisce o che è semplicemente sospettata di tradire, un uomo che, lasciandosi accecare dalla gelosia, uccide la compagna per poi, nella maggior parte dei casi, suicidarsi (mai il contrario).

Persino il sistema giuridico italiano sembra essere stato influenzato da tale cultura di sopraffazione dell’uomo sulla donna che risale a un passato lontano. Una cultura che, in forme diverse, ci ha accompagnati per duemila anni. Infatti, solo nel 1981 è stato abolito il cosiddetto delitto d’onore secondo il quale chi cagionava la morte del coniuge, della figlia o della sorella, scoperta ad avere una relazione carnale, era punito con una pena inferiore a quella a cui soggiaceva colui che commetteva un altro omicidio (art. 587 codice penale: Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella.)

Lungo questo filone culturale, mutuando principi antichi, che si vorrebbe riferibili a precetti divini, in Italia per molto tempo si è consentito, per legge, al maschio che esercitava violenza e stupro su una donna di evitare qualsiasi condanna o punizione se offriva alla donna ed alla sua famiglia la possibilità di un “matrimonio riparatore”. E lo stupratore, affinché potesse fruire del beneficio di legge, doveva inoltre addossarsi tutte le spese della cerimonia nuziale e non poteva pretendere alcuna dote. Anche questa norma è stata abrogata soltanto nel 1981.

Non sappiamo quante siano nel mondo, ma iIn Italia, nel 2011, le donne uccise dagli uomini sono state 137 e nel 2012 la cifra non sarà molto diversa.

Da questi numeri emerge che ogni tre giorni muore una donna. Questo vuol dire che statisticamente domani o dopodomani un’altra donna potrà morire. Donne che ora sono sotto pressione, ma ancora vive. Come possiamo aiutarle? Di queste storie sono ancora in pochi a parlarne ed ancora di meno sono quelli che se ne occupano. E lo Stato non aiuta. Non aiuta perché una legge sul femminicidio ancora non c’è.

Il 25 novembre scorso si è celebrata la Giornata mondiale conto la violenza sulle donne. Una giornata nella quale si sono organizzate numerose manifestazioni che hanno avuto un grande risalto sui mezzi di informazione.

In quella data, per accendere una luce sulle donne violentate e uccise, si è illuminato il Colosseo, si è alzata la voce del Presidente Giorgio Napolitano, per chiedere di tutelare di più le donne. La vice presidente del Consiglio europeo, Gabrielle Battaini, è giunta in Italia per chiedere al Governo italiano di ratificare la Convenzione di Istanbul, varata dal Consiglio d’Europa l’11 maggio del 2011, che fornisce un quadro giuridico completo per la prevenzione e la repressione di queste forme di violenza contro le donne. Ciononostante il massacro delle donne in Italia continua ad essere considerato da esponenti delle Nazioni Unite un crimine tollerato dalle istituzioni per incapacità di prevenire, di proteggere e tutelare la vita delle donne che costrette nel silenzio, vivono le diverse forme di discriminazione e di violenza durante la loro vita.

Già all’indomani di questa giornata – voluta dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, per ricordare le tre sorelle Mirabal, torturate e uccise nel 1961 dagli agenti del servizio di informazione militare del dittatore della Repubblica Dominicana, Rafael Leónidas Trujillo – il problema, posto con grande enfasi ed io credo con una certa ipocrisia, è scomparso dalla discussione. Si è tornati alla cosiddetta normalità, fatta di teatrini della politica, di partite di calcio, di cronaca nera. Certo di donne uccise si tornerà a parlare nei talk show quando un altro fatto di cronaca susciterà nel pubblico spettatore quella morbosa curiosità, tipica dello spettacolo e delle lacrime sbattute in faccia al pubblico in presa diretta. E poi di nuovo il nulla, la solitudine di centinaia di donne sole in balia di uomini violenti.

Passato il 25 novembre, le parole, il linguaggio e la cultura sia dei mezzi di informazione che della stragrande maggioranza della gente, sono rimasti gli stessi, anche quando l’indignazione popolare sembra raggiungere i livelli più alti. A prevalere è la cultura maschilista e forse sarebbe necessario proprio partire dal linguaggio comune, dagli sguardi e dagli ammiccamenti di certi uomini che sono la maggioranza.

Ed a proposito delle parole, possiamo chiamare amore quello che nutrono certi uomini che uccidono perché si sentono rifiutati? Forse non è il caso di incominciare ad insegnare a questi uomini, sin da quando sono bambini, che in fondo in fondo quello che chiamano amore, il più delle volte, è solo un abbaglio, una infatuazione?

Occorre spiegare a questi uomini che la violenza non è un qualcosa che accade per un raptus, per un acting out (espressione dei propri vissuti emotivi conflittuali attraverso l’azione piuttosto che con il linguaggio) ma è una scelta precisa. Si è violenti perché si vuole essere violenti e spesso, molto spesso, si possono prevedere anche gli effetti di un’azione violenta.

Frasi del tipo, “in quello che succede in una coppia gli estranei non devono mai intervenire”, che sembrerebbero frasi coniate per una società degli anni cinquanta, accompagnano, invece, e dettano legge nelle storie di centinaia di donne del nostro tempo. E quante sono le donne che sono sfruttate nella prostituzione? E, soprattutto, quanti sono gli uomini che le cercano?

Sono vittime di uomini che non accettano di essere messi in discussione. Uomini nel cui cervello, per un breve o lungo periodo, pare spegnersi la luce. Una luce che noi possiamo riaccendere. Questa luce la possono riaccendere i partiti, mettendo al centro dei loro programmi la lotta alla violenza contro le donne; la gente comune, smettendo di chiudere gli occhi e le orecchie quando sentono le grida provenienti dall’abitazione vicina; la polizia preparandosi meglio a prevenire e reprimere questo fenomeno; la magistratura a rendere celeri i processi; la scuola, facendo proprio un piano di formazione permanente dei ragazzi e delle ragazze; l’informazione, impegnandosi a far diventare la violenza contro le donne una grande questione nazionale, come è stato per la criminalità organizzata; le istituzioni, favorendo il lavoro dei centri antiviolenza. Intanto il Consiglio dei Ministri, nell’ultimo scorcio di legislatura, ha dato un segnale molto importante, con il via libera al ddl di ratifica della Convenzione di Istanbul, che stabilisce i principi per prevenire e reprimere la violenza contro le donne. Ora dovrà essere il Parlamento ad approvarla. Il problema è se farà in tempo prima che qualcuno gli stacchi la spina. Facciamo diventare un tabù anche solo uno schiaffo. Per stare tutti meglio, le donne, gli uomini e i nostri figli, facciamo in modo che Desdemona non abiti più qui.

Paolo Miggiano (fondazione.polis@regione.campania.it)

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