Visioni di Londra alla vigilia del voto

Le visioni di William Blake alla Tate Britain e le illusioni grandiose di Boris Johnson: Londra, alla vigilia di Natale, è una metropoli divisa in due. Da un lato la forza dell’antica speranza, dall’altra quella della moderna menzogna politica.

Londra: esci dalla grande mostra di William Blake con ancora negli occhi le tavole fiammeggianti dell’artista visionario allineate lungo i silenziosi corridoi della Tate Britain, e subito la grande città ti si avventa contro, annunciata da tuoni in lontananza. In basso, nella bruma pomeridiana, il traffico è incessante, in alto la vetta scheggiata dello shard è appannata dalla nebbia, sul fiume di piombo scivolano in silenzio grandi chiatte annerite.

Non era questo, se non nella costanza secolare della natura, il paesaggio che osservava dalla finestra l’erede del modesto merciaio di Broad street, vissuto tra la rivoluzione industriale e la rivoluzione francese: figlio di un impero scosso tra due epocali faglie storiche, che fornirono all’artista materia incandescente per le sue profezie visionarie, per le sue «celestiali visioni dell’inferno».

Allora tutto era più grigio, tutto era più ruggine e ocra, estraneo a questa leggera, coloratissima, opulenta, sfavillante vigilia natalizia in cui la Gotham City londinese assomiglia a tutte le metropoli gemelle: da Parigi a Madrid, da Berlino a New York. Nulla di nuovo da registrare in questo placido passaggio all’anno venti del terzo millennio. Eppure, in una sorta di congiura del silenzio, quasi sottobanco e di malavoglia, mother Britain si prepara a un nuovo sconvolgimento epocale, allestito e perseguito con inerte costanza da quei politici misuratori, privi di fuoco e di immaginazione, che anche ai suoi tempi William Blake teneva in gran dispetto.

La Brexit – uscita della Gran Bretagna dalla famiglia europea – la trovi solo sui giornali, spesso nemmeno sulle prime pagine. Tutto sembra già scritto e tutto deciso all’insegna della rassegnazione. Anche le imminenti elezioni (oh, le elezioni!) hanno già un vincitore annunciato. La chioma gialla di Boris Johnson svetta in tutti i sondaggi elettorali, con un vantaggio incolmabile sui laburisti del mesto Jeremy Corbyn.

Oggi, vigilia di Natale, è il momento delle promesse, e nessuno dei contendenti si tira indietro. Boris è come al solito immaginifico, più delle cifre conta una grezza visione: «È giunto il momento di liberare il potenziale della nostra intera nazione e forgiare una nuova Britain». Il suo avversario appare invece rassegnato. I laburisti hanno forgiato un ponderoso manifesto elettorale che anche nella terminologia appartiene al vecchio armamentario del socialismo novecentesco. Una spesa stratosferica di 83 miliardi di sterline per riforme radicali, giustizia sociale, nazionalizzazioni. Il gigantesco libro dei sogni «promette tutto a tutti», combatte contro mille mulini a vento, ma di fronte alla domanda cruciale sull’uscita del Paese dall’Europa evita di rispondere e parla d’altro.

Troppo facile previsione: ancora pochi giorni, e anche Corbyn si aggiungerà a tanti suoi predecessori nel museo delle cere dei perdenti di successo. Al contrario, BoJo – l’ex giornalista bugiardo, l’ex sindaco presenzialista, il politico egolatra – si sarà guadagnato un vigoroso lasciapassare politico e forse un assegno in bianco per continuare a far danni alla grande ammalata d’Europa.

Ma oggi, in questi giorni sfavillanti che preparano il Natale, Londra è sinonimo di spensierata opulenza. Cristina viene dalla provincia di Siena, studia all’università e lavora in un thrift shop di Notting Hill, Marco e Lorenzo vendono piccoli oggetti di artigianato nello spiazzo di fronte al British Museum, Antonia sgomita tra i banchi illuminati di Covent Garden. Proprio nel cuore della City, nel ristorante Itsu – dove si gustano bollenti zuppe orientali – tutti i camerieri sono giovani e italiani, Alessandro è architetto e vive con la nuovissima famiglia in un piccolo appartamento di Greenwich. Sono gentili, parlano volentieri, raccontano volentieri. Che dire? Puoi trascorrere una giornata a Londra parlando solo italiano, come succede con lo spagnolo a Manhattan.

Oggi vivono in Gran Bretagna 700mila italiani, più di 150mila nella sola capitale. In gran parte giovani, informati, determinati, sanno bene che nel manifesto del partito conservatore c’è una nuova tassa di 625 sterline che dovrà essere pagata da tutti gli immigrati, senza distinzione di provenienza, Europa o non Europa. Sanno bene che con la Brexit immaginata da Johnson ai varchi degli aeroporti sarà necessario mostrare il passaporto e il visto di ingresso, sanno bene che da domani la loro quotidianità sarà più complicata in ogni senso.  Preoccupati? Quanto basta, certo. Ma la vita vera, per loro, è l’altra: non le scartoffie burocratiche, ma la grande avventura nella grande città, la scoperta del mondo, l’apprendistato della gioventù, l’entusiasmo degli anni.

Visto da qui, dall’alto delle speranze e dal coraggio dei giovani europei, la sagoma pingue di BoJo più che una minaccia è piuttosto (si può citare il vecchio Mao?) una ringhiosa tigre di carta. E tra Boris Johnson e William Blake – tra il politico alla moda e l’eccentrico sognatore – questi immigrati di nuovissima generazione sceglierebbero certamente il poeta esoterico, il pittore di scintille fuggiasche e grandiose esplosioni.

Ancora lungo i silenziosi corridoi della Tate: l’ultima tavola –illuminata da una luce discreta – è la famosissima The ancient of days, il vecchio canuto che dall’alto del sole con gesto maestoso misura la terra e l’umanità con il compasso di una scienza esatta e senza scampo. Ecco un manifesto al contrario: il dio Urizen è la forza che il poeta rifiuta: l’idea che ogni cosa possa essere investigata, misurata, ridotta a categoria, senza lasciare spazio all’emozione, alla passione e all’ immaginazione.

Blake è invece radicale all’opposto, in rivolta contro una società repressiva e contro il riduzionismo materialistico. Difende, sempre e comunque, l’idea di libertà: l’indipendenza delle colonie americane, la rivoluzione francese, l’emancipazione sessuale e femminile. «Le prigioni si costruiscono con le pietre della legge, i bordelli con i mattoni della religione». L’imperativo che deriva da queste convinzioni eccentriche è assoluto: «Devo creare un sistema o essere schiavizzato dal sistema di altri. Non mi interessa ragionare e comparare: il mio compito è creare».

Oggi che si spacciano a tanto il chilo allegre profezie sull’ Europa e sui singoli Stati nazionali, vale al contrario la visione pessimistica e indomita espressa da William Blake nel suo ciclo Europa, a prophecy.  Inattuale, senza dubbio. Ma esci in strada, due secoli dopo, e senti l’energia di questa società di ferro e fuoco che impone il suo ordine senza scampo, il determinismo materialistico fissato una volta per tutte dalle tenaglie inesorabili della merce e della forza. In alto, nascosto dalle nuvole londinesi, il compasso di Urizen misura implacabile l’esistenza  del nostro mondo e il battito della vita di tutti noi.

Flavio Fusi tratto da www.succedeoggi.it

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