Armi a Kiev! Non c’è resistenza possibile senza armi

Sul fronte russo-ucraino si è giunti ad uno stallo. All’Ucraina mancano munizioni, armi, tecnici in grado di usarle. Tanto più che, nonostante le pesanti perdite subite – pagate peraltro in gran parte dalle popolazioni non russe della Federazione Russa e dalle zone rurali della Russia stessa – il gruppo dirigente del Cremlino non si fa scrupoli di continuare a mandare propri soldati a morire in attacchi frontali. Putin ed i suoi usano senza problemi armi, e munizioni della Corea del nord e dell’Iran, e arruolano mercenari, riescono ad aggirare in parte le sanzioni tramite triangolazioni con paesi terzi, e  possono contare su una vasta mobilitazione, che pesca essenzialmente nelle aree rurali e più povere del proprio territorio, e su una conversione di gran parte dell’economia in economia di guerra, puntando semmai ad avere il consenso delle maggiori aree urbane, concentrate pressoché tutte nella parte europea, esentate dalla mobilitazione e il cui tenore di vita il regime fa di tutto per salvaguardare. L’incertezza americana è devastante sia per la concretezza del sostegno sia dal punto di vista del morale. In più, Putin e i suoi agitano continuamente la minaccia nucleare puntando a terrorizzarci e cercando di paralizzarci. La differenza tra Putin e i governi europei è che per Putin l’Ucraina può essere solo il trionfo o la rovina, non c’è una terra di mezzo. È questo il punto debole e fumoso di ogni discorso sulla trattativa che, per Putin, può svolgersi solo alle sue condizioni, perché abbia lo scalpo che desidera, in questo caso dell’Ucraina (altri sono tenuti d’occhio), perché trionfi.

1 – Non c’è un’altra Europa possibile se non quella che si adopera adesso per opporsi all’autoritarismo e all’aggressività imperialista di Putin. È questa la sottile linea rossa politica. Procedere in ordine sparso ci rigetta verso i micronazionalismi, che significano non una maggiore sicurezza nazionale ma, al contrario, un suo infragilimento. In un mondo così connesso e intrecciato – per economia, per politica, per comunicazioni – non c’è posto per un’Italietta.

2 – L’alternativa non è tra bandiera bianca e escalation militare fino al conflitto nucleare: l’alternativa è tra la rinuncia a una politica europea (magari in nome di ideali ultramondani) e la decisione di mostrare che un’Europa c’è. Accondiscendere alle voglie di un dominio imperiale non garantisce nulla e non ci mette al riparo da nulla. È proprio sulle divisioni e sui diversi interessi europei che Putin ha sempre giocato: per Putin l’Europa è una mera “espressione geografica”. Non c’è alcuna salvezza nel curare i propri interessi nazionali se non dentro una cornice europea. Abbiamo imparato durante il terribile contagio del Covid e poi il varo del PNRR, della messa in comune del debito, che è possibile unire l’Europa; è un percorso, un processo, certamente, irto di difficoltà, ma da perseguire.

3 – L’Ucraina non è il migliore dei mondi possibili: corruzione, oligarchie dominanti, scarsi diritti del lavoro, nazionalismo rampante. La guerra ha solo aggravato, con la distruzione estesa e con la sua obbligata rigidità per resistere all’aggressione, una situazione di democrazia nascente e di conseguenza fragile ed esposta a contraccolpi. Noi non dobbiamo per forza essere d’accordo con tutte le scelte politiche e istituzionali del governo ucraino, pur scontando che in guerra non è facile mantenere la testa fredda di fronte a ciò che ricorda comunque il nemico, anzi! Ma non è, comunque, il “nostro figlio di puttana”, quello che combatte al posto nostro: la linea di fuga dall’imperialismo russo e l’apertura verso l’Europa sono il “grido di dolore” di lavoratori, professionisti, sindacalisti, donne che cercano diritti e dignità. Abbandonarli al loro destino già scritto non significa solo un cinico voltarsi dall’altra parte, ma rinunciare definitivamente alla costituzione materiale d’Europa: diritti e giustizia sociale. Sarebbe questa la vera vittoria politica di Putin e dei suoi sodali siloviki ben più larga della sua conquista territoriale.

4 – L’attuale gruppo dirigente russo ha portato la guerra nel cuore d’Europa, è questo il suo crimine. Era già accaduto con l’esasperato nazionalismo nella ex-Jugoslavia che, peraltro, non si è mai chetato e anzi è ora ringalluzzito dalla “logica del prepotente”, e probabilmente anche dal suo appoggio ad alcuni dei contendenti, se essa pagherà. E per essere prepotenti non è necessario essere molto grossi, basta essere più grossi del vicino ed avere un’economia esportatrice solo di materie prime assieme ad un apparato militare da superpotenza. O ci si rassegna al ruolo di potenza media, puntando a sviluppare l’economia, o si fa leva sulle armi che si posseggono. È questa la principale differenza tra Cina e Russia: per la prima l’apparato militare è scudo per un’egemonia di carattere economico, per la seconda è l’unica via per recuperare l’antica potenza, zarista prima, staliniana poi. La fine di una concordia, di una tregua europea è sempre stato l’inizio delle guerre europee. Purtroppo, ora è di nuovo possibile.

5 – Il “dilemma ucraino” è questo: non c’è altra soluzione possibile da parte ucraina se non la resistenza e la continuazione della guerra. Nella narrativa putiniana – quella che ha giustificato l’aggressione – l’Ucraina non esiste come terra propria: è stato un errore bolscevico prima e più recentemente luogo di oscure manovre occidentali, per strapparla ai fratelli russi, alla madre patria russa. Non è solo la zona russofila o russofona, la questione; quella è già “assodata”, incorporata com’è stata come territorio russo nella Costituzione, dopo i referendum. È proprio l’esistenza stessa dell’Ucraina, seppure fosse dimezzata, come nazione: un’adesione alla NATO (che non è in programma e mai lo è stata) o un’adesione alla UE, invece fattibile ed in programma, non farebbe che confermare quello che Putin e la sua cerchia dicono da sempre: l’Ucraina, terra russa, è diventata territorio di conquista dell’Occidente. Quali garanzie può offrire il Cremlino di oggi che una qualunque pausa delle armi, una qualunque trattativa non nasconda, domani, una nuova rivendicazione? Nessuna. E quale sovranità nazionale avrebbe un’Ucraina pur dimezzata ma almeno non devastata dalla guerra? Nessuna. Per Putin l’ideale sarebbe un’Ucraina come la Bielorussia, un regime guidato da un altro Lukashenko. Putin rimpiange ancora Janukovyc.

6 – E quale credibilità, quale autorità morale, quale consenso oggi potrebbe avere un governo ucraino che dica al suo popolo: arrendiamoci. Dopo le decine di migliaia di morti, le città distrutte, la rete produttiva e infrastrutturale a pezzi, i milioni di profughi ormai senza casa e senza nulla, le violenze, le torture, gli stupri, le fosse comuni. Tutto questo per nulla? Tutto questo a scambio dei fiumi di denaro che dovrebbero arrivare per ricostruire? E cosa puoi ricostruire se non hai più una comunità con cui farlo? È questo l’altro corno del dilemma ucraino. Tanti si dilettano a ragionare di un dopoguerra felice e radioso a seguito di una inevitabile resa.

7 – Ci teniamo in Europa Orbán e non possiamo tenerci Zelenskij? Viene sempre la tentazione di pensare che avere allargato, allargare l’Europa all’est sia stato e sia un abbaglio, un errore. E non teniamo mai in debito conto quello che hanno significato decenni di dominio imperialista russo su quelle terre, su quelle istituzioni, su quei governi, su quelle culture e lingue. La cortina di ferro ha significato – quella sì – l’Europa a due velocità, dal punto di vista della democrazia, dei diritti civili ed umani, dello stesso benessere delle popolazioni.

8 – Viviamo adesso un tempo di “doppio movimento”, da una parte e dall’altra dell’Europa: la voglia di autoritarismo e il desiderio di maggiore democrazia, sentimenti entrambi che si trovano ovunque, in contraddizione e conflitto, in Russia come in Germania, in Ungheria come in Spagna. È questa la partita politica che si gioca oggi – far crescere l’Europa non è una dinamica quantitativa: un’Europa potenza commerciale c’è già. È l’Europa di più democrazia, più diritti, più giustizia sociale quella a cui pensiamo. La sua trincea avanzata oggi sta in Ucraina, ma le retrovie del conflitto stanno in ogni capitale europea. L’Europa si salva tutta o non se ne salva nulla.

9 – Quelli che chiedono di non mandare armi a Kiev – o fanno la distinzione da dottor Sottile tra le armi di difesa e quelle di offesa – sono come le locuste e le rane delle piaghe d’Egitto. Il pacifismo è un nobile sentimento: il desiderio di una pace universale alberga nel cuore di ogni uomo di buona volontà. Ma è indegno che i fautori di una sottomissione dell’Ucraina all’Orso Russo tanto avversato da Karl Marx si intestino la parola “pace”. In politica – ed è di politica che parliamo – si chiama piuttosto: neutralismo. Il neutrale spiega che ci sono ragioni da una parte e dall’altra nel conflitto, e che quindi non può prendere posizione. La sua “pace” è un suo chiamarsene fuori. Di fatto, il neutrale non ha una proposta pratica di composizione: la “trattativa” che viene evocata serve solo a disarmare la resistenza. A disarmare la democrazia d’Europa. Oggettivamente – come dicevano una volta i comunisti, magari trinariciuti ma che ogni tanto ci pigliavano – è l’argomentazione più filoputiniana che possa esserci.

10 – La guerra di Putin e dei siloviki, come ogni guerra nazionalista, è anche per il consenso interno: la Russia assediata dai nemici, restituire alla Grande patria il suo ruolo di potenza nel mondo, la missione di educazione, salvezza e raddrizzamento di un mondo corrotto e debosciato al contrario di quello slavo specchiato e virile. È una narrazione che può trovare larga compartecipazione. Ha sempre un vantaggio: che i russi non vivono, se non marginalmente e nelle aree più vicine al fronte, la guerra sul proprio territorio. Questa da sempre è la vera incrinatura tra entusiasmo bellico del popolo e incitamento dei regimi. Per questo la repressione interna non può che essere sempre più dura e criminale: guerra all’esterno e violenza all’interno vanno a braccetto. Chi protesta contro la guerra – ed è contro la guerra di Putin che si coagula tutto il dissenso – è un-russian, proprio come si era un-american durante il maccartismo negli Stati uniti. Il coraggio di chi protesta contro l’autoritarismo del regime di Putin – sapendo esattamente a cosa va incontro – dovrebbe essere l’esempio più alto e più nobile per chi crede nella democrazia. Nelle lotte sociali che fanno la democrazia. In Russia, sì, la diserzione dalla guerra di Putin acquista potenza politica di trasformazione.

Armi a Kiev! Non c’è resistenza possibile senza armi, non ci si può opporre ad una occupazione straniera con le prediche ai passeri e il buon cuore. Ma non lo chiediamo qui ai governi europei. Lo chiediamo all’associazionismo, lo chiediamo direttamente ai cittadini: costruiamo una catena di solidarietà per mandare armi alla resistenza ucraina, alle donne, ai sindacalisti, agli operai, ai professionisti che oggi lottano in trincea, si battono casa per casa, e avere un drone può significare salvare la propria vita. I discorsi sulla “comune difesa europea” hanno tempi lunghi; evocare schieramenti di truppe europee sul campo, altrettanto. Mentre qui si disegnano scenari – lì si combatte giorno per giorno. E sempre con maggiore difficoltà. Servono soldi, servono fondi. Soldi, fondi che possono e devono andare direttamente a quelli che resistono.

È questa l’Europa che pensiamo – la rete di resistenza dei movimenti europei di giustizia sociale.

Lanfranco Caminiti, Chicco Galmozzi, Brunello Mantelli

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