Come andrà con il PNRR? La profezia di Marco Ruffolo

Piano piano la fascinazione dei 248 miliardi svanirà e lascerà il posto ad una generica aspettativa che si spendano i soldi e che soddisfino i desideri di tutti che, ovviamente, ognuno valuterà dal suo punto di vista. L’attesa per il PNRR è grande, ma scarsa la consapevolezza tra gli italiani di cosa possa significare veramente. Se si vuole rimanere ad un primo livello di percezione, abbastanza rozzo, si intravede l’immagine del bastone e della carota. Se realizzerete i progetti così come li avete scritti avrete i soldi (a rate). Sennò non li avrete e resterete in balia del discredito per non essere nemmeno riusciti ad utilizzare i regali che vi stiamo facendo.

Se si vuole capire di più della sfida nella quale ci siamo messi bisogna approfondire e capire la sostanza dei problemi e degli ostacoli che sono di fronte all’Italia. La lettura del PNRR non aiuta. Se ci si mette nei panni degli italiani più che un documento di analisi per addetti ai lavori ci vorrebbe qualcosa in grado di mettere a disposizione quegli elementi di valutazione che spesso sfuggono nel flusso di polemiche e di informazioni ridondanti che li investe tutti i giorni. Ecco, ci vorrebbe un racconto a metà tra l’apologo e la profezia che informi senza pedanteria e che induca alla riflessione senza alcuna seriosità. Ci vorrebbe e c’è. Lo ha scritto Marco Ruffolo. “L’angelo sterminatore” (Laterza, 2021) è un volumetto agile che si legge velocemente e ci spiega come funzionano i meccanismi che muovono lo Stato con stile accattivante, con citazioni di esempi reali e che formula alcune audaci ed estremamente innovative proposte di rimessa in funzione dell’Italia. Per restare nell’ambito del racconto l’autore sposta avanti il calendario di un anno.

Siamo nella primavera del 2022, il PNRR è stato avviato, i primi finanziamenti sono arrivati, ma l’Italia non riesce a spenderli. Il debito pubblico è salito al 170% del Pil. Il Presidente del Consiglio (chi sarà mai?) convoca i giornalisti per una conferenza stampa di primo mattino. È solo. Inizia a parlare e lo farà per due intere giornate. La prima è dedicata alla Grande Diagnosi; la seconda al Grande Progetto. Il racconto prosegue e si chiude con l’Epilogo nel quale apologo e profezia si fondono in una drammatica crisi.

La Grande Diagnosi parte con una dura requisitoria del Premier: “Possiamo fare leggi su leggi, decreti su decreti, ma giriamo a vuoto, come criceti nelle ruote di una gabbietta”. E ancora: “Dite agli italiani che siamo bloccati non per la resistenza di qualcuno o di qualcosa, ma perché (…) lo Stato ha smesso di funzionare e in molti campi non ha mai cominciato a farlo (…) E’ come se una specie di angelo sterminatore impedisse ai programmi governativi, alle leggi, alle opere pubbliche di uscire dalla porta della politica e di diffondersi nella società”. Di qui prende l’avvio una disamina puntuale che coglie i lati oscuri e le fragilità del “modello italiano”. Dai controlli preventivi, ai concorsi pubblici, all’intreccio di poteri e funzioni in conflitto tra loro niente è dimenticato tra ciò che è meno presente nella consapevolezza degli italiani o che viene subìto come se fosse una legge di natura.

Il racconto si dipana tra le reazioni dei giornalisti che non sanno come informare l’opinione pubblica su una conferenza stampa così irrituale e la narrazione di un Presidente del Consiglio incalzante ed accorato che continua inesorabile a parlare.

Nella seconda parte dedicata al Grande Progetto sono delineate proposte in grado di stupire più di un lettore. Basta elencare i titoli di alcuni capitoli per constatarlo: “Leggi-obiettivo e più potere ai burocrati”, “Non ci vorrà più una legge ad hoc per agire”, “ Leggi da abrogare e pochi testi unici”, “Fine dei controlli preventivi”, “Addio cultura del sospetto”, “”Prima la selezione (delle aziende per i lavori pubblici ndr), poi la rotazione”, “Concorsi mirati e fabbisogni veri”, “Dirigenti: via ruoli e spoils system”, “Giudizi (sui dipendenti pubblici ndr) non più contrattabili”, “Metodi imprenditoriali, obiettivi pubblici”, “Stop ai potentati regionali”.

Si tratta di una riorganizzazione rivoluzionaria delle istituzioni e degli apparati pubblici. Pochi ministeri che indirizzeranno le politiche pubbliche. Agenzie incaricate di attuarle. Il Senato che diventa il grande controllore dell’esecutivo e delle attività degli enti territoriali. Vengono abolite regioni e province e creati i Distretti ai quali spetta la rappresentanza territoriale con competenze legislative non più concorrenti con quelle dello Stato. Via anche le regioni a statuto speciale ovviamente.

Il quadro complessivo della “grande riforma” presentata dal Premier immaginato da Marco Ruffolo si condensa in 15 punti finali: niente più leggi/provvedimento, silenzio/assenso per l’abrogazione delle leggi desuete, eliminazione dei controlli formali preventivi, soppressione degli adempimenti preventivi imposti dall’Anac, danno erariale solo per dolo, via il reato di abuso d’ufficio, stop al blocco degli appalti deciso dai giudici amministrativi, selezione preventiva delle aziende per gli appalti pubblici, concorsi pubblici ogni anno, parità di trattamento dei dirigenti pubblici, valutazione dei risultati amministrativi senza coinvolgimento dei sindacati, legge di bilancio di cassa, agenzie governative attueranno l’azione amministrativa, i distretti dovranno applicare nel territorio le direttive delle Agenzie, le aziende locali che gestiscono monopoli naturali diverranno enti pubblici economici.

Il libro si chiude con un Epilogo che è abbastanza prevedibile. Tutti gli interessi toccati dal Piano esposto dal Premier si coalizzano e così pure i partiti, di maggioranza e di opposizione, per porre fine alla vita del governo e andare a nuove elezioni. Manifestazioni, appelli e tutto il vasto campionario delle proteste che riescono ad emergere nel nostro Paese quando si tratta di attuare cambiamenti sostanziali che vadano oltre la consueta spartizione di oneri e benefici (di solito a debito). E così “scansata l’ardua impresa di rifondare lo Stato italiano, la politica poteva tornare alla suadente affabilità delle sue trame e al galateo delle sue procedure”. Tutto prevedibile fino al colpo di scena finale la cui scoperta è bene lasciare al lettore

Claudio Lombardi

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