Come avvicinare le due anime della sinistra/1

(di Marco Ruffolo)

C’è chi lo dà per morto o moribondo, come cinque anni fa. Chi dice che non è mai nato. Chi si augura il suo scioglimento, chi lo accusa di non rappresentare più i lavoratori e i poveri ma solo un establishment di privilegiati, di non essere più di sinistra, di essersi trasformato in un arcipelago di consorterie e padrinati da chiudere il prima possibile. C’è anche chi, non volendo salire su questa giostra sfrenata di istigazioni al suicidio o di sprezzanti necrologie, si lancia in appassionati consigli comportamentali: sorrida di più, sia più ironico, usi un lessico diverso e così via. Quali che siano le conclusioni di questo affollato corso di “Lezioni al Pd”, in tutte o quasi scatta una specie di rimozione, in tutte o quasi si fa finta di non vedere quel che veramente impedisce non solo al Pd ma più in generale a tutto il centrosinistra di candidarsi a maggioranza di questo paese.

Dietro l’infinita girandola di scontri sanguinosi, di odi e rancori mai sopiti, di tradimenti in extremis, di sconsiderate scissioni, non ci sono solo i calcoli egoistici di questa o di quella corrente, di questo o di quel personaggio. C’è un problema molto più serio e non più eludibile che trascende lo stesso Pd: la compresenza nel variegato  schieramento che si oppone alla destra di due anime che nessuno finora è riuscito a rendere programmaticamente compatibili tra loro: una radicale, l’altra liberale. La linea di separazione tra le due emerge non appena si cerca di riempire di concretezza gli impegni tradizionali della sinistra, quali il lavoro da rendere meno povero e precario, i redditi da distribuire in modo più equo, gli investimenti pubblici da attivare, la riconversione ambientale da accelerare, la scuola da rilanciare, la sanità pubblica da rafforzare, e così via. Quando tutti questi impegni cominciano a richiedere soluzioni concrete, ci si divide. E lo si fa in modo così feroce da impedire qualsiasi tentativo di ricucitura. L’anima radicale viene accusata di riesumare uno statalismo assistenziale e populista venato di abbondanti nostalgie comuniste. L’anima liberale è indicata invece con il marchio infame del neoliberismo finanziario, che spazza via ogni anelito di giustizia sociale in nome dell’efficientismo privatistico. In questo scambio di anatemi affondano le speranze del centrosinistra di governare il paese.

L’anatema lanciato contro l’anima liberale raggiunge il culmine con la rivolta contro Renzi e il suo governo. Quel Pd, visto come una colonia del movimento neoliberista, avrebbe perso la capacità di rappresentare i lavoratori, i poveri, i disoccupati, ossia le fasce deboli della popolazione: inevitabile conseguenza del tradimento degli ideali della sinistra. Per la verità, la medesima accusa continua ad essere rivolta al Pd anche oggi che non c’è più Renzi. Insomma, il Partito democratico resta inesorabilmente sul banco degli imputati con l’accusa di aver perso il suo dna di partito di sinistra. Proviamo a indicare i peccati originali di questa presunta perdita di identità. Se ne possono contare almeno una decina: 1) ha introdotto il Jobs Act; 2) ha cercato di legare il salario alla produttività e quindi di favorire i contratti aziendali rispetto a quelli collettivi; 3) ha messo in discussione il Reddito di cittadinanza; 4) ha condiviso la legge Fornero sulle pensioni; 5) ha approvato in Parlamento la riforma costituzionale Renzi-Boschi; 6) ha introdotto il sistema di valutazione del merito nella pubblica amministrazione; 7) non ha mai avuto il coraggio di introdurre una patrimoniale sui più ricchi; 8) è pronto a costruire infrastrutture invasive che non si reggono sull’economia circolare e sulle fonti rinnovabili; 9) ha tentato di limitare il flusso di immigrati tramite accordi con le autorità libiche; 10) ha dato il suo benestare agli aiuti militari per l’Ucraina. Non resta che esaminare, uno dopo l’altro, questi dieci peccati originali, questi dieci reati di tradimento, e scoprire se reggono veramente alla prova dei fatti.

(primo di tre articoli)

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