Come avvicinare le due anime della sinistra/2

(di Marco Ruffolo) 

Il Jobs Act.

Secondo la principale critica della sinistra radicale al Jobs Act, scattata ancora prima che esso si trasformasse in legge, cambiare l’articolo 18 (con l’indennità al posto del reintegro al lavoro nelle aziende con più di 15 dipendenti) avrebbe prodotto una catastrofica ondata di licenziamenti e un aumento immediato  della precarietà. Dopo l’entrata in vigore del Jobs Act, i licenziamenti individuali non sono affatto cresciuti; i nuovi contratti di lavoro a tempo indeterminato e a tutele crescenti, previsti dalla legge, si sono moltiplicati; i contratti a termine, aumentati sicuramente più degli altri, hanno ottenuto le necessarie garanzie assicurative, mentre sono stati banditi i cocopro e i cococo, totalmente precari. Tutto questo, però, non scalfisce la granitica certezza della sinistra radicale che il Jobs Act sia stato e continui ad essere una vera iattura per i lavoratori italiani. Il che – attenzione – non significa affatto che non esistano ancora, e purtroppo in abbondanza, contratti di grandissima precarietà, non significa che non esistano lavori in nero. Ma certamente non è stato il Jobs Act a produrre gli uni e gli altri. 

Il salario legato alla produttività.

Con quale logica “essere di sinistra” significa opporsi al legame tra salari e produttività, che consente di aumentare i primi al crescere della seconda, e ciò per il timore (infondato) che così verrebbero depotenziati i contratti collettivi di lavoro a vantaggio di quelli aziendali? Come si può pensare, in alternativa, che i salari possano aumentare solo introducendo una legge sul salario minimo, senz’altro necessaria per combattere le distorsioni contrattuali più gravi, ma non certo sufficiente a produrre un aumento generalizzato dei salari, il cui livello insufficiente dipende dalla povertà dei lavori (da rendere quindi più produttivi) e non dall’assenza di una legge ad hoc? 

Le critiche al reddito di cittadinanza.

Che vi sia bisogno di un aiuto finanziario alle famiglie più povere, impossibilitate a lavorare per vari motivi, è sacrosanto. Ma che questo aiuto sia destinato sine die – come è il reddito di Cittadinanza – anche a chi potrebbe benissimo lavorare ma al quale nessuno offrirà mai un lavoro perché i Centri per l’impiego delle Regioni non funzionano, beh questa non è una politica di sinistra, questo è vero e iniquo assistenzialismo, che spiazza tutti i lavori pagati meno o nella stessa misura del Reddito di cittadinanza. 

No alle pensioni anticipate.

A prescindere dai gravi errori della legge Fornero (introdotta in fretta e furia per impedire che il nostro paese finisse in bancarotta dopo i disastri dell’ultimo governo Berlusconi), non so quanto possa essere “di sinistra” consentire ai lavoratori meno giovani di andare in pensione anticipata, mettendo così in pericolo la sostenibilità finanziaria del sistema previdenziale, e andando a impoverire ulteriormente le pensioni future dei giovani lavoratori, già afflitti da carriere piene di buchi contributivi.

La riforma costituzionale.

Con quale logica si è ritenuto che fosse un atto “di sinistra” aver votato “no” ad una riforma costituzionale che avrebbe consentito allo Stato di riappropriarsi delle ventidue competenze che oggi è costretto a gestire in condominio con le Regioni, ponendo fine all’attuale incredibile caos che paralizza ogni decisione politica? 

La valutazione nel pubblico impiego.

Perché mai sarebbe “di sinistra” opporsi ad ogni sistema di valutazione dei risultati attesi dai dipendenti e dai dirigenti pubblici, i quali così possono continuare a distribuirsi, indisturbati, premi a pioggia del tutto slegati dagli effettivi risultati raggiunti, umiliando coloro (e sono tanti) che lavorano bene e duramente per lo Stato? 

Patrimoniale sì, patrimoniale no.

Qui la patente di “vera sinistra” viene data a chi caldeggia l’introduzione di una “patrimoniale” sui più ricchi, per esempio ritassando la loro prima casa. Prima obiezione: come si può pensare che con una tassa simile (che non darebbe più di 500 milioni di euro l’anno) si possa finanziare una riduzione dell’Irpef per le fasce meno ricche, che costa parecchi miliardi? Seconda obiezione: lo sappiamo o no che il mercato immobiliare in Italia, diversamente che all’estero, è un mercato fortemente popolare, dato che l’80% degli italiani vive in case di sua proprietà, e che quindi la perdita di valore immobiliare che colpisce un ristretto segmento di contribuenti (a causa della nuova tassa) tenderebbe a trasferirsi subito al resto del mercato, impoverendo anche chi non è affatto ricco? 

La costruzione di infrastrutture.

Essere di sinistra sembra voler dire che la costruzione di infrastrutture non solo non debba superare certe dimensioni (sforate ad esempio dall’Alta velocità o dal futuribile Ponte sullo Stretto), ma soprattutto non debba mai infrangere le regole delle fonti rinnovabili e dell’economia circolare, ossia del riciclo. Dunque sarebbero esclusi gasdotti, rigassificatori, termovalorizzatori e a maggior ragione centrali nucleari di nuova generazione. Peccato che le grandi opere ogni tanto servano al paese; peccato che tanto nella produzione di energia quanto nello smaltimento dei rifiuti, il contributo delle fonti rinnovabili e quello del riciclo non siano affatto sufficienti. 

I limiti all’immigrazione.

Essere di sinistra significa forse pensare che l’Italia possa e debba accogliere tutti i migranti possibili e immaginabili, anche al di là delle possibilità concrete di una loro integrazione? Significa che non si devono fare accordi con le autorità libiche per cercare di contenere il traffico clandestino, e che sia stato giusto criminalizzare l’ex ministro Minniti per averci provato? Significa non preoccuparsi di cosa faranno e dove andranno gli immigrati una volta sbarcati sulle nostre coste? 

Gli aiuti militari all’Ucraina.

Ecco un altro mantra dell’“essere di sinistra” per la sua anima più radicale: rifiutare la guerra resta un imperativo anche quando si è attaccati da un altro Stato. Il che comporta di conseguenza anche il rifiuto di dare aiuti militari al paese che subisce un’invasione. Una posizione che tradisce in realtà una sorta di anti-atlantismo preconcetto, tale per cui ogni colpa della Russia (o di qualunque altro Stato nel campo non-occidentale) è sicuramente compensata da qualche altra colpa, non meno grave, compiuta dal fronte Nato, da quello americano, dallo stesso fronte europeo.

(secondo di tre articoli)

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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