Come avvicinare le due anime della sinistra/3

(di Marco Ruffolo)

Chi ha creduto e continua a credere in questi dieci luoghi comuni (esaminati qui) ha gioco facile nell’indicare il modo in cui un partito di sinistra deve rappresentare la sua gente. Nulla di più semplice: basta ripeterli all’infinito come altrettanti mantra, basta considerare “di destra” chi se ne discosta, e il problema dell’identità del Pd è bello che risolto: il partito tornerà d’incanto tra la sua gente. Il problema è che quei luoghi comuni restano appunto luoghi comuni, e dietro di loro c’è il più assoluto deserto programmatico. I liberali di centrosinistra, confluiti in parte in Azione, sono straordinariamente solerti in questa opera di demistificazione. Sotto i loro strali cadono uno dopo l’altro tutti i vuoti slogan della sinistra più radicale.

Tuttavia, se è sicuramente meritevole aver smascherato quei luoghi comuni, averne dissolto le certezze, averne scardinato la rozzezza ideologica, tutto questo non basta affatto. Non basta perché a questo punto ci troviamo di fronte a un problema ancora più difficile. Il quesito è: come facciamo a mobilitare e soprattutto a riavvicinare milioni di potenziali elettori – delusi dalle politiche del passato, stritolati dalla crisi economica, desiderosi di ricette immediate – limitandoci a dir loro che la tal cosa non si può fare, che la talaltra richiede riforme profonde, e così via? Come può suscitare entusiasmo una politica che soppesa ogni suo impegno futuro con il triste bilancino delle compatibilità, col braccino corto del senso di responsabilità? Che fa a pezzi ogni sogno di giustizia sociale? Seguendo fino in fondo il ragionamento dell’ala liberale, si arriva a considerare utopistica qualunque tentazione di indirizzare l’intervento pubblico verso una più equa distribuzione delle risorse, verso un rilancio degli investimenti, verso un rafforzamento dello stesso welfare. E a volte si rischia di andare anche oltre, dando credito al teorema secondo cui lo Stato non è più in grado di sopperire a tutti i bisogni sociali e che quindi, lì dove è possibile, debba essere sostituito o massicciamente affiancato dai privati. E’ ovvio che se questa fosse la conclusione, allora sì che i lavoratori, i poveri, i disoccupati, potrebbero trarre la conclusione di essere abbandonati dalla sinistra.

Navigando tra le due sue anime, ci rendiamo conto alla fine di come sia tremendamente difficile evitare tanto il massimalismo ideologico di quella radicale quanto lo scetticismo freddo di quella liberale. Eppure, c’è una parola d’ordine, per nulla astratta, che potrebbe metterle d’accordo, a condizione che sia l’una che l’altra rinuncino alle rispettive tentazioni più estremistiche e ideologiche. La parola d’ordine è: rafforziamo lo Stato attraverso una sua radicale riforma. Attenzione: non nel senso di aumentare a dismisura il suo livello di assistenzialismo o di riconsegnargli la proprietà e la gestione di interi settori dell’economia, come era una volta. Ma nel senso di dargli gli strumenti necessari per mettere in pratica gli obiettivi che ci siamo dati. Obiettivi cari alla sinistra, ma forse non solo ad essa: perché il mutato quadro internazionale che sta condizionando le vite di tutti – tra guerra, crisi energetica, inflazione, recessione e Covid – richiede sempre frequentemente proprio l’intervento dello Stato.

Ebbene, riteniamo che, così come è strutturato e organizzato oggi, il nostro Stato sia pronto a mettere in pratica quegli obiettivi? Sotto i nostri occhi abbiamo in realtà infinite dimostrazioni della sua pressoché totale impreparazione. Cosa alziamo a fare il vessillo degli investimenti pubblici se poi scopriamo puntualmente che il settore pubblico non è in grado di spendere le risorse disponibili, non ha le strutture, il personale e le conoscenze adatte per fare i progetti, e alla fine spreca quei fondi in migliaia di micro-interventi localistici e clientelari senza alcuna programmazione? Che facciamo a fare i concorsi (quando li facciamo) se essi non si fanno sulla base delle specifiche competenze e dei reali fabbisogni di assunzioni? E come possiamo riacquisire le competenze perdute se nella pubblica amministrazione il merito, invece di essere premiato, viene umiliato da un forzato livellamento retributivo? In che modo possiamo fronteggiare l’evasione fiscale se si consente ad altre amministrazioni di porre veti all’azione dell’Agenzia delle entrate? Come possiamo avvicinare la domanda e l’offerta di lavoro se non riempiamo i Centri per l’impiego di personale specializzato in formazione, e se questa formazione resta autoreferenziale e non guidata dalle necessità delle imprese che devono assumere? Con quali risultati possiamo scovare i contratti capestro, il caporalato, i lavori in nero e privi di sicurezza se il sistema dei controlli da parte degli ispettori è un colabrodo, se esso risponde a tre organismi diversi che non incrociano le rispettive banche dati, e che sono sempre più carenti di personale specializzato? Come possiamo decidere se e dove costruire nuovi rigassificatori e termovalorizzatori se moltiplichiamo i centri coinvolti in questa decisione? In che modo possiamo impedire che si allunghino i tempi di opere e infrastrutture quando l’azione pubblica resta sottoposta a migliaia di inutili controlli vessatori, esposta alla girandola dei ricorsi alla giustizia amministrativa, minacciata dalle denunce penali anche per semplici irregolarità formali? Come facciamo a responsabilizzare gli amministratori pubblici (ad esempio per risolvere i numerosi problemi nell’offerta di welfare) se ogni loro intervento non può mai disporre di un certo margine di discrezionalità manageriale ma deve sempre avere dietro di sé una legge ad hoc che non solo lo consenta ma addirittura lo prescriva nei dettagli?

Queste sono le condizioni concrete (traducibili in altrettante riforme dello Stato) che possono far funzionare una vera politica di sinistra, le cui idee, per rompere lo status quo, devono poter contare su un potere pubblico sempre più efficiente. Ma se è così, l’anima più radicale della sinistra deve smetterla di pensare che ogni riforma istituzionale e costituzionale dello Stato sia un attentato alla democrazia; che introdurre in esso metodi di organizzazione del lavoro tipici delle imprese private sia incompatibile con l’interesse pubblico (un conto sono i mezzi, un altro conto i fini da raggiungere); deve smettere di difendere lo Stato attuale anche nei suoi lati più deleteri, anche quando si presenta come un kombinat corporativo-burocratico-sindacale che nella sua autoreferenzialità nulla ha a che fare con l’interesse pubblico.

Dal canto suo, l’anima liberale della sinistra deve riacquistare fiducia nella possibilità dello Stato si rigenerarsi, di diventare più efficiente, senza cedere alla tentazione di buttare a mare molte sue parti e sostituirle con i privati, senza arrivare a non definirsi più “di sinistra”, come fanno purtroppo molti che all’inizio si definivano tali. Il realismo critico dell’ala liberale è qualcosa di cui la sinistra ha certamente un grande bisogno. Ma da solo non basta: da solo è un’arma troppo fredda per suscitare entusiasmo, per arrivare al cuore della gente. E’ un’arma che va riscaldata al fuoco vivo della passione per la giustizia sociale, per la difesa dei più deboli, per la difesa dei diritti civili. Tutti obiettivi che un eccesso di scetticismo rischia di far dimenticare.

Solo se ciascuna delle due anime farà lo sforzo che le si chiede, in nome di uno Stato più forte in quanto più efficiente, la parola “sinistra” riacquisterà il senso perduto, e la sinistra stessa avrà il diritto di autodefinirsi “riformista”, che, come ci ricorda giustamente Isaia Sales, non è affatto sinonimo di “moderata”. Se questo invece non accadrà – e purtroppo ci sono forti probabilità che non accada – si tornerà a far finta che i problemi del Pd e della sinistra possano risolversi con semplici cambi al vertice, con inutili epurazioni, con ridicole staffette generazionali o di genere, con nuove estemporanee alleanze, o magari con nuove stupidissime scissioni. Cerchiamo di non perdere altro tempo prezioso.

(ultimo di tre articoli)

Foto principale di Gerd Altmann da Pixabay

 

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