Covid e riscaldamento globale

Oggigiorno l’umanità di trova ad affrontare due sfide che minacciano il nostro mondo: la pandemia da Covid ed il riscaldamento globale. C’è qualcosa che le accomuna ovvero le risposte che sono state adottate per la lotta al virus possono darci qualche indicazione per la sfida del clima?

La dimensione geografica innanzitutto. La diffusione del virus non si ferma alle frontiere e grazie ai moderni mezzi di comunicazioni attraversa gli oceani. Allo stesso modo l’incremento di temperatura interessa ogni parte del globo. In entrambi i casi nessuno stato o territorio è indenne da queste minacce.

Il tempo. Anche se le manifestazioni di questi fenomeni sono diverse – improvvisa ed esplosiva la pandemia, lento e progressivo il riscaldamento globale – per entrambi sono stati raccolti da anni segnali come il salto di specie di virus dagli animali all’uomo o lo scioglimento dei ghiacciai, le modifiche dell’habitat oceanico e i dati sull’incremento della potenza di fenomeni meteo. Le conoscenze disponibili, intese come rapporti scientifici, analisi di situazioni specifiche e modelli previsionali ci hanno anticipato la possibilità di questi eventi.

Lo scetticismo. Ci sono voluti mesi (ma c’è ancora qualcuno che prova a sostenerlo) per convincerci che il Covid non era un’altra influenza o un’invenzione dei poteri forti. Sono anni, invece, che si conoscono le previsioni sui cambiamenti climatici, rafforzate dopo la diffusione dell’ultimo rapporto dell’ICCP e i dati quotidiani su distruzioni e vittime provocate da fenomeni meteo di frequenza e intensità mai vista nella (breve) storia dell’umanità. Eppure ci sono tante esitazioni sull’opportunità di attivare tempestivamente gli interventi proposti.

Come stiamo uscendo dalla pandemia?

Gli interventi sono stati di diversa natura: la ricerca scientifica ha individuato tempestivamente le caratteristiche del virus, grazie alla ricerca di base degli anni recenti e grazie alle capacità produttive degli stati più sviluppati sono state prodotte e distribuite miliardi di dosi di vaccino.

Le politiche espansive delle principali istituzioni finanziarie hanno messo in campo azioni senza precedenti per tempistica e quantità.

Tutto bene? Ne siamo fuori? Purtroppo no. Innanzitutto finché la vaccinazione non coprirà anche gli stati più poveri ed i territori “lontani” il virus continuerà a circolare nel mondo minacciando di passare i confini ed evolvere verso nuove varianti. La ripresa economica è avviata, ma qualche settore ne risente ancora.

E come tutto questo può fornire spunti per contrastare il riscaldamento globale?

Partiamo dalla dimensione geografica. Il fenomeno interessa tutta la terra, ma non tutte i territori vivono la stessa situazione o hanno gli stessi interessi. È molto più difficile coinvolgere allo stesso modo dei paesi sviluppati nazioni dove il consumo energetico pro-capite è di gran lunga inferiore a quello di USA e UE. Inoltre l’utilizzo attuale o l’adozione di nuove modalità per la produzione di energia è diversa da stato a stato. Ciononostante è sempre più chiaro che la risposta può essere solo globale e un esempio virtuoso di cooperazione può essere proprio fornito dall’Europa con la Recovery and Resilience Facility.

Scienza e politica. La dialettica tra queste due aree non va intesa come una discussione per invadere il campo altrui. Non bisogna negare i fatti accertati o i risultati delle previsioni solo perché predicono eventi avversi o individuano soluzioni difficili da attuare. È invece responsabilità della politica partire dalle conoscenze disponibili e considerarle per applicare gli interventi relativi alla transizione energetica in un quadro complessivo che tenga conto degli impatti sull’economia, sul lavoro, sulla società e sugli individui.

L’economia. Oltre ai costi per la transizione che le politiche di finanziamento contemplano, saranno sicuramente presenti in media maggiori costi dovuti alle esternalità da imputare alle energie sporche nel periodo di transizione.

Il lavoro e la società. Il Covid ha impattato negativamente su alcune attività (viaggi, turismo, ristorazione, spettacolo) e questo impatto sarà più o meno lentamente recuperato. Nel caso della transizione energetica alcune attività scompariranno del tutto o saranno profondamente ridimensionate. Si pensi alla produzione e manutenzione di veicoli elettrici molto più semplice di quelli a combustione o all’utilizzo del gas domestico destinato a scomparire.

La libertà individuale e di impresa. È meglio avere presente da subito che la transizione ecologica avrà impatti sulle libertà. Limitare la circolazione in alcune aree delle città, dismettere la produzione di veicoli a combustibile, selezionare aree per nuovi impianti, etc. sono limitazioni per i singoli individui e per la loro capacità di fare impresa. Anche questa volta il bene comune dovrà orientare scelte che modificano il nostro modo di essere nella società.

La tempestività degli interventi. Con il Covid abbiamo imparato che gli interventi (chiusure, distanziamento, vaccini) mostrano il loro effetto con un ritardo di poche settimane. Potrebbe sembrare una cattiva notizia e spesso ne abbiamo pagato lo scotto. Ma non è lontanamente paragonabile con la situazione del clima dove se si riducono le emissioni di CO2 servono decine di anni per vederne l’effetto. Ecco perché gli obiettivi UE per il 2030 di riduzione al 55% vanno considerati con la dovuta attenzione: confrontando le due situazioni, se nel caso del Covid si chiedeva ad un pedone di fermarsi, qui si tratta di arrestare un treno lanciato ad alta velocità.

Operare nell’incertezza. Durante la pandemia sono state criticate molte affermazioni di scienziati ed esperti in contrasto tra loro ed in contraddizione con quanto detto pochi mesi prima. Inoltre si sono spesso snobbate le previsioni solo perché non è sempre chiaro distinguere tra un fenomeno che cresce linearmente da uno che esplode in maniera esponenziale (come i contagi in assenza di misure di contenimento). Eppure la conoscenza è andata avanti e va avanti solo in questo modo: raccogliendo fatti (non episodi), distinguendo le teorie confermate dalle ipotesi, coinvolgendo diverse competenze (clinica medica, virologia, epidemiologia, etc.), utilizzando le statistiche sui risultati delle sperimentazioni, predisponendo modelli per anticipare gli andamenti. Per analizzare e descrivere l’andamento del riscaldamento globale e valutare l’impatto delle misure di contrasto si usano le stesse metodiche in un contesto complesso.

Dobbiamo però prendere atto che questo è l’unico modo che abbiamo a disposizione. E che saremo costretti ad operare utilizzando al meglio le nostre incomplete conoscenze per ottenere risultati sulla scala di anni e non di settimane. E’ una grande responsabilità per i governanti, le istituzioni ma anche per tutti i cittadini sia singolarmente sia nella loro partecipazione alle molteplici forme di aggregazione sociale.

Claudio Gasbarrini

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