Dal blocco dei licenziamenti allo sviluppo

“Dopo i confetti escono i difetti”. Un vecchio proverbio popolare può essere adattato per vedere cosa è successo dopo i mesi di lockdown. C’è una parte emozionante che rimarrà nella storia e nella memoria (speriamo) ed è quella dell’“andrà tutto bene”, dei disegni dei bambini esposti su porte e finestre, dei canti dai balconi, dei tricolori alle finestre, degli applausi a medici e infermieri. Il trauma ha creato una enorme spinta collettiva a sentirsi parte di una comunità e a cercarvi protezione.

Era immaginabile che alcuni approfittassero dei provvedimenti di emergenza senza averne una reale necessità. Che i 600 euro siano andati a chiunque li chiedesse lo si sapeva. Che qualcuno ci abbia marciato con mascherine e camici lo si dava per scontato. Che molti abbiano lucrato illegittimamente sui provvedimenti di sostegno dei redditi dei lavoratori e delle imprese lo si è scoperto di recente.

Fenomeni che ci riportano ad un’identità nazionale segnata da una rilevante presenza di furbetti e da una grande fiducia nell’illimitatezza dei soldi pubblici presi a debito.

Dopo lo storico accordo europeo che ha deciso un Recovery fund tutto fondato sugli investimenti dovrebbe essere chiaro che la corsa alla spesa corrente con distribuzione di soldi con i pretesti più fantasiosi non può continuare con i soldi dell’Europa. Bisognerebbe smentire il convincimento che si è fatto strada nell’opinione pubblica che lo Stato può tutto tanto i debiti non li pagheremo mai, perché la BCE ci protegge. Il rischio è di mettersi su una strada pericolosa perché il 2020 è un anno speciale, ma il 2021 è alle porte e, probabilmente, sarà un anno di ritorno alla normalità.

Per le attività produttive una questione spinosa è quella del blocco dei licenziamenti. Sembra che il decreto legge che sarà approvato domani dal Governo limiterà il blocco alle imprese che fanno ricorso alla cassa integrazione. La richiesta dei sindacati è invece che per tutto il 2020 non sia possibile licenziare nessuno per ragioni economiche.

Il blocco fu introdotto a marzo nella fase più dura dell’emergenza. Le ragioni dei sindacati si comprendono bene: perdere il lavoro a crisi in corso significherebbe creare le premesse di un dramma sociale. Non si può nemmeno pensare, però, che le imprese escano dalla crisi congelandosi nella situazione che avevano a marzo. Le imprese esistono se producono e hanno un mercato, altrimenti nessun blocco potrà salvarle.

Scrive Tito Boeri in un articolo su Repubblica del 5 agosto: “la realtà è crudele con chi pensa di poter cancellare i mali del mondo con un semplice tratto di penna. Vigente il blocco dei licenziamenti, le imprese che vivono una stagione di grande incertezza sul loro futuro e, ancor più, quelle costrette a ridurre i loro volumi di attività, congelano le assunzioni, non rinnovano i contratti a tempo determinato alla scadenza e non li trasformano in contratti a tempo indeterminato. Senza quella valvola di sfogo molte più imprese falliscono lasciando a casa i propri dipendenti”.

Il problema di fondo, però, è sempre quello dello sviluppo cioè di un incremento delle attività produttive e di un robusto sistema di sostegno ai lavoratori che vada oltre la conservazione del posto di lavoro. Non è auspicabile tornare ad un passato nel quale si tenevano in vita imprese inefficienti con i soldi pubblici e le casse integrazioni duravano molti anni nascondendo fallimenti di fatto e diffusione del lavoro nero sovvenzionato dall’Inps.

In ogni caso il complesso degli interventi a sostegno dei redditi e delle imprese messo in campo in questi mesi costa molto e può reggere solo per un breve periodo. Inoltre la sua gestione è complessa e comporta un aggravio di procedure specifiche che poi vengono etichettate come burocrazia che si proclama di voler combattere.

Claudio Lombardi

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