Dalla manovra di bilancio al PNRR la sfida è seria

Mentre Cgil e Uil combattono la loro battaglia di principio per una redistribuzione fiscale che tolga ai “ricchi” (da 40-50 mila euro l’anno) per dare ai poveri (sotto i 20 mila euro), la vera posta in gioco è poco presente all’attenzione dell’opinione pubblica. Un vero peccato perché dopo tanti strombazzamenti sulla pioggia di miliardi in arrivo dall’Europa si rischia di dimenticare che non si tratta di regali di Natale e che bisogna non solo rendere conto di come vengono spesi all’interno del PNRR, ma anche dei risultati raggiunti. Sono passati i tempi quando con i fondi europei ci si faceva di tutto, sagre paesane e finti corsi di formazione professionale inclusi. Stavolta bisogna fare sul serio, presto e bene. Quasi una mission impossible per noi. Comunque, per ora l’Italia ha già avuto dalla Commissione Europea circa 25 miliardi e a febbraio dovrebbe riceverne altri 21 ma solo previa verifica di quanto già fatto.

Per farci cosa? Questo è il punto. Passare dai proclami ai fatti significa spendere centinaia di miliardi di euro in investimenti cioè vederli diventare scuole, asili nido, impianti di smaltimento dei rifiuti, impianti di fonti energetiche rinnovabili, alberi piantati a centinaia di migliaia nelle città, tribunali civili che dimezzano i tempi. Un’impresa mastodontica che potrà creare tanti posti di lavoro senza insistere a tenere in vita aziende abbandonate dai proprietari come, forse, vorrebbero i sindacati. Ai lavoratori che lottano da mesi o da anni per salvare il loro posto di lavoro proprio in quelle aziende bisogna dare un futuro che passi per una riqualificazione professionale e per un nuovo lavoro. Non li si può illudere che resistendo ad oltranza alla fine arrivi la Cassa depositi e prestiti a comprarle per rimetterle in funzione.

E’ un fatto che si ripete anno dopo anno: alcune centinaia di migliaia di posti di lavoro non si riescono a coprire perché manca l’offerta di manodopera qualificata o, semplicemente, disponibile. Quale occasione migliore per provare a seguire un percorso nuovo che porti al reimpiego almeno di una parte di quelli che sono rimasti agganciati alla cassa integrazione?

La sfida non è solo per le amministrazioni pubbliche che devono gestire una massa di impegni di spesa enorme (basti pensare che nell’ultimo settennato di fondi europei 2014-2020 l’Italia avrebbe dovuto spendere più di 12 miliardi l’anno ma ne ha spesi circa 6). È una sfida anche per i partiti e per le organizzazioni della società civile, sindacati e Confindustria innanzitutto. Si può sperare che la sfida sia raccolta, ma alcuni segnali che arrivano dai comuni non sono incoraggianti. Molte amministrazioni locali si sono trovate in cassa un “tesoretto” di fondi giacenti perché non spesi e non si può credere che tutte le esigenze di quei territori fossero state soddisfatte. È un segno della tradizionale incapacità amministrativa a progettare, realizzare, rendicontare.

Invece di proclamare scioperi per rivendicare un ruolo politico e su piattaforme confuse e incongrue rispetto ad una legge di bilancio (contrastare la precarietà; riformare le pensioni; impedire le delocalizzazioni; attuare una politica industriale per un maggiore ruolo dello stato; ridurre le disuguaglianze; rafforzare la coesione sociale ecc ecc), Cgil e Uil farebbero bene a dare prova di realismo e di concretezza. La manovra per il 2022 non è regressiva e non premia i ricchi come afferma Landini. Lo scontro avviato sulle nuove aliquote Irpef non è giustificato dai fatti.

In rapporto al reddito percepito i tagli previsti darebbero un 24% medio di beneficio per i redditi da lavoro dipendente fra 8 mila e 20 mila euro. A 75.000 euro annui il beneficio si ridurrebbe allo 0,6%. Questa è progressività, pienamente rispettata dalla riforma dell’Irpef proposta dal Governo (e ampiamente discussa con i sindacati peraltro).

Riguardo alla manovra nel suo complesso bisogna tener conto di altre misure che vi sono previste. È forse regressivo il taglio ai contributi a carico dei lavoratori che guadagnano fino a 35 mila euro l’anno? Si tratta di una spesa per il 2022 di 1,5 miliardi. O forse è regressivo lo stanziamento per calmierare le bollette elettriche e del gas che, per ora, è arrivato a quasi 4 miliardi di euro nel 2022, ma potrebbe anche aumentare? Ma forse è il rifinanziamento del Reddito di cittadinanza che avrebbe avuto bisogno di una profonda riforma per renderlo più efficace, più giusto e per metterlo al riparo dalle truffe e dagli sprechi a poter essere definito regressivo? Mettiamoci anche l’assegno unico per i figli che verrà distribuito in base all’Isee e quindi andrà in misura maggiore a favore delle famiglie più povere comprese quelle dei disoccupati e degli autonomi e il quadro delle novità è abbastanza completo.

No, decisamente la manovra di bilancio per il 2022 non è regressiva. La critica più appropriata che si può fare è che non è risolutiva. È una manovra di distribuzione di benefici nel quadro di una spesa pubblica fortemente segnata da una spesa sociale e assistenziale di vastissime dimensioni. Pensare di cambiarla adesso è pura illusione. Come già detto la vera partita è sul PNRR perché l’Italia ha bisogno di grandi cambiamenti e in questi anni si gioca il suo futuro

Claudio Lombardi

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