Destra / sinistra o innovazione / conservazione?

Ora che gli schieramenti si delineano più chiaramente una riflessione va fatta. Di elezioni non c’era nessun bisogno in questo momento e la scelta più logica, in nome dell’interesse nazionale, sarebbe stata la prosecuzione del governo Draghi con la leale collaborazione dei partiti. Per alcuni, però, l’interesse di parte viene prima di tutto. M5s, Lega e FI sono i responsabili, ma anche FdI non può usare la sua collocazione all’opposizione come patente di innocenza. Privare l’Italia di un governo diretto dall’italiano più stimato ed ascoltato in campo europeo e internazionale (significa credito e fiducia) mentre è in corso la guerra in Ucraina, la crisi energetica si aggrava, rispunta il covid e si sta lavorando per non perdere i fondi del PNRR è la scelta più simile al sabotaggio che ci possa essere.

Ciò detto la stranezza è che di questo ci si è già scordati ed oggi l’attenzione è tutta per le etichette: destra, sinistra, centro. Non c’è pandemia, non c’è guerra, non c’è crisi che possa scalzare questo “gioco” di società. Si sa che la legge elettorale spinge alla costituzione di coalizioni, ma su che basi? Della destra è presto detto: il collante è la conquista del potere. I temi e le proposte vengono dopo tanto si sa che l’ispirazione di fondo è comune. Ma è l’unione di forze che fino a pochi anni fa erano su fronti opposti a quelli attuali (anti euro e anti Nato) e che conservano una visione ambigua sull’Europa e sui rapporti con la Russia imperialista e guerrafondaia che getta ombre sinistre sul futuro. Ci vuol poco a creare un casus belli con il quale rimangiare tutti gli impegni e capovolgere la direzione politica di una maggioranza di governo. Con le destre al governo la crisi non potrà che aggravarsi. Basta ascoltare l’orgoglio sovranista e sostanzialmente anti europeo esibito da Giorgia Meloni o le melliflue intonazioni pacifiste di Salvini o le minacciose allusioni di Berlusconi a spingere gli ucraini a dare soddisfazioni alle richieste di Putin per intuire che trucchetto hanno in serbo i tre soci della destra al di là delle dichiarazioni di facciata che per loro sono acqua fresca che scorre e se ne va.

Sul fronte opposto, il centro sinistra è attraversato da divisioni tanto nette da dubitare che da un’eventuale maggioranza possa mai venir fuori un governo unitario. Le esperienze passate stanno lì a ricordare quanto possa essere difficile il cammino di chi raduna troppe anime sotto lo stesso tetto. A suscitare molti dubbi è la coesistenza dei due termini che definiscono l’area della coalizione: centro e sinistra. Oggi il problema della politica italiana è la debolezza di un’area liberaldemocratica che si definisce riformista perché individua in riforme e innovazioni di sistema il cuore del ritardo italiano. In qualsiasi direzione si guardi ci si imbatte in una disfunzione di sistema che determina sprechi, parassitismi, inefficienza. L’enorme spesa pubblica che supera ormai il 50% del Pil non produce risultati soddisfacenti.

La risposta che arriva da sinistra è l’aumento dell’assistenzialismo e del ruolo dello stato nell’economia come garanzia di conservazione di diritti e status acquisiti e come risarcimento ad alcuni settori sociali. Non è un caso che da parte del M5s ai giovani sia stato offerto il Reddito di cittadinanza che fin dal nome e nell’impianto iniziale esprimeva l’aspirazione al reddito universale garantito dallo stato. Giusta la difesa dei diritti e del tenore di vita bisogna dire che da una parte della sinistra arriva un’ispirazione corporativa che respinge la necessità dello sviluppo e della modernizzazione di stato e società e che è disinteressata al ruolo dell’Italia in Europa e nel mondo. Lo pseudo pacifismo rivelato dalla guerra in Ucraina lo ha messo molto ben in chiaro e l’illusione di una transizione energetica senza costi ha mostrato la debolezza delle idee ambientaliste più accettate a sinistra in un tripudio di atti di fede ecologista che rifiuta di porsi il problema delle compatibilità.

Le riforme di sistema, lo stiamo vedendo da decenni, nel caso italiano non sono per niente scontate, ma sono il frutto di una vera e propria battaglia politica che attraversa trasversalmente la società. Spesso si definiscono moderati i riformisti. In realtà sono i portatori di una vera rivoluzione, purtroppo non percepita e non appoggiata da tanti italiani.

 

Spesso dietro ai governi tecnici si è espressa questa spinta rivoluzionaria che i partiti non osavano rappresentare. Solo il governo Renzi ci ha provato, con molti errori e ingenuità e ha subito una clamorosa sconfitta. Oggi la polarizzazione lungo l’asse tradizionale destra/sinistra rischia di deviare ancora una volta dal cuore del problema e la prima proposta resa nota dal Pd e rivolta ai giovani lo manifesta in pieno: un’eredità per i diciottenni. Diecimila euro per poter dire che si fa qualcosa. Brutto segno che non si sa se definire di sinistra o semplicemente populista.

La polarizzazione appassiona gli italiani e li solleva dalla fatica di inquadrare i problemi del Paese. Eppure sono ben visibili le discriminanti sulle quali impiantare una politica che persegua l’interesse nazionale. In primo luogo la collocazione internazionale e in Europa. La Russia ci vuole frantumare perché un’Europa debole e divisa spiana la strada alla sua politica di potenza. È riuscita a fare patti e affari con mezza classe dirigente europea negli anni passati, è riuscita a creare una dipendenza energetica e oggi vuole raccogliere i frutti. Non essere contro questo disegno va ben oltre ogni collocazione ideologica.

In secondo luogo il rapporto tra Stato ed economia. Il primo deve regolare e indirizzare non gestire. Il peso morto dell’Italia è nel settore pubblico che costa tanto e non rende. Casomai bisognerebbe muoversi su scala europea e internazionale per limitare i poteri finanziari che tirano i fili del mondo. Qualcosa si è visto nel caso del gas con i prezzi manovrati dalla borsa di Amsterdam e scollegati dal costo reale della materia prima.

In terzo luogo vanno riformate le istituzioni. Il taglio dei parlamentari voluto dal M5s e avallato dal Pd e da altri partiti non tocca nemmeno uno dei problemi che limitano la funzionalità delle istituzioni. Si vedrà cosa riusciranno a fare nel prossimo Parlamento, ma la destra ha già pronta la soluzione: presidenzialismo e autonomia delle regioni più ricche.

Servirebbe un nuovo slancio nell’individuazione dei nodi cruciali del sistema Italia e nella ricerca delle soluzioni. Per ora l’obbligo di dar vita a coalizioni lungo l’asse destra/sinistra mischia le carte e porta a maggiore confusione

Claudio Lombardi

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