Essere ebreo: il pregiudizio

Qualche anno fa Alex Zarfati pubblicava su facebook un post nel quale elencava dieci punti per sfatare in chiave ironica alcuni miti sugli ebrei. Eccoli:

1 – No, gli ebrei non sono tutti RICCHI. 2 – No, gli ebrei non sono CHIUSI e non si frequentano solo tra loro. 3 – Gli ebrei italiani sono ITALIANI. E non hanno la cittadinanza israeliana. 4 – Gli ebrei NON CONTROLLANO LA FINANZA, NÉ I MEDIA. 5 – CRITICARE gli ebrei è legittimo, come criticare chiunque altro. 6 – Non è vero che se criticate un ebreo vi accusano in automatico di ANTISEMITISMO. 7 – Gli ebrei NON ODIANO né i cristiani, né i musulmani. 8 – Gli ebrei NON SI AIUTANO tra di loro più di quanto non facciano gli altri. 9 – Gli ebrei NON SONO TIRCHI e non hanno un rapporto speciale con i soldi. 10 – Agli ebrei da molto fastidio essere apostrofati con un “VOI”.

A volte l’ironia è il modo migliore per iniziare un discorso serio. E l’antisemitismo è una faccenda terribilmente seria. Accompagna la storia dell’umanità da un paio di millenni e provoca sofferenze anche oggi. Spesso se ne parla come di qualcosa che riguarda altri, lontano da noi senza rendersi conto che affonda le sue radici in pregiudizi che si sono tramandati nel corso dei secoli e persistono a dispetto delle vicende storiche e della stessa evidenza dei fatti. L’antisemitismo, quindi, è tra noi e riguarda la gente comune non solo piccoli gruppi politicizzati e nostalgici. L’eredità di diffidenza e di ignoranza verso gli ebrei si perpetua e si alimenta di continuo come una corrente sotterranea che ogni tanto riaffiora.

È giusto e necessario allora cercare di conoscere e capire cominciando dalle basi cioè dall’esperienza di vita concreta. Ci aiuta Giovanni Terracina, romano di religione ebraica classe 1946, che ci accompagnerà in una lunga intervista che articoleremo in diverse puntate. Cominciamo.

D. Lei è un cittadino italiano e un romano de’ Roma, ma è anche ebreo. Cosa vuol dire esserlo? Come lo si diventa? Significa solo professare una religione o c’è anche una base comunitaria e culturale alla quale fare riferimento?

Giovanni: Innanzitutto ebrei si diventa per nascita. In particolare è la madre che trasmette il “titolo” che abilita a far parte della comunità religiosa. Così come avviene per la religione cattolica anche le comunità ebraiche sono disciplinate da una legge (la n. 101 del 1989) per cui matrimoni, pratiche di culto e istruzione religiosa rientrano nell’intesa tra Stato e Unione delle comunità ebraiche italiane.

In famiglia le tradizioni sono una presenza continua e, fra queste, ovviamente l’ebraismo ha un ruolo centrale. Esattamente ciò che avviene per le famiglie di religione cattolica che da sempre sono state la comunità di base che ha trasmesso riti, valori e tradizioni uniformati al proprio credo religioso. Nelle famiglie di religione ebraica avviene lo stesso e fin da bambini si viene educati in base a determinati principi. Ovviamente i risultati non sono assicurati e automatici. I giovani vivono nel mondo e ne subiscono gli influssi. Le famiglie di ebrei non sono nuclei isolati nella società, ma ne fanno pienamente parte. Quindi non aspettatevi che un ebreo sia molto diverso da chi professa un’altra religione.

Il senso di appartenenza è trasmesso attraverso l’educazione familiare, l’istruzione e vivendo nella comunità della quale si fa parte. A Roma per molti ebrei questa ha anche un riferimento territoriale nel famoso “ghetto” che, tra l’altro, contrariamente al nome che lo identifica e che rimanda ad un passato di isolamento, è anche uno dei luoghi più frequentati dai turisti e dai romani. Il senso di appartenenza può essere mantenuto, accresciuto o affievolito. Dipende dalle sensibilità di ciascuno e dalla propria esperienza di vita che include, come per tutti, tanti contatti con persone che non fanno parte della comunità. Insomma non immaginatevi gli ebrei chiusi al mondo tutti dediti ai loro riti. Sono sicuramente uniti tra loro, ma anche molto aperti agli altri.

Se penso alla mia esperienza personale devo dire che piano piano ho preso coscienza di far parte di una storia di grande spessore. Non potrebbe essere altrimenti visto che gli ebrei sono sempre stati una minoranza alla quale si è però rivolta un’attenzione esagerata con conseguenze quasi sempre spiacevoli o tragiche. Diciamo che ci hanno considerati un pericolo anche se i numeri dicevano il contrario. Nessun impero, nessun esercito e pure pochi. Unica colpa, la tradizione religiosa che ci inchiodava all’accusa di deicidio. Roba che appartiene ad un lontano passato e superata ormai dalla stessa Chiesa cattolica. Ma lasciamo perdere le amarezze della storia e parliamo della cultura.

Pur essendo a malapena il 2% della popolazione mondiale oltre il 20% dei premi Nobel sono di religione ebraica. No, non è un complotto, ma il risultato del grande valore che fra gli ebrei si è sempre dato all’istruzione. Insegnare a leggere e a scrivere ai figli è un dovere. Certo è finalizzato alla conoscenza della Torah, ma anche qui c’è una particolarità: le scritture devono essere comprese attraverso la parola ossia bisogna parlarne. Forse per questo gli ebrei sviluppano fin da giovani una straordinaria attitudine a “spaccare il capello in quattro”. Si dice che dove ci sono due ebrei si confrontano almeno tre opinioni….

Comunque è anche logico che una minoranza circondata spesso da ostilità abbia scelto di ritagliarsi uno spazio nella società con la preparazione professionale e la cultura. Aggiungiamo la cura delle relazioni con le altre comunità sparse per il mondo che porta apertura mentale e scambi di idee ed esperienze e abbiamo la spiegazione della spinta che gli ebrei hanno avuto ad affermarsi attraverso le loro qualità.

Ci tengo a precisare che non sono un ebreo osservante e, quindi, non mi sento vincolato al rispetto delle oltre 600 regole che vengono imposte dalla mia religione. Anche in questo mi sento assolutamente normale. Quanti cattolici osservano minuziosamente i precetti della loro religione?

Certo il sabato è una giornata che dovrebbe essere dedicata al riposo, alla famiglia e alla preghiera e di solito viene rispettata (per altri è la domenica quindi è normale anche questo). Viviamo tutti in una società moderna che rende difficile osservare regole nate in mondi completamente diversi dal nostro, ma comunque cerchiamo di farlo.

C’è una cosa che però mi disturba più di ogni altra e mi fa sentire a disagio: qualunque cosa io faccia sono giudicato prima come ebreo e poi come persona. Per buttarla sul ridere posso dire che, se al bar offro il caffè, qualcuno si sorprende perché “gli ebrei sono avari”; se non pago allora è il “solito ebreo tirchio”. Non è uno scherzo, accade veramente.

Comunque spesso ci si riferisce ad una persona indicandola come di origine ebraica. In questo modo si vuole sottolineare una differenza di fondo perché difficilmente si sentirà parlare di altre persone identificate con la religione che professano come se questa fosse la loro origine.

Nella mia vita ho dovuto ricordare varie volte che si tratta di una religione e non di appartenenza ad una nazione.

Dovreste provare cosa significa. Cosa ha significato nel passato dovremmo ricordarcelo tutti. Per questo quando riemergono pregiudizi e vengono compiute violenze o atti ostili  che vogliono riaffermare una diversità all’origine dovremmo far suonare un allarme

  1. Continua
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  1. […] interviste sull’antisemitismo che a Civicolab ha concesso un ebreo come Giovanni Terracina (https://www.civicolab.it/new/essere-ebreo-il-pregiudizio/ e https://www.civicolab.it/new/essere-ebreo-la-questione-di-israele/). Un esempio di tempismo, visto il […]

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