Fuga dal posto fisso: la riflessione di Prodi

Pubblichiamo un articolo di ROMANO PRODI tratto da www.romanoprodi.it

La diffusa rinuncia del posto di lavoro nel settore pubblico, dopo un concorso regolarmente vinto, rinuncia che è stata messa opportunamente in rilievo dal Messaggero, ci obbliga a riflettere sui cambiamenti (di grande portata e ampiamente imprevisti) del mondo del lavoro.

Riflessione tanto più necessaria in quanto si sta rompendo la lunga tradizione per cui il posto fisso era l’obiettivo primario di ogni generazione e ancora più lo era nel settore del pubblico impiego.

Risulta inoltre sorprendente che questo avvenga in un paese in cui il livello di disoccupazione, molto elevato, riguarda quasi un quarto delle classi giovanili.

Analogo problema era già emerso nei mesi scorsi rispetto ad alcuni settori privati, come l’edilizia, il turismo e la ristorazione, che avevano incontrato difficoltà diffuse e impreviste proprio per la “incomprensibile” mancanza di mano d’opera.

La realtà è che il Covid ha accelerato un cambiamento del mondo del lavoro che da tempo era sotto traccia nei mutamenti sociali e culturali del nostro paese.

Il caso più evidente, anche se non necessariamente il più diffuso, è quello del lavoro a distanza che comporta modalità e ritmi diversi, non sempre più leggeri, rispetto al passato.

Oggi, da parte di molti, al termine del lavoro a distanza, non viene più accettato il ritorno alle regole tradizionali.

Tutto questo si inserisce tuttavia in cambiamenti più profondi della nostra società tradizionale, nella quale il lavoro fisso era strettamente collegato all’obiettivo della costruzione di una propria famiglia.

Il posto di lavoro “sicuro” era quindi assolutamente prioritario rispetto ad ogni altra scelta che, guidata soprattutto dai genitori, orientava i giovani a cercare un lavoro a lungo termine, che durasse possibilmente per tutta la vita.

Ora sono soprattutto gli amici, i compagni di scuola e i social a determinare queste scelte, a meno che non esistano, nell’ambito della stessa famiglia, tradizioni estremamente forti.

Per questo motivo, solo per fare esempi non certo esaustivi, risultano ancora attrattive per i giovani le prospettive di lavoro negli apparati di sicurezza, a partire dalla polizia e dai carabinieri, così come nelle ferrovie e nelle poste.

Nella generalità dei casi è invece evidente che il modello dei maxiconcorsi nazionali, generici e non orientati per specializzazione professionale e per limitazione territoriale, sembrano fatti apposta per moltiplicare il numero delle rinunce.

Rimane tuttavia il fatto che, in generale, l’orientamento verso il lavoro è ora sempre più deciso dal dialogo che si svolge all’interno di una generazione che non pensa assolutamente alla pensione, ritenuta trascurabile o inesistente, e che orienta le proprie scelte in modo da bilanciare, nell’immediato, i tempi di lavoro con quelli del tempo al di fuori del lavoro.

L’evoluzione della società ha radicalmente cambiato la ferrea equivalenza che esisteva fra lavoro dignitoso e vita dignitosa, che era così fortemente radicata nelle passate generazioni.

E’ inoltre evidente che il vuoto generato nei momenti di mancata attività lavorativa viene oggi più facilmente riempito dalle infinite occasioni offerte dai  nuovi modelli di vita e di relazione.

Per questo motivo le professioni che più hanno sofferto per la mancanza di mano d’opera sono quelle in cui l’attività lavorativa, come nel caso della ristorazione e del turismo, coincide con i momenti in cui i giovani possono più facilmente passare il tempo insieme agli amici.

A queste osservazioni, che possiamo definire di carattere “sociologico,” si uniscono naturalmente motivazioni economiche, in ragione del basso livello salariale offerto ai giovani, in troppi casi non corrispondente alle funzioni esercitate e alle aspettative.

E’ chiaro che  l’elemento salariale esercita una forte incidenza sulle scelte lavorative ed è evidente che la diminuzione del così detto “cuneo fiscale” renderebbe certamente più attrattivo il mondo del lavoro.

Tuttavia le evoluzioni del post-Covid (sperando che si tratti veramente di un post) dimostrano che, anche in presenza di un’elevata quota di disoccupazione, un numero sempre maggiore di posti di lavoro sarà necessariamente ricoperto dall’immigrazione che, almeno nella sua prima generazione, ha priorità diverse da quella italiana.

Una diffusa opinione ha attribuito una fondamentale responsabilità di questa disfunzione all’introduzione del reddito di cittadinanza.

Sia chiaro che, in tutti i sistemi democratici, esiste un’istituzione dedicata alle categorie più svantaggiate ed è evidente che, seppure in casi specifici e limitati, tale istituzione non può che ridurre l’offerta di lavoro.

Nel nostro caso, tuttavia, la sua maggiore influenza negativa, rispetto ad altri paesi, non deriva dalla sua esistenza, ma dalla non applicazione delle norme previste per la sua assegnazione e la sua conservazione.

Tutto ciò rientra, purtroppo, nella tradizionale cultura italiana per cui, una volta votata la legge, nessuno si cura della sua corretta esecuzione.

Come conclusione di queste troppo frammentarie osservazioni, emerge la necessità di analizzare più a fondo e in modo sistematico il mondo del lavoro, comprendendone le esigenze e cercando di armonizzare queste esigenze con le attese delle nuove generazioni.

Un compito  informativo e formativo che, nella maggior parte dei casi, non può che essere affidato alla scuola, ma che può produrre buoni frutti solo se il mondo politico, gli imprenditori e i sindacati faranno il loro dovere per rendere comprensibile ed appetibile il mondo del lavoro. Oggi non lo è.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.