I costi della transizione ecologica

Le politiche energetiche e ambientali sono al centro dell’attenzione. Dal G20 di Roma alla COP26 di Glasgow è in corso un flusso ininterrotto di commenti, cronache, riflessioni, interviste con gli interventi di Draghi rilanciati in ogni Tg come filo conduttore.

Che si sia raggiunta una nuova consapevolezza della centralità delle scelte energetiche ed ambientali deve essere giudicato come un passo avanti molto positivo che accomuna opinioni pubbliche e leader politici.

Fra tutti, basti ricordare il mutato atteggiamento del premier britannico Boris Johnson, che è passato dal negazionismo di solo qualche tempo fa alle frasi con cui ha aperto il summit COP26 a Glasgow e a quelle pronunciate a Roma al G20 (dal paragone con James Bond al rischio della fine della nostra civiltà).

Si può dire che adesso si respira un’aria nuova e prende sempre più piede la consapevolezza che, per uscire dalla fase pandemica, gli investimenti in clima e ambiente siano un’ottima opportunità.

Così, mentre Greta accusa i potenti del mondo di fare troppo poco e questi affermano il contrario, il caso italiano si caratterizza per l’enorme distanza fra i programmi di investimento inviati a Bruxelles e gli interventi effettuati con inevitabile dito puntato contro la burocrazia italiana e la sua estrema lentezza. Su questo ultimo punto sono intervenuti lunedì scorso sul Corriere della Sera Milena Gabanelli e Fabio Savelli (qui).

Detto questo, però, nella discussione in corso, c’è un punto che rimane (se va bene) sullo sfondo e che viene semplicemente tralasciato da quasi tutti i protagonisti e i commentatori: il costo della transizione ecologica.

Se ne ha una qualche eco solo quando si parla degli importi che verrebbero messi a disposizione delle aree meno sviluppate del pianeta. Cento miliardi di dollari all’anno, stando agli accordi presi nel corso del G20, ma già pochi giorni fa il ministro Cingolani su Repubblica affermava che questa cifra dovrebbe essere decuplicata e portata a mille miliardi annui… (qui)

Non parlare dei costi ha l’evidente fine di evitare che il consenso popolare venga indebolito, se non proprio minato.

Così non va bene però. Infatti, in primo luogo, parlare dei costi complessivi e di come si possono ripartire fra le varie tecnologie disponibili consente di valutare con maggiore consapevolezza il peso delle scelte e di calibrarle con maggiore precisione: fra i vari esempi a riguardo, quanti impianti eolici invece che solari installare, dove localizzarli, quali investimenti nelle reti effettuare, dove farli ecc.

Come utile punto di partenza per questa riflessione, giova ricordare che i costi degli incentivi che i consumatori pagano ogni anno nelle tariffe energetiche, principalmente in quella elettrica, ammontano a circa 15 miliardi di euro.

Fino a qualche mese fa, cioè prima del forte innalzamento del prezzo del gas sui mercati internazionali, questo ha voluto dire che poco meno del 30% della bolletta elettrica è stato destinato agli incentivi, in massima parte per le energie rinnovabili e l’efficienza energetica. Il gas è la principale fonte primaria utilizzata in Italia per produrre elettricità e il forte aumento del suo prezzo non può che ripercuotersi su quello dell’energia elettrica.

Nella attuale situazione di forte aumento del prezzo del gas e di fiscalizzazione degli incentivi, il calcolo è più difficile da effettuare, in considerazione delle scelte che verranno fatte nei prossimi mesi, sia per calmierare il prezzo del gas che per spostare verso la fiscalità generale almeno parte degli incentivi.

Quindi, sempre in termini di riflessione generale, utile a contestualizzare quali politiche adottare, le rinnovabili non hanno ancora raggiunto la cosiddetta parità energetica e per rendere possibili gli investimenti i consumatori devono pagare un extra costo rispetto a quello per l’energia prodotta da fonti tradizionali.

Quindi, va bene investire in energie rinnovabili, ma bisogna farlo dicendo che ci sono costi aggiuntivi rispetto a quelli che già ora vengono pagati e chiarire chi deve pagarli.

In una recente audizione al Senato, il Gestore della rete di trasmissione nazionale, Terna, ha fornito alcuni dati circa i costi da sostenere per raggiungere gli obiettivi di produzione elettrica da rinnovabili fissati per l’Italia al 2030 in accordo con Bruxelles. Si tratta di 60 GW con un costo di circa 60 miliardi di euro, pari a 4,8 miliardi annui (ovviamente l’ammortamento degli impianti è calcolato oltre il 2030).

Oneri importanti, ma che devono essere confrontati con una produzione di energia della stessa entità utilizzando il gas. Se il prezzo restasse per un periodo lungo ai livelli attuali, probabilmente si potrebbe anche superare il costo degli investimenti per le rinnovabili.

Comunque i 4,8 miliardi annui caricati in bolletta rappresenterebbero pur sempre il 10% di quanto attualmente viene pagato (circa 50 miliardi all’anno).

Con cifre così rilevanti in gioco è fondamentale garantire sia la massima efficienza nelle scelte sulle rinnovabili sia il minor onere da porre a carico della collettività.

Ad esempio, la localizzazione degli impianti ha un grande influsso sul costo dell’investimento. Oggi si parla molto di eolico offshore, cioè localizzato in mare, per superare la sindrome nimby, cioè l’opposizione degli abitanti dove gli impianti dovrebbero essere localizzati. A parte che nemmeno l’offshore garantisce un’approvazione certa, sono i costi a dover preoccupare. Si tratta in media del doppio rispetto agli impianti sulla terraferma.

I costi stimati da Terna per raggiungere i 60GW di incremento della capacità pattuito a livello comunitario, dovranno probabilmente essere rivisti al rialzo e non di poco. Comunque, se manca una valutazione dei costi non si possono fare comparazioni fra scelte di investimento alternative.

Se si parla di costi bisogna anche sapere chi se ne farà carico. Finora, come già chiarito, i consumatori li hanno pagati nella bolletta elettrica. In futuro sarà ancora così e fra quanti saranno ripartiti? Se, come previsto, aumenteranno sia l’autoconsumo che le comunità energetiche i costi degli incentivi rimarranno a carico dei soli consumatori che prelevano dalla rete tutta l’energia elettrica di cui hanno bisogno oppure se ne farà carico, in tutto o in parte, la fiscalità generale?

Non si tratta di piccole cifre perché, prima che il prezzo del gas schizzasse verso l’alto, la quota di incentivi, di oneri fiscali e di rete valeva più del cinquanta per cento del prezzo totale.

Quindi, dare la possibilità a una parte di consumatori di auto-produrre singolarmente o nell’ambito delle comunità energetiche implica costringere gli altri consumatori a farsi carico dei risparmi conseguiti da questa parte.

Al di là delle affermazioni di principio sulla lotta al cambiamento climatico occorre affrontare anche questi aspetti che saranno determinanti per il consenso che dovrebbe accompagnare la transizione.

È prevedibile che ci sarà chi sosterrà il massimo allargamento dell’autoconsumo e delle comunità energetiche e chi, invece, riterrà preferibile continuare a demandare agli operatori tradizionali i compiti di produrre e distribuire l’elettricità. Più in generale, riscontri numerici sarebbero importanti per capire in che modo ripartire fra i consumatori i costi della transizione energetica nel suo insieme. Rilevanti, come si è visto poco sopra, e che raggiungono livelli al limite della sostenibilità in un periodo quale quello attuale di alti prezzi di gas.

Luigi Bonelli

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