I vaccini, l’Europa e i limiti da superare

La difficile gestione dell’acquisto dei vaccini rischia di passare agli occhi dell’opinione pubblica come l’ennesima colpa di un’Europa dominata dalla burocrazia. È una narrazione talmente radicata che è anche difficile confutarla. Lo fa Fabio Colasanti, economista che ha lavorato molti anni alla Commissione europea con alcuni interventi sul suo sito https://fabiocolasanti.ning.com fra i quali anche un articolo pubblicato dal Corriere della Sera il 6 marzo. Ripercorriamo perciò la sua riflessione.

Afferma Colasanti: “La Commissione europea ha concluso dei contratti-quadro con un certo numero di aziende. Ma, entro certi limiti, le quantità di ogni vaccino da acquistare sono state modulate in funzione delle preferenze di ogni Paese” che ha riguardato anche la scelta delle diverse tipologie di vaccini. In ogni caso i negoziati sono stati condotti dalla Commissione europea coinvolgendo un gruppo di sette rappresentanti degli Stati membri.

Una precisazione è necessaria anche per l’ordinazione di 30 milioni di dosi supplementari di Pfizer-BioNTech da parte della Germania che ha suscitato un piccolo moto di indignazione nell’opinione pubblica. Ebbene gli altri paesi membri erano stati informati e le consegne arriveranno dopo quelle previste dal contratto quadro Ue. Nessuna prevaricazione dei più forti quindi.

È importante ricordare che “quando i contratti quadro sono stati firmati (e trasmessi i primi ordini di acquisto) nessuno era in grado di sapere quali vaccini sarebbero un giorno stati disponibili e quando”. Parliamo infatti di trattative avviate e concluse nell’estate del 2020.

Nell’articolo sul Corriere Fabio Colasanti amplia l’analisi e traccia una comparazione con i risultati raggiunti da Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele. Rispetto a questi tre paesi l’Europa è in ritardo, ma non per responsabilità specifiche della Commissione europea bensì per un diverso approccio che distingue i paesi dell’Unione europea nell’impostare i “rapporti tra stato e imprese per raggiungere degli obiettivi eccezionali di interesse comune”.

La differenza è tra pragmatismo (con una forte discrezionalità delle pubbliche amministrazioni) e un “approccio giuridico, basato spesso sulla necessità di limitare il più possibile la discrezionalità della pubblica amministrazione”. Per ottenere i vaccini l’approccio pragmatico si è rivelato più efficace di quello giuridico.

Colasanti esemplifica spiegando che negli Stati Uniti una volta identificati obiettivi di ricerca prioritari sono state create specifiche organizzazioni con lo scopo di raggiungerli mettendo a loro diposizione risorse cospicue e attribuendo molta discrezionalità nel loro utilizzo. Nulla di simile nei paesi europei. I fondi per la ricerca vengono spesi sulla base di programmi con “procedure molto complesse che riducono il rischio di arbitrio e aumentano la trasparenza, ma allungano i tempi e non agevolano il raggiungimento dell’obiettivo desiderato. Per i paesi “pragmatici”, quello che conta è il risultato finale, per i paesi “giuridici” quello che più conta è che i soldi siano spesi correttamente”.

Per i vaccini gli Stati Uniti hanno applicato il loro metodo creando un’organizzazione dedicata (la Warp Speed) diretta dal responsabile della logistica dell’esercito americano affiancato da un ricercatore e affidandole dieci miliardi di dollari per compiere la sua missione.

Le ditte produttrici di vaccini hanno ricevuto aiuti e facilitazioni. La Warp Speed ha collaborato in vari modi al loro sviluppo con assoluta discrezionalità scegliendo quelli che riteneva migliori senza ricorrere a procedure complesse.

Per dare un’idea dell’impegno pubblico la spesa di Warp Speed ammonterebbe a ben 18 miliardi di dollari di molto superiori a quanto messo in campo dall’Unione europea, circa 3 miliardi di euro.

Osserva Fabio Colasanti che “i paesi pragmatici hanno anche sollevato le ditte produttrici da ogni responsabilità per gli effetti collaterali che i vaccini avrebbero potuto avere (…). L’Unione europea ha rifiutato di prendere una decisione simile”. Una differenza non da poco.

Alcune critiche sono state rivolte all’assenza nei contratti di clausole con penalità in caso di ritardi. Giustamente viene osservato nell’articolo che simili clausole non potevano essere accettate perché al momento della conclusione dei contratti c’era molta incertezza sull’effettiva messa in produzione dei singoli vaccini e sui tempi.

Qualunque critica non dovrebbe dimenticare il risultato eccezionale che è stato raggiunto e la rapidità con la quale è stata avviata una produzione di massa. Tra poche settimane l’Europa e, quindi anche l’Italia, saranno rifornite di enormi quantità di dosi e allora il problema sarà solo di somministrarle con estrema velocità perché il virus è automatico e avanza comunque.

Dalla vicenda dei vaccini arriva uno stimolo a superare i limiti dell’approccio giuridico attento alle garanzie e alle procedure. Proprio uno dei limiti strutturali che pesano da sempre sull’Italia

Claudio Lombardi

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