Il futuro che ci attende. Forse

Un brano del libro di Marco Ruffolo, “L’angelo sterminatore” (Laterza, 2021) sembra descrivere il futuro che ci attende. Bisogna fare tutto il possibile perché la profezia non si avveri.

“……..La parola «Elezioni» campeggiava ovunque. E negli editoriali si respirava una limpida aria di scampato pericolo. Scansata l’ardua impresa di rifondare lo Stato italiano, la politica poteva tornare al suo collaudatissimo savoir-faire, alla suadente affabilità delle sue trame, al galateo delle sue procedure. I commentatori sarebbero tornati a sguazzare eccitati nei talk show, gli analisti a tagliare il capello in sedici, gli esperti dal sorrisetto sarcastico a innamorarsi dei propri scenari. Evviva – pensava il premier, isolato nel suo studio, mettendosi per un attimo nei panni dei suoi aguzzini –, finalmente non si sarebbe più parlato dei problemi dei cittadini, che – diciamocelo – sono di una noia esasperante. Finalmente si sarebbe tornati a parlare di schieramenti, correnti, ribaltoni, giravolte, mosse a sorpresa, guizzi partitici, premier e candidati da giubilare, retroscena dietrologici visti da dietro, rumors, stanamenti, nascondini, e via dimenandosi nel ballo sfrenato del politichese. Il tutto condito dai cachinni dei comici di turno, che già da molto tempo erano diventati i veri politici.

Questo pensava il Presidente del Consiglio quando fu interrotto dalle notizie che arrivavano dai mercati. Lo spread aveva superato rapidamente 300 punti. Borsa in picchiata. …

… Fedeli alla loro ormai collaudata incapacità di leggere con sufficiente profondità gli avvenimenti, quella sera molti siti giornalistici avevano già premuto il pulsante pavloviano del complotto. Il sipario si era quindi sollevato su una commedia che, seppur vista e rivista ormai tante volte, riusciva ancora a produrre qualche effetto sull’opinione pubblica. Autentica commedia dell’arte, con le tradizionali maschere della semplificazione: poteri forti intenti ad affossare il nostro paese, affamati speculatori pronti a fare a pezzi i nostri risparmi, lobby giudo-massoniche (come sempre) scoperte a scommettere sul disastro italiano. La consueta traslazione di colpe rovesciava oltralpe e oltreoceano ogni responsabilità della nuova crisi finanziaria, invitando l’opinione pubblica a rintracciarle, possibilmente, in personaggi in carne ed ossa da dileggiare, grigi burattinai di una finanza bastarda che per diventare ancora più ricca aveva ora deciso di affossare definitivamente il nostro Belpaese. Pochi erano in grado di uscire da questo teatrino della deresponsabilizzazione, e di guardare in faccia un paese che si stava uccidendo da solo, navigando alla cieca verso altre inutili elezioni.

Una parte sia pure minoritaria della stampa straniera, che fino a quel momento era stata piuttosto benevola con il nostro paese, cominciò a parlare di «Italia fallita» in perfide inchieste dal titolo Mamma mia!, che riesumavano trite vignette con spaghetti al sugo arrotolati su immense forchette, fannulloni dormienti dentro pigiami tricolore e lupare fumanti con basco e scacciapensieri appesi. Lo spettro della crisi finanziaria dell’estate 2011 si ripresentava undici anni dopo, appesantita per giunta da un debito pari al 170%, e da un Pil che non aveva ancora recuperato i disastri del biennio pandemico. E tuttavia ben pochi avevano la consapevolezza che l’Italia stava perdendo, e forse aveva già perso, anche l’ultimo treno”.

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