Il futuro è il lavoro non il blocco dei licenziamenti

“Il governo dovrà proteggere i lavoratori, tutti i lavoratori, ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche. Alcune dovranno cambiare, anche radicalmente”. Parole chiare di Draghi nel discorso per la fiducia del 17 febbraio. Parole che tracciano un indirizzo politico che guarda oltre al blocco dei licenziamenti introdotto dal governo Conte un anno fa.

Marco Bentivogli, Pietro Ichino e Lucia Valente in un articolo pubblicato su Repubblica il 9 marzo hanno provato a dare un contributo di idee per riempire il vuoto che persiste tuttora su cosa accadrà dopo la fine del blocco il prossimo giugno.

Blocco dei licenziamenti e Cassa Integrazione Covid hanno svolto una funzione molto importante per contenere la perdita di posti di lavoro nella pandemia. Ma a un anno dall’inizio dell’emergenza una loro proroga indiscriminata rischia di produrre danni maggiori rispetto ai benefici (…)”.

Nei casi in cui è certo che il lavoro non riprenderà, prolungare il divieto di licenziamento danneggia non solo le imprese, ma anche le persone interessate, cui si offre solo la prospettiva di inerzia, quindi di allontanamento progressivo dal mercato del lavoro. È molto più utile per le une e per le altre, in questi casi, che si consenta la cessazione dei rapporti di lavoro, si riattivino gli assegni di ricollocazione e si aumentino entità e durata del trattamento di disoccupazione. Per esempio alzando i tetti attuali della NASpI (lo stesso va fatto per la Dis-Coll, riservata ai collaboratori) e allungandone la durata massima. Occorre ricordare che anche in questo periodo di crisi gravissima le assunzioni regolari in Italia si contano in centinaia di migliaia ogni mese; e in una frazione di esse che va da un sesto a un terzo, a seconda dei settori e dei profili professionali, le imprese hanno difficoltà a trovare le persone che cercano”.

Se, invece, bisogna intervenire su aziende sane, cioè che non avevano difficoltà prima della pandemia, allora vanno aiutate a superare questo periodo difficile. In questi casi, ha un senso prorogare il blocco dei licenziamenti e la Cassa Covid, ma condizionandoli ad accordi per la piena ripresa dell’attività.

Il problema cruciale sono le politiche attive del lavoro. L’Anpal e i Centri per l’Impiego dovrebbero essere i punti di riferimento per gestirle. I CpI dovrebbero dedicarsi ai servizi di orientamento, informazione e assistenza all’incontro fra domanda e offerta di lavoro. Ma spetta all’Anpal operare un coordinamento nazionale che, attualmente, richiede il coinvolgimento della Conferenza Stato-Regioni. Occorre anche integrare il sistema informativo dei CpI con quello dell’Inps e  possibilmente anche con quello di Infocamere, in modo che sia possibile monitorare non solo i requisiti ma il percorso di ogni persona in cerca di occupazione.

Fin qui le proposte di Bentivogli, Ichino e Valente. Il problema è che l’Anpal non funziona e il governo, come ha detto il ministro del lavoro Orlando, non intende compiere alcuna azione per smuoverla. C’è la questione del suo presidente, il famoso Mimmo Parisi, che qualunque governo che volesse agire seriamente licenzierebbe dal suo incarico come primo passo per sbloccare la situazione.

Purtroppo, dice Orlando che la sostituzione del presidente part time (si deve dividere tra Anpal e università del Mississippi nella quale continua a lavorare) non è all’ordine del giorno perché i vertici Anpal scadono tra molti mesi. Orlando si è dimenticato in un batter d’occhio delle proteste del suo partito che spergiurava sulla rimozione di Parisi. Ora il problema non c’è più e il presidente part time dell’Anpal può continuare a godere di tutti i benefit (contestati per l’elevato ammontare dalla Corte dei conti) e dello stipendio pieno pur facendo avanti e indietro con gli Usa (a spese sue? No, a carico nostro).

Difeso a spada tratta da Di Maio e da Conte fino alla caduta del governo il Parisi è un concentrato di tutto ciò che il M5s ha sempre giudicato intollerabile per chi siede al vertice di un’agenzia pubblica.

Per quanto possa apparire paradossale ora la inspiegabile protezione a Parisi arriva dal ministro del lavoro Orlando. E questo proprio nel momento in cui il ruolo delle politiche attive del lavoro si fa cruciale. Eppure continuare a tenere Parisi al vertice dell’Anpal, nonostante una gestione completamente fallimentare, è un notevole problema di credibilità politica per tutto il governo e in particolare per Draghi. Si dice che l’intenzione di Orlando sia quella di lasciar andare alla deriva Anpal guidata dal furbo Parisi per poi giustificare il riassorbimento nel ministero del Lavoro delle sue competenze. Quindi il buon Orlando a nome del Pd avrebbe fatto questa pensata: dimostro che Anpal è completamente inutile e poi la trasformo in un ufficio del mio ministero. Cioè sprechiamo ancora denaro pubblico e facciamo venir meno il ruolo delle politiche attive affidandoci alla cassa integrazione e al blocco dei licenziamenti come se questa potesse essere una politica seria.

Qualcuno dovrebbe tirare le orecchie a Orlando richiamandolo ai suoi doveri. Magari lo stesso Draghi che si gioca la reputazione o magari Letta che rischia di veder compromessa l’immagine del Pd. Chi si muoverà per primo?

Claudio Lombardi

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