Il sogno di Gorbaciov

Una riflessione di Flavio Fusi dopo la morte di Mikhail Gorbaciov, l’ultimo illuminista che ha tentato di riformare il comunismo.

Nel tramonto, la scritta “Perestroika” in gigantesche lettere rosse luminose sfolgorava sul piano più alto dell’edificio di fronte. Machackalà, Caucaso settentrionale: ultima fermata prima della Cecenia in fiamme. Dalla lontana capitale, le parole del sogno erano arrivate fino a questa estrema periferia dell’impero. Riforme, ricostruzione, critica, trasparenza: ogni popolo traduceva a suo modo il vento nuovo che veniva dal Cremlino. Nelle turbolente marche di frontiera che furono zariste e poi sovietiche, significava libertà e indipendenza. A Mosca – in quella incredibile primavera di Mosca – una parola che si faceva fatica a pronunciare: democrazia.

Era quella – fine degli anni Ottanta – l’ultima chiamata per l’esausta Unione Sovietica. Sfiancata dalla sfida della guerra fredda, reduce dalla rovinosa avventura afghana, sull’orlo della catastrofe economica, la Nomenclatura cominciò a giocare con il morto. Sepolto Leonid Breznev – che ancora in vita i moscoviti chiamavano “la salma” – arrivò solo per pochi mesi il malconcio Jurij Andropov. Infine l’antico Konstantin Cernenko, che giunse già cadavere o semi-cadavere nei vasti saloni del Cremlino.

La scelta finale di Mikhail Sergeevic Gorbaciov – un energico e sconosciuto funzionario di Stavropol – era più per disperazione che per strategia. Ma fu da quella scelta che la vicenda dell’immenso Paese e del mondo intero cominciò a correre per non fermarsi più. Racconta una leggenda, che mi piace considerare storia, di quella passeggiata nei giardini del Cremlino in compagnia del fedele amico e collaboratore Eduard Shevardnadze. Mikhail Sergeevic è preoccupato, di malumore: «Così non si può più andare avanti», esclama il nuovo segretario generale del Pcus. Che straordinaria parola d’ordine! Gorbaciov aveva chiaro lo stato reale del Paese e l’urgenza di una via nuova: quella che fu intrapreso nei tumultuosi anni successivi fu dunque una scommessa che solo un grande politico poteva concepire. Così non si può più andare avanti: probabilmente c’è stato davvero un momento in cui Gorbaciov ha sentito nella propria carne che in qualche modo bisognava chiudere il vecchio libro e aprire porte e finestre dell’antica casa, prima che il fuoco o il terremoto scavasse e bruciasse tutto fino alle fondamenta.

L’ultimo scorcio del decennio – l’Ottanta di Gorbaciov – fu dunque una stagione indimenticabile per Mosca e per l’intera Unione Sovietica. Una straordinaria liberazione di energie sul filo di un azzardo che poteva affrancare il futuro o ricacciare indietro di decenni l’intera società. La capitale che conoscemmo allora appariva piena di energie e aspettative, nuova, come la Mosca frenetica e futurista della Nep descritta negli anni Venti da Michail Bulgakov.

Si riscopriva con dolore la storia di un intero continente, e con la storia i grandi peccati del passato, i silenzi colpevoli, i tradimenti, i fallimenti travestiti da successi. Fiorivano nuovi giornali e riviste, la battaglia delle idee era aspra ma degna di un Paese deciso a riscattarsi da un passato di tenebre. Beninteso: era un’aspra guerra, e a quest’uomo nessuno faceva sconti: contro di lui i nostalgici tramavano nell’ombra, mentre i riformatori radicali lo attaccavano per riforme considerate troppo timide.

Sulla piazza Rossa si confrontavano i cortei di fazioni opposte: le bandiere rosse sovietiche contro il tricolore della Russia, i partigiani della retorica leninista contro i visionari di un capitalismo mitico. L’impresa era estrema, e nell’impresa ci furono errori e fatali ingenuità, timidezze e passi falsi, tradimenti anche. Al fondo, Gorbaciov è stato un raro esempio di illuminista orientale. E quando il Cremlino lancia la campagna contro la vodka dimentica che per le strade di Mosca e di tante massacrate città sovietiche la fiamma della vodka serve – eccome – a riempire le pance vuote di pane e di sogni. Breve stagione: alla fine, il grande sognatore fu sconfitto.

È concesso un ricordo personale? Siamo stati testimoni – sono testimone – di un tramonto: Gorbaciov che dopo il fallimento del colpo di stato dell’agosto scende dalla scaletta dell’aereo che lo ha riportato dalla Crimea nella capitale. Non è in manette, ma è tuttavia prigioniero, l’uomo precocemente invecchiato che appare nella fredda sera di Mosca. Gorbaciov, penso – con quel giubbetto impermeabile aperto sopra la camicia, con il passo incerto e lo sguardo perso – somiglia a mio padre: un uomo vigoroso e stanco che ormai ha combattuto tutte le sue battaglie.

Breve stagione: quando Boris Ieltsin apparve all’orizzonte, le nostre democrazie abbandonarono Gorbaciov per affidarsi al “grande liquidatore” dell’Unione Sovietica. L’ideologia sembrò allora più decisiva della geo-politica, e fu questo il peccato originale che l’Europa e l’Occidente pagano ora a caro prezzo sui campi di battaglia del Donbass. Sono trascorsi più di trenta anni da quella fredda notte di Mosca, e lo vediamo oggi contro quale Moloch l’uomo di Stavropol era chiamato a combattere: l’impero che è tornato, la guerra di conquista come destino, il drago rosso-bruno che massacra l’Ucraina, manda al macello migliaia di giovani soldati e a Mosca riduce al silenzio ogni voce di dissenso.

Nell’intervista concessa pochi anni fa al regista tedesco Werner Herzog, chiamato a definire il senso della sua sfida e della sua sconfitta, il vecchio Mikhail risponde semplicemente: «Ci abbiamo provato». Una confessione che è anche il titolo di uno straordinario capitolo della nostra storia: «Ci abbiamo provato».

Flavio Fusi tratto da www.succedeoggi.it

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