Indifferenza e retorica per i morti del covid

La ferocia è un bel romanzo di Nicola Lagioia uscito nelle librerie sei anni fa. Il libro – che vinse il premio Strega – racconta una storia di ordinaria ferocia ai tempi nostri e alle nostre latitudini: una ferocia cittadina e periferica, inter-famigliare, domestica e addomesticata dalle buone maniere.

La parola, e il fenomeno che questa parola descrive, è per fortuna una esperienza nascosta in un angolo remoto della coscienza e della vita quotidiana di noi cittadini bianchi, occidentali, europei. Di ferocia, certo, abbiamo sentito parlare da quando ci fu concesso il dono della ragione. E di ferocia ne ho vista in abbondanza, nel mio lungo girovagare tra le città e le campagne in fiamme del secolo breve. Per dire: meno di trenta anni fa, nella Vukovar conquistata a suon di cannonate dall’ esercito serbo, famiglie intere cercarono rifugio nelle cantine. Ma i tigrotti di Arkan – eccitati dall’odore del sangue – gettarono granate dentro le cantine, e poi entrarono – in quel macello – a finire il lavoro con la lama dei coltelli.

Nessun paragone, certo. La nostra è una ferocia in tempi di pace, ma non facciamoci illusioni: appartiene allo stesso genere, e cambia soltanto l’unità di misura. Quella di Vukovar – e di Grozny, e del Ruanda e di Haiti – si misura con il sangue, mentre la nostra  si misura per sottrazione, per silenzi, spesso per colpevole retorica. La nostra ferocia di occidentali ben educati è l’indifferenza: è – per dirla con il vecchio maestro Herbert Marcuse – «una confortevole, levigata, ragionevole ferocia».

In breve: dall’inizio della tragedia del Covid sono morti più di sessantamila italiani e si viaggia verso i settantamila a colpi di seicento-settecento-ottocento morti al giorno. Ora, io vivo in campagna a pochi chilometri da una placida cittadina della Maremma toscana, che conta – appunto – sessantamila abitanti. Immagino di entrare in questa città che conosco fin da bambino e trovarla abbandonata, vuota di ogni umana presenza. Immagino – in questa Vukovar senza sangue e senza macerie – cataste di bare ordinatamente impilate in ogni strada e sotto ogni casa, feretri stipati nelle cantine e sui pianerottoli di ogni appartamento.

Questo succede ogni giorno, ma su questo si sorvola, si fa la faccia triste, si abbassa la voce in segno di lutto, si tace infine. Ricordo una delle ultime apparizioni televisive del grande consolatore. Quel giorno erano morte 831 persone, ma quel numeretto, nella prosa compunta e curiale del premier, non apparve. In una relazione un po’ affannata, gonfia come un fiume in piena di cifre percentuali proporzioni previsioni e assicurazioni, mancava proprio un particolare: 831 persone passate dalla vita alla morte, 831 bare accatastate nelle camere ardenti, 831 famiglie in lutto. A onor del vero occorre dire che in quella occasione nessuno di noi giornalisti (giornalisti vil razza dannata) chiese ragione di quella amnesia. Contagiati da quella dimenticanza, gli intervistatori si acconciarono a commentare e interpretare le cifre diligentemente fornite dall’ufficio stampa.

Non è dunque solo questione di ministri e presidenti in grisaglia e con elegante pochette tono su tono. Ai tempi dell’Isis – ricordate l’Isis? – e all’ora del telegiornale, ogni compunto mezzobusto raccomandava agli spettatori di distogliere gli occhi dalle immagini troppo feroci con cui i tagliagole islamici documentavano la loro vendetta di sangue su ostaggi innocenti. Questione di pietà e anche di buon gusto, davanti alle tavole apparecchiate degli italiani.

Non succede lo stesso in questi giorni? Cioè: non siamo sullo stesso territorio, quando i morti in carne ed ossa delle nostre città e dei nostri paesi sono sterilizzati in un numeretto stampato sul video e sussurrato con accorata partecipazione? Indifferenza, silenzio, retorica. Peggio ancora quando la ferocia si traveste da riflessione sociologica. Un giornalista scaltro come Marco Travaglio giustifica per esempio il record di morti nel nostro Paese con il fatto che – rispetto alla Germania – in Italia i vecchi «stanno più in famiglia» e quindi il contagio sarebbe più ampio. Il direttore del Fatto – che ha da tempo riposto le vesti inesorabili  di Savonarola – rimanda così ai paesaggi bucolici di  Cristo si è fermato ad Eboli e rende un commosso omaggio alla attuale società agro-pastorale italiana.

È ferocia anche negare la ferocia. Nelle mie campagne, quando un lupo balza sulle pecore indifese, il gregge sbanda terrorizzato, si stringe alle staccionate, cerca invano una inesistente via di scampo. Ma quando il lupo è sazio e abbandona la mattanza, le pecore tornano felicemente a brucare tra i cadaveri smembrati e il sangue dei propri simili più sfortunati. Gli scienziati ci assicurano che il virus sarà sconfitto quando noi umani potremo opporgli con il vaccino lo scudo dell’immunità di gregge.  Ma la buona notizia è questa: l’immunità di gregge è già tra noi. Trascorsa l’ora del telegiornale, accolti con compunzione i numeri del lutto quotidiano, pecore e pastori possono tornare ad accapigliarsi sulla gita fuori porta e sul cenone di fine anno.

Flavio Fusi tratto da www.succedeoggi.it

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