Israele e la colpa di esistere secondo gli LGBTQ+

Un articolo di Marco Pierini su www.linkiesta.it analizza la stranezza della mobilitazione LGBTQ+ a favore della Palestina ovvero della libertà “dal fiume al mare” come recita lo slogan che ha trionfato nelle manifestazioni che si sono succedute nei paesi occidentali dopo il 7 ottobre. Di seguito una sintesi mentre il testo integrale lo trovate QUI

Nel passato le ideologie fornivano una versione semplificata dell’interpretazione del mondo secondo categorie fisse (esempio: sfruttato-sfruttatore; capitalista-anticapitalista). Era un modo per spiegare fenomeni diversi presentandoli secondo uno schema che puntava alla mobilitazione per confermare tesi predeterminate.

Qualcosa di simile è accaduto dopo l’inizio della guerra di Gaza provocata dal massacro del 7 ottobre. I movimenti che negli Stati Uniti e in Europa si erano schierati contro il razzismo o per la difesa di ogni possibile minoranza si sono identificati con la battaglia contro Israele e per i palestinesi applicando a questi la categorizzazione secondo ruoli fissi all’interno dello schema “oppresso-oppressore”. È stato così possibile saltare ogni analisi sui soggetti in campo e inserire i palestinesi, intesi come entità sociologica indefinita, nel campo di chi si batte per la giustizia e contro le discriminazioni. Vittime per definizione non potevano che contrapporsi ad un carnefice entrambi congelati nei loro ruoli. Scambiando uno schema astratto per realtà e cancellando ogni analisi fattuale e storica i “Queers for Palestine” hanno potuto unire le lotte Lgbtq+ e l’attivismo filo-palestinese identificando una radice comune degli uni e degli altri.

Poiché la realtà può confondere gli schemi teorici è arrivata l’accusa ad Israele di strumentalizzare le politiche di integrazione rivolte alle comunità Lgbtq+ sostenendo che queste siano strumento di legittimazione dell’oppressione. Già, il problema è che la realtà non può essere contenuta nello schemino “oppresso-oppressore” ed Israele è uno dei paesi più avanzati del mondo nel riconoscimento delle identità LGBTQ mentre il mondo degli islamisti stile Hamas, è uno dei più feroci oppressori di ogni diversità.

Come le ideologie di un tempo questi gruppi vogliono farci credere che ogni conflitto o ingiustizia abbiano la medesima origine privandoci così degli strumenti di comprensione e conoscenza. In cambio ci propinano i loro schemini che chiudono le menti e aizzano chi non vuole capire, ma solo avere un nemico da attaccare.

In questo modo, come scrive Marco Pierini, Israele è essenzializzata cioè ridotta a una cosa sola, un’entità teorica definita una volta per tutte. “Così facendo, ogni espressione di quella società non è più segno di dinamiche e di un processo evolutivo, ma è solo l’ennesimo modo per giustificare l’oppressione”. Se questo meccanismo mentale riesce a prevalere qualsiasi analisi della società israeliana decade: tutto e tutti condividono una colpa che li bolla in eterno come carnefici. Ed ecco lo slogan “Palestine will bee free from the river to the sea” che presuppone l’espulsione di Israele dal Medio Oriente o lo sterminio degli ebrei che è l’obiettivo di Hamas. Piace molto ai manifestanti questo slogan perché inquadra la realtà in uno schema binario: o stai di qua o stai di là. Per un movimento Lgbtq+ che pretende il riconoscimento di ogni frazione di identità è un salto logico assurdo, ma significativo dei danni che può fare l’ideologizzazione delle menti.

Ovviamente con questo approccio diventa necessario disconoscere l’esistenza in Israele di persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali perché sarebbe inevitabile ammettere che possono vivere liberamente la propria identità. Un fatto eccezionale nel contesto mediorientale. Bisognerebbe allora ammettere che la società israeliana vive secondo i migliori standard occidentali e mal si concilia questo con la visione di uno stato fascista (come dicono in tanti) o perlomeno guidato dalla mano del boia oppressore.

A questo punto Marco Pierini porta alcuni esempi di cosa voglia dire questa libertà di vivere la propria identità. Matrimonio. In Israele non esiste (ancora) il matrimonio civile, ma i matrimoni egualitari contratti all’estero sono riconosciuti e sono validi, e quindi lo sono le coppie di fatto considerate dalle corti come “istituzioni” che producono effetti in ordine al riconoscimento dei diritti sociali e dell’adozione del figlio del partner. Esercito. Nessuna restrizione. Da molto tempo le persone transgender servono nelle Forze di difesa israeliane (Idf), che coprono i costi dei trattamenti sanitari come le terapie ormonali. Di recente è stato esteso alle coppie omosessuali il trattamento economico nei confronti di chi ha perso in battaglia il partner. Aggiungiamo al quadro ciò che il mondo ha potuto vedere nel corso di undici mesi ovvero le lotte della società civile contro il governo Netanyahu che si sono svolte liberamente e che nessuno ha represso. Un bel confronto con l’Iran dove sono stati massacrati migliaia di giovani senza che negli Usa e in Europa si riempissero le piazze per le proteste sarebbe necessario.

È motivo di grande preoccupazione che movimenti che vogliono intestarsi le battaglie per i diritti ignorino la verità delle cose e si schierino contro Israele e dalla parte di non si sa quali battaglie dei gruppi armati palestinesi (un nuovo sterminio degli ebrei?). Emerge una sudditanza culturale ad un antioccidentalismo spinto fino alla negazione della libertà e all’esaltazione dei suoi peggiori nemici. Questo è il punto. Il campo dei nemici della libertà e della democrazia si estende ad una parte delle intellettualità e delle opinioni pubbliche degli Usa e dei paesi europei. Un bel segnale per gli islamisti, ma non per noi

Claudio Lombardi

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