La bella Italia di Sergio Mattarella

Chi invocava la riscossa della politica ieri con l’insediamento del  Presidente della Repubblica ha avuto la risposta. La politica nella sua espressione più alta e compiuta ha parlato con la voce di Sergio Mattarella e si è manifestata con il volto di uno Stato autorevole e solenne capace di inorgoglire ogni italiano. Per una volta i luoghi del potere sono apparsi come il risultato di una lunga storia fatta di tragedie, sconfitte e trionfi; una storia alla quale gli italiani sentono di appartenere. Il palazzo di Montecitorio, l’Altare della Patria, il Quirinale, persino i corazzieri a cavallo e la mitica Flaminia presidenziale si sono rivelati come lo specchio di una Repubblica erede di un lungo passato che è patrimonio della Nazione e quindi della collettività che la incarna. Il rito dell’insediamento del Capo dello Stato si è rivelato, con il suo formalismo mai stucchevole, come il momento del riconoscimento di un’Italia ideale, pulita e affidabile. Difficile immaginare un rappresentante di questo ideale diverso dall’anziano Presidente, schivo, timido, ma fermo e determinato. I giorni della ricerca spasmodica, disordinata, confusa di un presidente qualunque tra vecchi politici e nuovi volti tutti accomunati dall’improvvisazione e, perciò, non credibili sono apparsi lontani. Tempo perso.

Nel suo discorso Mattarella ha illustrato un programma politico di attuazione dei valori costituzionali. Un programma di lunga durata e libero dai condizionamenti della ricerca del voto che strangolano i partiti. Per fortuna un Presidente della Repubblica non deve cercare voti. Può dunque permettersi di dire la verità e di agire nel solco della Costituzione.

Mattarella ha però dato indicazioni precise sulla funzione del Parlamento, dei partiti e della politica.

“E’ cruciale il ruolo del Parlamento, come luogo della partecipazione. Il luogo dove si costruisce il consenso attorno alle decisioni che si assumono. Il luogo dove la politica riconosce, valorizza e immette nelle istituzioni ciò che di vivo cresce nella società civile.

La qualità stessa e il prestigio della rappresentanza dipendono, in misura non marginale, dalla capacità dei partiti di esprimere ciò che emerge nei diversi ambiti della vita economica e sociale, di favorire la partecipazione, di allenare al confronto. I partiti sono chiamati a rispondere alle domande di apertura che provengono dai cittadini e dalle forze sociali. Senza partiti coinvolgenti, così come senza corpi sociali intermedi, il cittadino si scopre solo e più indifeso. Deve poter far affidamento sulla politica come modalità civile per esprimere le proprie idee e, insieme, la propria appartenenza alla Repubblica”.

Chi lamenta la crisi della politica ha qui i punti di riferimento fondamentali ai quali rifarsi. Chi impreca contro i governi cosiddetti tecnici dimentica che mai è stato impedito ai partiti di assumere le responsabilità che a loro competono in base al voto popolare. Se i presidenti della Repubblica sono stati costretti ad incaricare della formazione dei governi personalità estranee ai gruppi dirigenti dei partiti ciò è stato dovuto alla loro incapacità di superare le divisioni e di trovare l’equilibrio necessario per comporre maggioranze coese troppe volte persi all’inseguimento del loro interesse particolare. Nessun governo, però, è tecnico poiché ha sempre bisogno di un voto parlamentare che è politico perché espresso dai rappresentanti eletti nelle liste dei partiti. Non ha nemmeno senso continuare a definire “tecnici” governi guidati da personalità scelte fuori dai gruppi dirigenti dei partiti. Ciampi, Monti, Draghi non sono tecnici bensì esponenti dell’alta politica che si svolge al vertice delle istituzioni nazionali ed europee.

Si è detto tante volte che i partiti sono diventate macchine di potere funzionali alle carriere e agli interessi dei loro membri e non più organizzatori della partecipazione democratica dei cittadini. È la verità. Non a caso il numero dei loro iscritti, come ricordato di recente da Sabino Cassese, è oggi una frazione di quello degli anni ’50 (con 10 milioni in meno di abitanti). E l’astensione ha raggiunto livelli altissimi. La degenerazione partitocratica che ha condotto i partiti all’accaparramento sistematico di ogni beneficio che deriva dai poteri pubblici è stata la causa della profonda sfiducia che gli italiani stanno manifestando da anni. Tuttavia i partiti scontano un limite costitutivo della loro funzione: devono scegliere, ma farlo senza perdere i consensi che decretano la loro vita o la loro scomparsa.

È un limite della democrazia al quale è difficile sottrarsi. Scegliere può significare scontentare alcuni e premiare altri. I partiti in Italia hanno imboccato, ogni volta che hanno potuto, la strada della mediazione cioè della compensazione degli interessi in gioco distribuendo benefici in base al potere contrattuale e di ricatto di ognuno. Ciò ha portato all’esplosione del debito pubblico, alla corruzione e all’invasione di ogni ambito nel quale ci fosse qualcosa da prendere: posti di lavoro, cariche, finanziamenti. Non si può credere alla narrazione di cittadini buoni presi nelle grinfie di partiti disonesti. Spesso i partiti hanno rispecchiato anche quanto di negativo emergeva nel corpo sociale.

La risposta che tanti danno alla sfiducia dei cittadini nella politica è che ci vuole più partecipazione. Ma quale partecipazione? L’equivoco è che alcuni pensano debba essere quasi un secondo lavoro per cittadini sballottati da un’assemblea a un comitato ad un laboratorio ad una sezione di partito ad una manifestazione di strada. Una visione falsata capace solo di produrre piccole aristocrazie di cittadini attivi che pensano di parlare a nome di tutti. Immaginare le sedi di partito affollate di persone com’era nell’Italia degli anni ’50 è fuori della realtà. D’altra parte anche osannare ogni manifestazione di protesta come accadeva nell’epoca delle lotte studentesche e sindacali significa scambiare una parte per il tutto. Esaltare il civismo, inoltre, è fuorviante. Occuparsi della destinazione di un’area a verde in un quartiere non rappresenta affatto il canale attraverso il quale si arriva alla partecipazione politica. Insomma, la partecipazione non è militanza, ma innanzitutto conoscenza e consapevolezza. Che oggi seguono le vie più diverse. Il problema dei partiti è suscitarla e intercettarla. Il punto di partenza è però la cultura ovvero l’educazione. Chi non conosce bada ai suoi interessi più immediati fregandosene del contesto. Lo sbandamento degli adolescenti oggi non c’è perché qualcuno ha rubato i loro sogni o il loro futuro come spesso si dice con un linguaggio retorico e vuoto, ma perché vivono in maniera ossessiva nel presente avendo di mira il possesso di beni e il raggiungimento di piaceri senza il freno dell’educazione e della cultura.

In questo quadro un compito spetta ai partiti, alla politica e alle istituzioni: dare l’esempio ed esercitare autorevolezza. Bisognerà che comincino a dire dei no e a punire comportamenti antisociali, ma il beneficio arriverà con una maggiore consapevolezza delle persone. Chi invece bada a conquistare voti sfruttando persino le tragedie è responsabile di perpetuare il culto degli interessi particolari il cancro che mina l’Italia

Claudio Lombardi

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