La posta in gioco nella crisi tra Bielorussia e Polonia

Pubblichiamo un articolo di Flavio Fusi tratto da www.succedeoggi.it

Dietro il dramma dei migranti accolti in Bielorussia e condotti dal regime di Lukashenko al confine con la Polonia per minacciare l’unità europea, c’è la mano evidente di Putin. L’uomo di Mosca ha deciso di sfidare la democrazia provando a distruggere la Ue.

Guardiamo sulle carte: il lungo confine verticale tra Polonia e Bielorussia costituisce la frontiera ad oriente dell’Europa unita. Si tratta – come scrive El Paìs – di un “piccolo abisso” non solo geografico, ma anche economico, sociale e civile. Guardiamo ora a terra, calpestiamo la terra: nel gelo e nel fango dei boschi invernali che si stendono tra le due nazioni, si muove alla cieca una folla di disperati, un esercito dolente di esseri umani che conoscono solo una direzione: andare avanti, avanti, fino allo sfinimento.

“Se questo è un uomo”: sono migliaia e migliaia, famiglie intere che arrivano dall’Iraq, dalla Siria e dall’Afghanistan. Hanno affrontato un viaggio tormentoso, e qui si ferma la loro fuga dalla guerra, dalla persecuzione e dalla fame. Scortati e spinti fino a ieri dalla polizia bielorussa, oggi si trovano di fronte una barriera insuperabile di filo spinato, vigilata da ventimila agenti di frontiera polacchi in assetto di guerra. Cani poliziotti, sirene spiegate, manganelli, elicotteri, pestaggi. “Questo è un inferno, la situazione è terribile e si fa ogni giorno peggiore”, scrive l’inviato del Guardian da Sokolka, cittadina polacca a meno di venti chilometri dal confine.

Non si tratta solo di una atroce catastrofe umanitaria, ma di una crisi politica internazionale senza precedenti. Il regime bielorusso reagisce alle sanzioni decretate dall’Europa con quella che Bruxelles chiama una “guerra spuria”, con flussi di migranti prima accolti indiscriminatamente e poi indirizzati verso Ovest e usati come arma impropria per destabilizzare i vicini occidentali: Lituania, Lettonia e soprattutto Polonia.

Questa sfida non è cosa nuova: spesso il ricatto dei migranti è stato usato per lucrare interessi economici e politici nei confronti dell’Occidente. In anni recenti, la Turchia di Erdogan o la Libia dei “principati tribali” hanno usato la strumentalizzazione dei rifugiati come moneta di scambio con le capitali europee, ma oggi la sfida di Lukashenko alza il tiro e si configura come una manovra strategica – una minaccia ibrida, in termini di geopolitica – che punta al cuore stesso delle democrazie occidentali.

La Polonia, con il suo governo di destra, con i suoi provvedimenti illiberali e la sfida dichiarata alle regole comunitarie, è infatti il fianco scoperto dell’Unione europea come si è andata configurando dopo la caduta del Muro di Berlino. Da qui l’allarme e i toni alti con cui le massime istituzioni di Bruxelles reagiscono alla mossa di Minsk: una breccia a oriente, e poi una sconsiderata reazione delle autorità di Varsavia metterebbero a rischio l’intera impalcatura europea, in un periodo turbolento e in un momento di grave debolezza per l’intero Occidente, segnato dalla ferita dell’Afghanistan e dalla sfida ancora aperta con la minaccia pandemica.

Ancora il “fianco orientale”? Ancora la linea di frattura polacca tra due mondi che si fronteggiano? Saremmo tentati di citare la “rivincita della geografia”, prendendo a prestito il titolo di un libro fondamentale di Robert D. Kaplan (The revenge of geography, Random House, 2012). In realtà la sfida è antica, lo scenario identico, ma gli strumenti sono oggi del tutto inediti.

Dietro l’iniziativa del despota di Minsk appare la regia ben più poderosa del Cremlino. Putin – che ha risposto in toni quasi irridenti alla richiesta europea di intercedere con l’alleato-vassallo bielorusso –  ha confessato la sua strategia  in una clamorosa intervista rilasciata solo pochi mesi fa al Financial Times: «La democrazia liberale è finita perché crea una  frattura tra popolo e classi dirigenti», dice in sostanza l’autocrate russo. In alternativa, Putin propone l’idea di una sorta di democrazia illiberale, il cui compito sarebbe solo quello di «garantire una vita stabile, normale, sicura e prevedibile ai suoi cittadini». In pratica un comunismo capitalista, depurato dai riti e i miti del comunismo sovietico dissolto agli albori degli anni Novanta.

In questa sorta di manifesto del sovranismo planetario Putin definisce “non realisti” ingredienti fondamentali della democrazia liberale, a partire proprio dalla pretesa del multiculturalismo e dall’obbiettivo dell’accoglienza dei migranti. Come non vedere, in quello che succede oggi ai confini tra Polonia e Bielorussia, una prova generale di penetrazione ad Occidente del nuovo verbo illiberale?

La Polonia di Mateusz Morawiecki – insieme all’Ungheria di Victor Orbàn – è infatti un nervo scoperto dell’intera impalcatura europea, e la mossa di Mosca-Minsk può essere un grimaldello per forzare nuove frizioni all’interno dell’Unione sul tema fondamentale dei flussi migratori, che appare oggi la chiave di volta di qualunque politica comunitaria.

Finora la reazione europea appare ferma e unitaria: «Vogliono destabilizzare l’Ue, questo è terrorismo di Stato», afferma il premier polacco. Ma è un fatto che l’Europa non è mai riuscita a risolvere il rebus dell’accoglienza, al di là di vuote dichiarazioni di buona volontà e di interventi tampone. E oggi – proprio oggi – sembra riaprirsi il dossier dei “muri di protezione”, con una stridente contrapposizione tra le massime autorità di Bruxelles. Mentre il Presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen esclude il contributo comunitario a qualsiasi infrastruttura di separazione nei singoli Stati, il presidente del Consiglio Charles Michel, in visita a Varsavia, annuncia la disponibilità a discutere “la realizzazione e il finanziamento di infrastrutture fisiche a protezione dei confini”: un modo elegante per definire il muro già annunciato dal governo polacco. Torna dunque ad affacciarsi la tentazione del fortino, l’illusione di risolvere un problema epocale con casematte, muri e filo spinato. Sarebbe questa davvero una sconfitta della democrazia liberale e dell’Europa unita, nata trenta anni fa proprio sulle rovine del muro di Berlino, e fondata su un giuramento solenne: mai più muri, mai più barriere.  Oggi, come titola El Paìs, Mosca tenta l’assalto all’Europa «con l’aiuto del generale inverno». È questa la posta in gioco – niente di meno – nei boschi gelidi della frontiera tra Polonia e Bielorussia.

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