La sfida esistenziale della Russia all’Europa libera

Sul Foglio del 23 febbraio la storica Françoise Thom spiega perché Mosca  ha privilegiato l’espansione dell’impero e l’egemonia sull’Europa a scapito dello sviluppo interno.

“Nel putinismo, il marxismo-leninismo è scomparso, ma la visione manichea “loro” contro “noi” che ne costituiva il substrato continua a plasmare la coscienza politica. Questo spiega perché il putinismo abbia riportato in auge tutte le tecniche di potere e di influenza inaugurate dai bolscevichi. Mentre alcuni zar avevano iniziato a gettare le basi di una società democratica, vediamo emergere una filiazione con Ivan il Terribile, rivendicata da Stalin e poi dagli ideologi putiniani. Ivan il Terribile è considerato il fondatore dell’impero, il “riunificatore delle terre russe” per eccellenza. È lui il pioniere di questo modello di stato specificamente russo che sostituisce lo sviluppo con l’espansione territoriale. Il saccheggio dei paesi conquistati sostituisce l’economia e ricompensa i fedeli servitori dello zar. Gli autocrati russi del Ventesimo e Ventunesimo secolo si riconoscono anche in Ivan il Terribile perché è riuscito a domare le sue élite con il terrore e la spoliazione e perché ha fatto dell’odio per il mondo latino il cemento ideologico del suo impero”.

Questo il modello che ha orientato le scelte russe fin dai tempi del comunismo, ma cosa c’è dietro?

“Credo che il nocciolo della questione sia l’assenza di una società strutturata. … (che) ha bisogno di un corsetto esterno per tenere insieme una società che non è organizzata attorno alle istituzioni. Il senso di precarietà dello stato è costante tra gli autocrati e le élite russe. È questo sentimento che ha bloccato i tentativi di riforma degli zar nel Diciannovesimo secolo e spiega l’allergia alla libertà di Putin, che identifica la libertà con l’anarchia. Tutto il suo regno può essere percepito come un processo di totale estirpazione delle libertà acquisite nei decenni precedenti. La guerra contro l’Ucraina è il coronamento di questo processo, perché il Cremlino si sente destabilizzato dalla vicinanza di popoli liberi e perché la guerra fornisce il pretesto per liquidare le ultime isole di autonomia dei cittadini”.

C’è nell’azione della Russia un orientamento che persiste nei decenni: la volontà di destabilizzare l’ordine mondiale e le società occidentali. Perché?

“Vladislav Surkov, uno degli ideologi del regime di Putin, spiegava che la Russia doveva esportare il caos all’estero per stabilizzare il proprio regime all’interno. La volontà di sovvertire l’ordine internazionale era al centro del bolscevismo. È anche la forza motrice del putinismo. L’esistenza delle leggi limita il potere del sovrano. Ma il potere dell’autocrate russo è un potere assoluto nel senso etimologico del termine, cioè slegato dalla legge (…). Il regime comunista si è costruito sulla distruzione del diritto, che è stato sostituito dalla violenza. Il regime di Putin riprende questo passato. Oggi, il diritto di proprietà, fondamento dello stato di diritto, viene quotidianamente calpestato in Russia, come avveniva nel 1918”. L’obiettivo strategico della Russia è dunque l’egemonia sul continente europeo. Questo spiega la guerra ibrida e l’eccezionale perseveranza nel praticarla sfruttando ogni possibilità offerta dalle società liberaldemocratiche che appaiono incapaci di reagire con la necessaria durezza.

L’analisi di Françoise Thom prosegue: “fin dal lancio del piano Marshall nel 1947, l’obiettivo di Stalin era l’eliminazione degli americani dall’Europa. La campagna comunista contro la partecipazione al piano Marshall e l’integrazione europea ricorda le argomentazioni dei nostri sovranisti odierni. I comunisti si proclamavano portavoce degli “interessi nazionali” contro la cooperazione europea e la riconciliazione franco-tedesca. Stalin puntava tutto sul nazionalismo per affossare la Nato e la costruzione europea”.

Da allora sono stati tanti i tentativi di espellere gli Stati Uniti dall’Europa fomentando le lotte dei partiti comunisti contro la Nato e organizzando improbabili movimenti di partigiani per la pace. Anche in questi anni di guerra le forze politiche e intellettuali che si rifanno alle sinistre con l’aggiunta dei cattolici hanno invocato la resa opponendosi sia alla Nato che al riarmo degli eserciti europei e agli aiuti in armi alla resistenza ucraina ovviamente in nome della pace. Putin ha realizzato con l’invasione dell’Ucraina l’atto più bellicoso della sua lunga permanenza al potere con una sfida alla sopravvivenza di un’Europa libera (significativa la continua evocazione dell’uso delle armi atomiche) e al ruolo degli Stati Uniti come garanti della sicurezza europea.

L’elezione di Trump ha dato nuova forza a queste sfide e gli ha fatto intravedere una vittoria strategica di enorme portata: riprendere il controllo sugli stati che facevano parte del sistema sovietico e assoggettare un’Europa terrorizzata dalla minaccia atomica. Trump ha assicurato il suo contributo, ha proclamato la fine della protezione Usa sull’Europa, ha abbandonato l’Ucraina e ha accettato una divisione del mondo in sfere di influenza. Ha fatto il massimo da buon agente russo quale probabilmente è, ma non ha fatto i conti con la reazione degli europei. La guerra ibrida del Cremlino però sta lavorando intensamente, ha già reclutato Ungheria e Slovacchia oltre che una serie di partiti politici di grande rilievo sia nelle maggioranze di governo che all’opposizione (in Italia Lega, Futuro nazionale, M5s e sinistre varie). Diventa decisivo far capire agli europei che la posta in gioco è la loro libertà e il loro benessere perché una Russia vincente potrebbe solo sfruttare gli stati sui quali esercita l’egemonia garantita dalla minaccia atomica   

  1. L.
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