La trappola del conflitto tra Israele e i palestinesi

“L’Ultimo Giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno, e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra o l’albero diranno: O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me – vieni e uccidilo”.

“Le iniziative di pace, le cosiddette soluzioni pacifiche, le conferenze internazionali per risolvere il problema palestinese contraddicono tutte le credenze del Movimento di Resistenza Islamico. In verità, cedere qualunque parte della Palestina equivale a cedere una parte della religione”.

“Dobbiamo instillare nelle menti di generazioni di musulmani l’idea che la causa palestinese è una causa religiosa”.

Queste citazioni dallo Statuto di Hamas (articoli 7, 13 e 15) rendono bene l’idea di quale forza religiosa e politica sia al comando a Gaza. Non si tratta di una scheggia impazzita, ma corrisponde ai sentimenti ampiamente diffusi dal fondamentalismo islamico e agli obiettivi strategici dell’Iran. Nei territori palestinesi non c’è però solo Hamas. In Cisgiordania c’è l’Autorità Nazionale Palestinese della quale è presidente, dal gennaio 2005, Abu Mazen. Nuove elezioni vengono rimandate di continuo perché, secondo tutte le previsioni, sarebbero vinte da Hamas. Anche fra i palestinesi la ricerca di un’identità e la voglia di un riscatto disperde la laicità e orienta verso l’islamismo.

Per Israele è una minaccia che non può essere sottovalutata. Chi ha ragione tra le due parti (in realtà tre visto il ruolo degli stati arabi musulmani)? Sicuramente non può avere ragione chi ha nel suo programma l’annientamento dello stato israeliano e la cacciata degli ebrei dalla Palestina. La storia del conflitto tra ebrei e arabi e poi tra Israele e palestinesi è complessa e non può certo essere affrontata in questa sede. È utile però tenere presenti alcuni punti di riferimento. Per molti anni furono gli stati arabi confinanti ad opporsi all’esistenza di Israele e a combatterla con le armi. Due guerre iniziate da loro (1948 e 1973) e una (1967) da Israele. La scelta delle organizzazioni palestinesi, invece, fu quella del terrorismo con azioni indiscriminate contro obiettivi civili israeliani e occidentali.

Non ci fu solo questo però, ma anche la ricerca paziente di accordi di pace che poi si realizzarono: nel 1979 con l’Egitto, nel 1993 con l’Olp (accordi di Oslo) e nel 1994 con la Giordania.

Gli Usa si misero d’impegno per pacificare il Medio Oriente e trovarono nel primo ministro israeliano Yitzhak Rabin il grande tessitore di una strategia di uscita dal conflitto. Nel 1993 con la ratifica degli Accordi di Oslo alla Casa Bianca si raggiunse un successo clamoroso con il reciproco riconoscimento tra Olp e Israele e con la decisione di iniziare il percorso per dare vita a due stati creando una Autorità Nazionale Palestinese (ANP) alla quale affidare l’amministrazione di gran parte dei territori che erano già stati individuati nelle risoluzioni dell’Onu. Nel 2000 fu Ehud Barack con il pieno appoggio di Bill Clinton a provare di nuovo la via di un accordo con Arafat, ma anche questo tentativo fallì. Subito dopo iniziò l’Intifada e il governo israeliano passò alle destre. Nel 2005 però proprio Ariel Sharon liberò Gaza e la consegnò ai palestinesi. La successiva guerra civile tra Fatah e Hamas dimostrò che tra i palestinesi si era ormai affermata una componente estremista che non accettava nessun compromesso.

L’assassinio di Rabin nel 1995 rivelò l’esistenza di una componente reazionaria in Israele che rifiutava ogni accordo di pace e mirava alla conquista di tutta la Palestina con le armi, con la repressione e con l’espulsione dei palestinesi. I governi diretti dalle destre hanno imboccato questa strada sia pure in modo parziale e con cautela. La sottrazione di terre ai palestinesi per realizzarvi insediamenti di coloni e una sorveglianza simile ad un’occupazione militare hanno avuto una sola logica: svuotare di efficacia ogni idea di stato palestinese il cui territorio sarebbe stato interrotto da insediamenti e strade dello stato israeliano. Questa politica è proseguita per molti anni e dura tuttora avendo riscosso la piena approvazione del Presidente degli Usa Trump.

È una strategia che oggi rivela i suoi lati deboli. Nuovi nemici si presentano all’orizzonte con una Turchia protettrice dei Fratelli musulmani (e quindi di Hamas) che aspira ad esercitare un ruolo egemonico nel Medio Oriente e che dispone di risorse economiche e militari molto diverse da quelle degli stati arabi che combatterono contro Israele nel passato. L’Iran è un vecchio nemico che conferma l’obiettivo della distruzione di Israele e riesce a rifornire di armi sempre più avanzate sia Hamas che Hezbollah. Tremila missili sparati da Gaza sono poca cosa rispetto all’arsenale di cui disporrebbe Hezbollah in Libano.

Debolezza di Israele anche sul fronte interno. La novità di questi giorni è l’esasperazione e la rivolta degli arabi israeliani che sono circa due milioni. Quali che siano i torti e le ragioni è evidente che i governi israeliani hanno sottovalutato questo pericolo.

In gioco è il futuro di Israele. Non può sostenere una rivolta del 20% della popolazione che si ritiene vittima di discriminazioni e vessazioni e un fronte esterno più agguerrito e pericoloso che mai. Ci vorrebbe una strategia più lucida di quella attuata dai governi degli ultimi anni. Quale?

Ne esiste una sola ed è quella degli Accordi di Oslo nel 1993 e del vertice di Camp David nel 2000. L’obiettivo dovrebbe essere duplice: impedire che prevalga Hamas in tutti i territori palestinesi, scongiurare la saldatura tra fronte interno ed esterno.

Se si lasciano prevalere gli estremismi non c’è futuro. È tempo che Israele faccia un grande investimento sulla sua sicurezza conquistando gli arabi israeliani ad un regime fondato sulla democrazia e sulla libertà e collaborando alla creazione di uno stato palestinese amico e partner economico. Solo in questo modo si può sperare che si formi una classe dirigente palestinese in grado di governare. Per farlo è, però, necessario cambiare registro: niente più insediamenti e anche cancellazione di alcuni di quelli già esistenti, fine delle vessazioni per i palestinesi riconoscendo loro gli stessi diritti degli ebrei, fine delle umiliazioni da occupazione militare.

Si può comprendere la preoccupazione degli israeliani di dover fare i conti nel lungo periodo con la crescita della componente araba e con la sua convergenza con il futuro stato palestinese e con altre entità statali e movimenti esterni.

Se si guarda lo scenario mondiale però (la Cina in questi giorni ha sostenuto con forza la richiesta di uno stato palestinese, gli Usa si mostrano incerti di fronte alla discesa in campo della Turchia) non sembrano esserci alternative. L’unica, del tutto ipotetica, sarebbe l’espulsione di tutti gli arabi israeliani. Si può immaginare quale radicalizzazione una tale scelta porterebbe. Resta, dunque, la via dei due stati in pace e cooperanti tra loro. Fosse stato fatto 30 anni fa oggi non vi sarebbe nessuna guerra e Israele sarebbe più sicura

Claudio Lombardi

1 commento
  1. Giovanni dice:

    Un resoconto imparziale ed obiettivamente condivisibile , purtroppo da parte di Israele è difficile dare credito alla possibilità di fare un accordo di pace con le attuali leadership che non vogliono e nn possono , dopo tanto odio instillato , neanche parlarne

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