La vergogna del Pio Albergo Trivulzio

Da Mario Chiesa al Coronavirus: perché nelle peggiori storie d’Italia c’è sempre il “Pio Albergo Trivulzio”? Perché è sempre sui più deboli che si fanno affari sporchi e errori di gestione? Possibile che in Casa Italia il valore della vita sia così basso. Riavvolgiamo il filo della storia per capire

A Casa Italia nulla si crea e nulla si distrugge. Così, trenta anni dopo, ecco di nuovo il Pio Albergo Trivulzio. Ecco di nuovo uno scandalo gigantesco, nato all’ombra di questo smodato, pachidermico, principesco istituto di assistenza. La Finanza entra ancora una volta negli uffici, raccoglie atti e documentazioni, la mole dei documenti sequestrati è enorme. L’ipotesi accusatoria – in questi tempi spietati di contagio – è quella di “epidemia e omicidio colposo”. Ogni giorno sale il numero dei poveri vecchi falciati dal virus in queste sale e in questi corridoi: 147, poi  190, poi si vedrà. E la via crucis dell’indagine è appena iniziata.

L’antico ospizio milanese, con i suoi 1200 letti, con 1600 dipendenti, con le sue fondazioni, con il suo principesco patrimonio di oltre mille fabbricati e 1700 ettari di terreni, fa ormai parte della storia del nostro sventurato paese. Ricordate, trenta anni fa? È il pomeriggio del 17 febbraio del 1992, quando il dottor Mario Chiesa, presidente del Trivulzio, socialista rampantissimo nella Milano da bere, protegèe di Bettino Craxi, un futuro annunciato come sindaco della locomotiva italiana, viene pizzicato con le mani nella marmellata.

Sette milioni di lire in contanti estorti sull’unghia a una piccola impresa di pulizie. Conti presto fatti: l’appalto vale 140 milioni e la tangente è esattamente il dieci per cento: 14 milioni. Tutto, quel pomeriggio, è registrato dai microfoni della polizia. La busta con il denaro che passa di mano e la domanda secca del presidente, che non ha tempo da perdere: «quando mi porta il resto?».

Tutto il resto è come in uno di quei film d’azione degli anni Ottanta, quando le volanti della polizia sgommano per le vie di Milano e scattano le manette ai polsi del corrotto: le banconote segnate, la giacca gonfia di contanti, la fuga in bagno, il tentativo di far sparire dentro la tazza del water un ingombrante malloppo di 37 milioni di lire.

Perché a quei tempi si faceva così: denaro frusciante, banconote larghe come lenzuoli, buste di carta, valigette di cuoio, scatole da scarpe, mazzette impilate tra la biancheria nell’armadio di camera, cucite nei puff del salotto, nascoste dietro lo sciacquone del bagno. Interrogato sul fatto, Bettino Craxi sbuffò e fece un gesto come a scacciare una mosca: «Mario Chiesa? un mariuolo!». Così fan tutti! sembrava dire – e poi confermò parola per parola – il ras socialista. Che nostalgia, l’Italietta di un tempo spensierato, un popolo felice che accumulava debiti su debiti, una burocrazia borbonica, una classe politica inetta e un po’ cialtrona che teneva famiglia e che sognava di accomodarsi sulle poltrone del salotto buono dell’Europa che conta.

La sceneggiata nei corridoi del Pio Albergo era solo un brutto sogno, una nottata inquieta dopo una cena troppo pesante. Ma la nottata, quella volta non passò. In quell’ufficio suntuoso della Baggina fu battezzata la nuova Italia con le sue aggressive parole d’ordine: Tangentopoli, Mani pulite, le monetine del Raphael, lo smottamento inesorabile dei partiti della guerra fredda, l’avvento di nuovi eroi del dane’, dell’impresa e della televisione. Da lì si cominciarono a contare le varie ere geologiche di Casa Italia: prima Repubblica, seconda Repubblica, terza Repubblica.

Oggi – anno di grazia 2020 – guardiamo la vergogna del Pio Albergo e ci domandiamo: che Repubblica è questa? In quale pozzo senza fondo stiamo ancora precipitando se anche in una vicenda così tragica per il Paese un pezzo della sua classe dirigente nasconde i morti sotto il tappeto e manda decine di poveri vecchi ad agonizzare dentro case di riposo trasformate in lazzaretti? Che Repubblica è questa, se i documenti con valore di prova rischiano – per usare  il linguaggio burocratico della Procura – di essere «dispersi o deteriorati»? Cioè: fatti sparire dentro la tazza del water, come trenta anni fa tentò di fare un mariuolo colto sul fatto.

Tra ieri e oggi c’è una differenza. Nell’episodio scatenante dell’era di Tangentopoli altri erano i protagonisti, e il Pio Albergo Trivulzio faceva parte del paesaggio, aveva come il ruolo del coro nelle antiche tragedie: «Vi fu contro di noi meschina ingiustizia./ Però, nel vivere, siamo andate avanti: vivendo e in parte vivendo. /Abbiamo veduto nascite, morti, sponsali./Abbiamo avuto scandali anche./ Siamo state afflitte da tasse, abbiamo riso e abbiamo ciarlato./ Però nel vivere siamo andate avanti: vivendo e in parte vivendo…».  Oggi invece l’antica struttura e il suo carico di umanità indifesa sono al centro della scena. Oggi non sono le tangenti a muovere l’ingranaggio, ma la paura, l’ignoranza, l’insipienza burocratica, la fuga dalle responsabilità. L’indagine esce dalle mura della Baggina e mette in causa una intera classe dirigente, se è vero che all’inizio del contagio la Regione Lombardia ha deciso di scaricare dagli ospedali alle case di riposo i pazienti Covid 19 a bassa intensità. Provvedimento che gli esperti definiscono come «un fiammifero in un pagliaio».

Possiamo dire che in tutto questo, la sensibilità dell’informazione e del comune sentire resta pericolosamente al di sotto del livello di guardia? C’è un cortocircuito di consapevolezza, se scrivendo dell’indagine un giornale si permette di titolare: “I furbetti del Coronavirus” come si trattasse di una vicenda di cartellini non timbrati all’ingresso di un ufficio pubblico. E c’è una pericolosa overdose di retorica, se nei giorni scorsi alla cancellata del Pio Albergo una mano incauta  ha appeso uno striscione con lo slogan abracadabra: «Andrà tutto bene». No davvero: tra questi letti, in questi corridoi, dentro questi ambulatori, nulla è andato bene e niente  andrà bene in futuro.

Quando tutto sarà finito – se e come finirà – queste saranno le nostre cronache del contagio. In un libro di tanti anni fa che vale oggi come una profezia, lo scrittore argentino Adolfo Bioy Casares immagina un virus che spazza come una ventata di morte le strade di Buenos Aires. Improvvisamente, senza una ragione, i giovani si scatenano alla caccia degli anziani: «Dicono che i vecchi sono egoisti, materialisti, voraci, rognosi. Dei veri maiali».

Uccisi a bastonate, chiusi in gabbia, scaraventati nel vuoto dalle gradinate degli stadi: nella città ammutolita e distratta la strage è vissuta come una fatalità. E anche i cittadini pietosi si piegano al vento della storia: «A questo volevo arrivare. Ammettiamo che i vecchi siano davvero inutili, perché  non li portano in un posto come si deve e non li sterminano con metodi moderni?»

Flavio Fusi tratto da www.succedeoggi.it

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