L’autunno del Pd

Lotta politica e lotta per le cariche (dirigenziali, elettive e derivate) ci sono in tutti i partiti. Da sempre. Fare politica senza aspirare a gestire il potere significa privarsi della possibilità di realizzare i propri obiettivi. È dunque ingiusto attribuire al solo Pd la caccia alle “poltrone”. Il problema è che le cariche dovrebbero essere la conseguenza del consenso tra gli elettori e dell’influenza conquistata nell’opinione pubblica. Se, invece, si perdono voti, ma si riesce comunque a far parte di maggioranze di governo allora può anche succedere che diminuisca lo slancio nell’impegno politico e che ci si concentri di più sulle carriere di chi fa parte del ristretto ceto dei dirigenti, eletti ed aspiranti a cariche elettive o incarichi che da queste derivano.

Non è questo, però il cuore della crisi del Pd che non nasce certo con Zingaretti (e con il governo Conte), ma viene da molto più lontano: più o meno dalle origini quando si scelse di formare un nuovo partito con la fusione di due gruppi dirigenti invece che con un lento processo di costruzione di una cultura politica di massa.

Il rito delle primarie che entusiasmò milioni di elettori e simpatizzanti ha nascosto una realtà di piccole oligarchie in lotta tra loro. Cinque segretari scelti con le primarie (Renzi due volte), uno eletto in Assemblea nazionale e tre reggenti questa la sintesi di 13 anni di vita. Un quadro di evidente instabilità frutto di una difficile convivenza tra anime politiche diverse, quelle degli ex Ds e degli ex Margherita innanzitutto.

Non solo correnti, ma anche cordate e gruppi fino al livello di circolo hanno viziato il partito ad una caricatura di democrazia fatta di altisonanti proclami, di eventi spettacolari (primarie) e di una micro frammentazione spesso del tutto personalistica. I tradizionali congressi basati sul confronto di piattaforme diverse sono stati sostituiti con la competizione tra leader che è stata persino scimmiottata in sede locale dando origine a fenomeni di accaparramento delle tessere che in qualche congresso hanno dato molto da parlare ai giornali.

Se la competizione esiste in tutti i partiti ciò che distingue il Pd è un’identità politica non abbastanza chiara. Il partito a vocazione maggioritaria delle origini non poteva che essere un contenitore ampio in grado di conciliare punti di vista lontani tra loro. Non è stato così e basta citare alcuni dei nomi di chi è uscito – Bersani, D’Alema, Speranza, Calenda, Renzi – per capire quanto ci si è allontanati da quell’ambizione.

Il Pd viene spesso inquadrato come partito di sinistra, ma, a quale tipo di sinistra ci si riferisce? Sinistra pura e dura, socialdemocratica, moderata, riformista? Etichette che non aiutano. Molto meglio far parlare i fatti che per un partito sono in parte analisi e in parte azioni politiche.

Quel che è certo è che il Pd ha subito una sconfitta con la fine del governo Conte anche perchè non è stato in grado di riempire i vuoti che ne hanno segnato il cammino. Non è riuscito cioè ad essere parte dirigente di una maggioranza che mostrava molti limiti. L’indicazione di Conte come possibile leader del centro sinistra non è servita certo a chiarire cosa volesse il Pd oltre al mantenimento degli equilibri raggiunti.

Di fronte ai problemi dell’Italia e alle scelte del governo Draghi si fanno sentire i leader della destra, Salvini e Meloni, che ogni giorno cercano di essere presenti con le loro interpretazioni delle vicende e con le loro proposte. Il Pd si è fatto sentire per le polemiche tra dirigenti e per la questione della presenza delle donne nelle cariche di governo. Due temi che non interessano gli italiani e che parlano solo all’interno di quel partito. Una distanza dai problemi reali che impressiona e che fa dubitare della qualità di chi lo rappresenta e lo dirige.

Soluzioni facili alla crisi non esistono. Probabilmente il Pd ne uscirà indebolito e con una credibilità incrinata di fronte agli elettori. Dispiace perché una gran parte degli italiani vorrebbe veder interpretate e rappresentate le proprie istanze, ma si trova, invece, dopo 15 anni di Pd di fronte ad un’ulteriore frammentazione e ad una confusione di idee che spiana la strada alla destra

Claudio Lombardi

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