L’esempio perfetto: il nucleare della Corea del nord
Un articolo di Gianraffaele Percannella sul Foglio del 28 aprile mette il dito nella piaga. L’Iran non ha (ancora) costruito la bomba atomica, ma avrebbe potuto farlo se Stati Uniti e Israele avessero seguito la via che fu seguita quando ad oscillare tra costruzione segreta e negoziazione pubblica era la Corea del nord.
Scrive l’autore che “Pyongyang è l’Iran che ha vinto la corsa, il caso di studio che ogni proliferatore del pianeta sta analizzando, e che le democrazie occidentali continuano a non voler nominare per quello che è: la prova che il sistema di non proliferazione nucleare del dopoguerra è già collassato, in silenzio, coperto da vent’anni di dichiarazioni rituali sulla denuclearizzazione e da un flusso costante di immagini folkloristiche di un dittatore circondato da generali in ginocchio”.
Che l’Iran stesse lavorando alla Bomba non può essere messo in dubbio. Ora che la Corea del nord è arrivata al suo ICBM (missile balistico intercontinentale a propellente solido con tempi di lancio ridottissimi) in grado di raggiungere qualsiasi città del territorio continentale degli Stati Uniti (e dell’Europa) è istruttivo ripercorrere le fasi salienti della vicenda in modo da capire il perché non sia stata fermata. “Nel 1994 la Corea del nord non aveva ancora prodotto materiale fissile, non aveva bombe e i suoi missili avevano portata limitata: la denuclearizzazione era tecnicamente e politicamente praticabile. L’accordo fu abbandonato dall’Amministrazione Bush nel 2002. I nordcoreani ripresero il programma, l’Amministrazione Bush non aveva una risposta operativa, e la “pazienza strategica” di Barack Obama – otto anni di pressione senza dialogo – ha permesso all’arsenale di passare da una manciata di missili con portata sul Giappone a una forza capace di minacciare città americane”. Il risultato della paziente attesa occidentale? Oggi non esiste un’opzione militare contro la Corea del nord che non implichi una guerra atomica.
Come se non bastasse “il Trattato di partenariato strategico complessivo firmato da Kim e Vladimir Putin nel giugno 2024 include una clausola di mutua difesa che, sommata alla garanzia implicita cinese, trasforma qualsiasi operazione contro Pyongyang da scontro bilaterale con uno stato paria in conflitto potenziale con tre potenze nucleari simultaneamente. Tenere a bada la Corea del nord oggi significa tenere a bada anche Pechino e Mosca, ed è un’equazione alla quale nessuno stato maggiore occidentale ha una risposta credibile”.
Di fatto la Corea del nord è diventata inattaccabile il che è tanto più allarmante se si considera che quella dittatura dispone di fatto della vita di tutti i suoi sudditi. Non c’è nessuna opinione pubblica che possa frenarla né nessun limite al dispotismo. Disporre dell’arma nucleare comporta, quindi, un potere di ricatto più forte per le autocrazie.
Il silenzio mediatico sulla Corea del Nord non è distrazione involontaria: è la forma in cui le democrazie occidentali gestiscono una minaccia che sanno di non poter risolvere. L’Iran è stato colpito perché non aveva ancora finito di costruire la Bomba. Aspettare, affidandosi a trattative truffaldine fatte per gettare fumo negli occhi degli occidentali come già è accaduto nell’era obamiana (l’arricchimento oltre il 60% in laboratori segreti scavati sotto le montagne non può essere considerata una reazione alla disdetta dell’accordo del 2015, ma un piano di lunga durata) avrebbe significato porre le basi di un conflitto atomico mediorientale. L’Iran vuole l’atomica (il suo presidente ha di recente rivendicato il diritto al nucleare) per portare a compimento il suo progetto: distruzione di Israele, sottomissione del medio oriente e leadership del mondo arabo con il trionfo dell’islamismo.
Claudio Lombardi



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