L’occasione d’oro dell’Italia che non viene capita

Le elezioni sono finite. Chi le ha vinte guiderà le amministrazioni locali. Chi non le ha vinte prenderà parte ai lavori dei consigli comunali. Tutti dovranno fare il massimo perché le città siano gestite bene. Non basta un sindaco e una giunta per raggiungere l’obiettivo. Occorre che tutte le forze politiche facciano la loro parte e i cittadini si impegnino per dare il loro contributo. Le città sono un patrimonio della Nazione non dei partiti che hanno vinto le elezioni. Mai come in questo periodo storico occorre cambiare i punti di vista che tradizionalmente hanno orientato il gioco politico. L’Italia si trova ad un passaggio cruciale accentuato dalla pandemia: o ripara le sue fragilità e trova la strada di un assetto economico, sociale e istituzionale che l’aiuti o può solo perdere il treno della storia e scivolare indietro.

Chi vive in alcune grandi città, Roma innanzitutto, ha già visto di cosa si tratta. Lo stato dei servizi, delle strade, del patrimonio pubblico è già andato indietro. Le persone si sono abituate a standard di vita e di convivenza civile peggiori di quelli del passato. È un arretramento lento che ti fa accettare il degrado un pezzetto alla volta. È ovvio che questo ingeneri una sensazione di ineluttabilità che, quando è il momento di votare, spinge verso l’astensione. A che serve la politica, a che servono le amministrazioni locali se per anni non riescono a far vivere le persone in un ambiente almeno decente?

Ma c’è dell’altro su cui è indispensabile richiamare l’attenzione. Lo fa in un articolo sul Corriere della Sera del 18 ottobre Federico Fubini. È utile ripubblicarne i passaggi salienti.

Fubini ci parla dell’enormità dell’occasione che si presenta all’Italia oggi. Si parte da una serie di primati impensabili, fino a poco tempo fa, che stiamo raggiungendo senza dare loro la giusta importanza. Il più clamoroso riguarda il debito pubblico che è più basso di quanto previsto appena sei mesi fa, pur rimanendo ai livelli fra i più elevati di quelli avuti nella storia dell’Italia unita.

Eppure il costo in interessi di questo enorme debito sta tornando ad essere il più basso mai registrato dal 1974 quando il debito pubblico era di oltre il 100% del Pil inferiore a quello di oggi. Secondo i calcoli del governo l’anno prossimo lo Stato pagherà in interessi una somma pari ad appena il 2,9% del Pil, ma un quarto di essa rientrerà sotto forma di dividendi al Tesoro da parte della Banca d’Italia (che ormai è il principale creditore dello Stato, avendo comprato quei titoli per conto della Banca centrale europea).

Per essere chiari, il peso del debito che potrebbe schiacciarci, ci viene alleggerito perché siamo nell’euro e la Bce ha adottato in pandemia una politica di enorme sostegno che solo una grande moneta di riserva globale può permettersi. Avessimo avuto la lira, come gli sciagurati leader della destra sognavano solo pochi anni fa, saremmo già crollati. Aiuta anche, ovviamente, avere un governo credibile, al quale gli investitori prestano volentieri denaro accettando rendimenti medi che sono la metà dell’inflazione.

Fubini lo dice esplicitamente: stiamo vivendo un’occasione d’oro. Irripetibile. Non ci saranno più anni come questo in cui le regole di finanza pubblica europea sono sparite, il peso del debito in buona parte anche, le agenzie di rating ci ignorano beatamente, i vertici del governo conoscono i problemi del Paese e gli ingranaggi dello Stato per affrontarli e — per inciso — abbiamo duecento miliardi da spendere dei quali un terzo sono un regalo dell’Europa.

Il punto è se gli italiani hanno capito tutto ciò e se l’occasione viene posta al centro delle politiche governative e dei partiti. La nostra storia recente non depone a nostro favore. Dall’inizio degli anni 90 fino all’anno scorso l’Italia ha perso 29 punti di Pil sulla Germania, 37 sulla Francia e 54 sulla Spagna. Come mai? Perché la cosiddetta «produttività totale dei fattori» — l’insieme delle conoscenze, dell’organizzazione pubblica e privata, dei comportamenti collettivi e personali, della voglia e possibilità di competere, di intraprendere e di fare che sfocia in creazione di valore — in questi trent’anni in Germania è cresciuta del 23%, in Francia è cresciuta del 10% e in Italia è scesa del 12,5% malgrado fossimo nel pieno di una rivoluzione tecnologica e i mercati del mondo si stessero moltiplicando di molte volte.

La nostra malattia dunque non viene da vicino. Non è lieve e non si cura in pochi mesi. Guarirne dovrebbe essere la missione nazionale di questo momento irripetibile. Basta scorrere le cronache politiche quotidiane per capire che non è così. Partiti di destra e mondo dell’informazione hanno la grande responsabilità di dare più spazio all’ultimo conato di protesta dell’ultimo gruppetto di confusionari no vax e no pass invece che al passaggio cruciale nel quale come nazione ci troviamo. Molti si illudono che non ci sia bisogno di occuparsene perché tanto il Pil cresce. Non capiscono cosa gli permette di crescere, non vogliono vedere il contesto determinato dall’enorme spinta della banca centrale e dalle politiche di bilancio in deficit dei governi, non si rendono conto che tutto è possibile perché esiste una unione di stati che si chiama Europa che è una potenza mondiale di fatto.

Succede così che i media si dedichino “allegramente” a pompare una protesta di minoranze prepotenti che minacciano di bloccare milioni di lavoratori e l’economia nella sua interezza solo per il futile pretesto del no al green pass. E succede che i partiti della destra, accreditata nei sondaggi del 40% dei voti, si dedichi a difendere le sciagurate minoranze che lavorano per bloccare il Paese. Rispunta fuori una maledizione italiana: il culto dell’interesse particolare.

Claudio Lombardi

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