Manovra bifronte: una prima critica

Le manovre di bilancio sono sempre complicate. Devono rispondere a mille esigenze e a mille interessi mantenendosi in equilibrio con i saldi perché sono questi i primi sui quali dall’esterno verrà giudicata la direzione di marcia di un governo. Nel caso dell’Italia questo significa innanzitutto deficit e debito. È sperabile che non ci sia più nessuna persona intelligente rimasta a predicare il caos di bilancio ovvero lo sfondamento di ogni limite che porterebbe alla rottura con l’euro e il ritorno alla lira. Sembra incredibile che pochi anni fa, invece, non escludevano l’uscita dall’euro o la invocavano (esplicitamente o implicitamente), FdI, Lega e M5s votati dalla maggioranza degli italiani alle elezioni del 2018. Oggi su questa linea folle sono rimasti solo quelli di Italexit. La maggioranza di destra ha fatto della stabilità all’interno dell’eurozona uno dei suoi punti fermi.

È scontata la critica dei partiti di opposizione. Importante è che si traduca in proposte concrete in Parlamento perché nessuna manovra di bilancio è stata approvata nel testo presentato dal governo. Spazio per modifiche c’è sempre stato.

Alcuni punti fanno discutere di più. Prendiamo il Reddito di cittadinanza. Ovviamente che abbia salvato dalla povertà tante persone è vero, ma lo ha fatto con delle distorsioni che vanno corrette. Innanzitutto il governo non toglie il sostegno ai poveri. Questo proseguirà come è giusto che sia. Il problema sarà quello di estenderlo a tutti i poveri e non di restringerlo. La proposta contenuta nella manovra riguarda, invece, i cosiddetti “occupabili”. Per questi il sostegno dovrebbe essere a tempo. Bisogna ricordare che, attualmente, di fatto tutti possono riscuotere l’assegno di 18 mesi in 18 mesi senza alcun limite di durata. Sono previste cancellazioni, ma, non vengono effettuate per l’inadeguatezza della struttura organizzativa che presiede ai controlli e, soprattutto, alla gestione delle offerte di lavoro. Il punto debole nella proposta del governo non è dunque fissare un limite al sussidio per chi può lavorare, ma farlo a prescindere da una rete efficiente di supporto e assistenza per la ricerca di un lavoro. Sembra che le offerte di lavoro ci siano, anzi, in alcuni settori si registra una cronica mancanza di lavoratori, ma se domanda ed offerta non si incontrano è anche un problema di informazione e di formazione. Sospendere il sussidio e basta non è la risposta giusta e porta solo danni. Il M5s sta alzando i toni, Conte parla di massacro sociale. In realtà si confrontano due culture: quella dei 5 stelle ha in mente un reddito universale che permetta di decidere se lavorare o no dovendo, comunque lo Stato, assicurare un reddito minimo garantito; quella delle destre guarda al dovere di lavorare e non immagina il sussidio come un reddito che spetta a tutti per il solo fatto di esistere.

Un altro punto su cui bisogna soffermarsi è la flat tax per i lavoratori autonomi. C’è poco da dire: è una misura ingiusta e dovrebbe essere cancellata. Un lavoratore dipendente a parità di reddito paga dal doppio al triplo di Irpef di un autonomo. Non ci sono scuse: è un regalo fatto a spese di tutti e del debito a quella che si considera la propria base elettorale. Quali che siano le motivazioni la mortificazione del lavoro dipendente va respinta.

Sull’energia c’è poco da dire. La macchina infernale dei prezzi ha prodotto l’effetto perverso di uno spostamento di denaro dalle casse statali e dalle tasche degli utenti a quelle dei produttori (anche di rinnovabili oltre che di gas) e dei trader. Uno spreco colossale che i governi europei non riescono a fermare disattivandone la causa (indice TTF e parificazione dei prezzi dell’elettricità al livello più alto). Finchè preferiranno sovvenzionare i consumi finali la spesa non diminuirà. La manovra si limita a proseguire sulla strada già tracciata dal governo precedente con abbondanti sovvenzioni alle attività produttive e commerciali (dal 30 al 45%) aggiungendo soltanto un limite al prezzo dell’elettricità da rinnovabili in linea con quanto deciso in ambito europeo (180 euro a Mwh, uno sproposito ingiustificato considerando i costi di produzione di eolico, solare e idrico). Se non facesse così molti non sarebbero in grado di pagare le bollette con tutto ciò che ne consegue.

Ci sono poi interventi che aumentano pensioni minime e assegni familiari. C’è la riduzione del cuneo fiscale con un vantaggio per i redditi più bassi. C’è una specie di condono fiscale per i “fortunati” destinatari di cartelle esattoriali. È una tradizione italiana che periodicamente si senta il bisogno non di incassare le somme dovute dai contribuenti, ma di cancellare o ridurre i debiti con il fisco. La motivazione è quella di aiutare persone in difficoltà che non riuscirebbero a pagare. Evidentemente è stata condotta un’indagine caso per caso per stabilirlo, oppure è il solito premio ai furbi che non hanno alcun problema economico, ma solo la scaltrezza di resistere alle ingiunzioni del fisco.

In conclusione il senso della manovra è duplice: mostra responsabilità verso l’esterno, distribuisce premi ed oneri in base alle assonanze politiche dei soggetti o del tipo di intervento. Il rischio è che ne derivi una concezione proprietaria dello Stato che non applica un solo principio di legalità, ma diversi adattabili alle esigenze dei partiti che governano

Claudio Lombardi

(la foto di presentazione è di Reimund Bertrams da Pixabay)

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