Maradona simbolo di cose che non è mai stato

Diego Armando Maradona, forse il più grande calciatore di sempre, è diventato, a torto o ragione, simbolo di riscatto sociale. Il ragazzino che diceva di voler strappare alla povertà la sua famiglia, giocare il campionato del mondo e vincerlo è riuscito a fare tutto ciò. Maradona indiscusso re di eccessi e paradossi. Non riconosce i figli, ma è descritto come un signore dai colleghi e dai pochi amici veri che ha; non paga le tasse, ma è considerato un benefattore; fa una grande fortuna grazie ad un mondo del calcio sempre più espressione delle disuguaglianze esplose a partire dagli anni ottanta, ma è un eroe tra i poverissimi del sud del mondo.

E’ possibile diventare un simbolo nonostante certi paradossi? Sì è possibile nello sport e non solo. Grazie alle imprese sportive, peraltro gravate dall’ombra del doping, la leadership della Germania dell’est, una delle peggiori dittature della storia, inventò l’immagine della piccola Germania  vessata dallo strapotere dei ricchi cugini occidentali. Allo stesso modo Bill Gates è considerato un borghese buono molto attento alle disuguaglianze, eppure è più volte stato sanzionato in Europa dagli antitrust e dalle autorità fiscali. Steve Jobs, dai più visto come un uomo che ha costruito la sua fortuna con idee avute in un seminterrato, ci ha traghettati verso un mondo dominato da poche Big Corporation che hanno uno strapotere assoluto sui dati, fatturano più del PIL di un piccolo stato e pagano poche tasse, dove, quando e se vogliono.

E’ facile mettere adesso un cappello politico su Maradona, e fare del Pibe de Oro un’icona pop marxista, ma Maradona politicamente è stato a dir poco ondivago, probabilmente perché nella proiezione politica del grande fuoriclasse argentino convergono due diversi ordini di paradossi: i paradossi della superstar e quelli della martoriata America Latina. Maradona politicamente è stato tutto e il contrario di tutto, ma forse anche il Sudamerica, l’Argentina e il peronismo lo sono stati. Si dice dell’Argentina che sia un paese povero con risorse sufficienti per essere ricco. In questo contesto nasce e muove i primi passi Diego, che, soprattutto dopo la fine dell’attività agonistica, ha voluto essere un’icona politica, ma fin da giovane lo è stato forse anche a prescindere dalla sua volontà.

22 giugno 1986. Stadio Azteca, Città del Messico. Si gioca una partita dei quarti di finale dei mondiali tra Argentina e Inghilterra, ma non si tratta solo di una sfida sportiva. Il match arriva pochi anni dopo la guerra delle isole Falklands del 1982 , che vide la Gran Bretagna di Margareth Thatcher schiacciare l’Argentina del generale Leopoldo Fortunato Galtieri Castelli. E la partita è risolta da Maradona, metà piccolo mariuolo, metà genio indiscusso del calcio. Minuto 51: Maradona segna di mano, ma l’arbitro non vede e convalida il goal pensando che il Pibe de oro abbia indirizzato la palla verso la porta di testa, un goal non certo pulito. Ma quattro minuti dopo il piccolo mariuolo è diventato un grande mito, Maradona prende palla, si divincola tra due avversari, scatta, palla sempre al piede, più veloce degli inglesi che lo inseguono, salta ancora due difensori, il portiere e dopo sessanta metri mette la palla in rete segnando quello che secondo molti è il goal più bello della storia dei mondiali. Per gli argentini il 22 giugno 1986  l’Albiceleste, la nazionale di calcio, non ha battuto una squadra avversaria, ha vendicato il sangue di 660 giovani argentini massacrati dall’arrogante Thatcher per due isolette sperdute. La situazione è così lineare? La piccola indifesa Argentina, contro un’arrogante potenza coloniale? Se da un lato le Falklands (Islas Malvinas per gli argentini), dagli anni sessanta erano censite dall’ONU tra le terre soggette a dispute coloniali, dall’altro la guerra tra Argentina e Gran Bretagna fu l’estremo tentativo di una dittatura screditata di sopravvivere cercando di far dimenticare al popolo con la retorica nazionalista la crisi economica e la repressione. Quella guerra fu un vero boomerang per la giunta militare argentina: nel 1983 la sinistra sarebbe andata al potere con Raul Alfonsin. Invece la Lady di Ferro con quella guerra riuscì a ricompattare dietro di sé il paese. Eppure c’è qualcosa di paradossale in quella vittoria in un quarto di finale dei mondiali del 1986, perfino per tanti argentini di sinistra e addirittura per qualche vittima della dittatura, quei due goal di Maradona all’Inghilterra continuano anche oggi ad essere la rivincita dei piccoli contro i potenti della terra. I piccoli paesi sono sempre calpestati dalle grandi potenze, ma su un campo di calcio le cose cambiano e i piccoli possono prendersi la rivincita.

Maradona è poi diventato, questa volta per sua volontà, un simbolo delle sinistre sudamericane e della lotta contro gli Stati Uniti di Bush.

4 novembre 2005. Maradona arriva a Mar Del Plata, località costiera argentina con un treno notturno sui cui ci sono 160 persone tra cui il candidato alle presidenziali Boliviane Evo Morales ed il regista bosniaco Emir Kusturica. Maradona insieme al presidente venezuelano Hugo Chavez è la star indiscussa del fronte che si oppone alla ratifica del trattato di libero scambio tra i paesi del Sudamerica e quelli del Nordamerica. FTAA – Free trade area of Americas in inglese, ALCA – Area de libre comercio de las Americas in spagnolo. Eppure ci sono tre dati di fatto. Primo, ad oggi esiste un trattato di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico che risale al 1994; fin dai tempi di Clinton c’è stato il tentativo di estendere questo trattato al Sudamerica, tale tentativo è fallito soprattutto per l’avvento del presidente brasiliano Lula. Secondo,  in generale quasi tutti i trattati di libero scambio proposti dagli Stati Uniti, (si pensi al TTIP con l’UE) si sono bloccati perché gli Usa, poco importa se il presidente si chiama Clinton, Bush e Obama, difficilmente firmano un trattato se non recepisce tutte le loro condizioni. Maradona mettendoci la faccia contro il trattato ha, quindi, spostato ben poco. Terzo, Maradona prima di diventare amico di Fidel Castro, Chavez e Lula fu un grande amico e sostenitore di Carlos Menem, il presidente più liberista della storia dell’Argentina, l’uomo che introdusse il cambio fisso peso-dollaro, che privatizzò tutto quello che si poteva privatizzare, che graziò gli imputati della dittatura militare, che aveva la priorità di ricucire con gli Stati Uniti di Bush senior e con la Gran Bretagna.  Non si tratta di follia di un singolo, ma del riflesso di quella che poteva apparire come una follia collettiva argentina. Il peronismo, a partire dall’elezione di Menem nel 1989 è stato tutto ed il contrario di tutto forse più di Maradona: iperliberista con Carlos Menem, moderatamente statalista con Nestor Kirchner, iperstatalista con Cristina Fernandez.

In questo complicato groviglio il Maradona icona pop della sinistra è stata un’invenzione di Fidel Castro. Fidel, grande volpone della politica, capace di far sopravvivere per decenni la sua Cuba alla fine del comunismo cioè alla fine del suo mondo. Il leader cubano non si fece particolari problemi a prendere quale testimonial lo stesso Diego che era stato fan di Menem, il presidente della dollarizzazione dell’argentina. Fidel Castro era uno che reclutava nella sua squadra chiunque fosse funzionale al suo disegno e poco importa se in passato fosse stato a fianco dei filostatunitensi.

La conclusione è che Maradona politico è controverso, ma non lo è di più del suo paese. Facile esaltarsi per il Maradona all’apice del successo nel 1986; a me, che non sono mai stato un suo fan, piace di più il Maradona del 1994, che dopo essersi autodistrutto con la cocaina, dopo la squalifica, dopo essersi sottoposto a trattamenti per perdere 15 chili, segna alla partita d’esordio nei mondiali di calcio. Un uomo che è caduto tante volte per sue imperdonabili colpe, ma che ha sempre provato a rialzarsi. Lo ricorderò così – lui che segna e corre ad urlare contro la telecamera – e non come un simbolo dell’emancipazione dalla povertà, né come leader della sinistra globale.

Salvatore Sinagra

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