Più spesa pubblica non vuol dire più sviluppo
Sarebbe bello che la crescita dell’Italia dipendesse dal bilancio dello Stato. Sarebbe bello anche che si sapesse esattamente cosa vuol dire “crescita” perché dietro la sua invocazione da parte dei tanti che giudicano la manovra finanziaria proposta dal governo asfittica e poco ambiziosa si nasconde il tarlo che da decenni corrode il Paese: la spesa pubblica. Tarlo perché la storia dimostra come sia difficile che la spesa produca sviluppo. Sì ci si pagano i servizi, ci si pagano stipendi e pensioni e poi ci si paga la conquista del consenso politico. Lo sviluppo no, non si compra con la spesa pubblica.
Nel quadriennio 2020 – 2023 (calcoli dell’economista Roberto Perotti), la spesa pubblica italiana è aumentata di 180 miliardi l’anno, 720 miliardi in totale. Una enormità di risorse per cosa? La parte principale l’hanno fatta i bonus edilizi (230 miliardi) e il mitico PNRR (240 miliardi). Hanno portato più sviluppo? No. Una valorizzazione del patrimonio immobiliare di pochi italiani sì, tante spese sparse spesso improvvisate e in certi casi inutili sì. È la dimostrazione più evidente che avere tanti soldi a disposizione e non avere le idee chiare per spenderli o indirizzarli alla cattura del consenso porta solo spreco e più debito che impedirà lo sviluppo futuro
17 novembre 2025


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