PNRR, il ciclo dei rifiuti e i termovalorizzatori dimenticati

Nel PNRR sembra che ci sia tutto, ma in realtà qualcosa manca. I termovalorizzatori!

Il ministro Cingolani ha dichiarato in un’intervista che non servono e che ci si penserà solo in alcuni casi se l’economia circolare dimostrerà di non funzionare. Che vuol dire? Che anche il ministro crede alla favola del riciclo integrale e che nel piano che viene presentato come cruciale per far superare all’Italia il suo ritardo rispetto ai migliori esempi europei non si vuole intervenire nella realtà. Come è fatta la realtà lo posso spiegare con un esempio banale di vita quotidiana.

Qualche giorno fa ho visto nella bacheca del mio palazzo un volantino del comune in cui veniva spiegato che nella raccolta differenziata per la plastica vanno inseriti solo i materiali degli imballaggi e non altri oggetti di plastica come per esempio i giocattoli. Questi altri oggetti vanno invece inseriti tra i materiali indifferenziati anche se sono di plastica.

Vediamo adesso da cosa sono composti questi imballaggi:

Ho frugato quindi tra la mia raccolta differenziata ed ho estratto alcuni campioni a cui ho associato il materiale polimerico con cui sono prodotti:

Blister di lampadina =PVC / vaschetta pesto = polietilene bassa densità / vaschetta verdura = polistirolo espanso / shopper abbigliamento= polietilene alta densità / bottiglia detersivo = PET / busta affettato= multistrato: nylon, polietilene,  polietilene vinil acetato, polietilene modificato / bottiglia latte= multistrato polietilene, polietilene modificato / sacchetto panettone = polietilene alta densità laccato / sacchetto biscotti  = cellophan laccato (celluloide) / tappo flacone detersivo = polipropilene / pellicola alimenti= PVC plastificato / imballaggio di un pacco = poliestere / vaschetta yogurt= polistirolo

Come  si vede, la varietà dei polimeri, nonostante siano tutti prodotti per imballaggio, è ancora molto grande.

Nella fase successiva alla raccolta questi polimeri vengono mandati a un impianto di separazione che è in grado di estrarre dal miscuglio due o tre tipi di plastica: PET, polietilene, polistirolo, polipropilene e poco altro. Dalla raccolta differenziata circa il 30-40 % non viene separato e viene rimandato alla raccolta indifferenziata.

Recentemente ho acquistato dei pomodori al supermercato, erano confezionati con un film plastico rigido, perfettamente trasparente che scricchiola al tatto, dove va buttato?

Apparentemente uno lo butterebbe nella plastica, ma leggendo bene la confezione si tratta di PLA, acido polilattico un polimero che fonde a 180 gradi e che è perfettamente biodegradabile e va messo nell’umido.

Bene, ma non benissimo. Si tratta di un polimero nuovo che non si era ancora visto in giro. Quindi, a buttarlo nell’umido si rischia una multa per aver messo della plastica nel posto sbagliato. Inutile dire che se messo nella raccolta differenziata della plastica finirà nell’indifferenziata  pure lui. Si tratta di un’operazione di marketing: “noi siamo bravi e utilizziamo plastica biodegradabile” plastica però che finisce lo stesso nell’indifferenziata.

Ora se osservate in giro per casa vostra con attenzione, vi accorgerete che  la maggior parte gli oggetti che vedete in giro sono fatti di materiali plastici. I mobili, le scarpe e sì, anche i vestiti, se non sono di lana o di cotone. Per quanto detto prima, tutti questi materiali, quando sarà giunta la loro fine, e tutto finisce in spazzatura prima o poi, andrà nell’indifferenziato.

E che fine fa l’indifferenziato?

Attualmente in Italia i materiali conferiti nell’indifferenziato seguono 3 strade:  dopo un trattamento volto al recupero dell’acciaio e altri metalli, rame e alluminio, può venire inviato in discarica, oppure inviato in un termovalorizzatore per il recupero energetico, oppure confezionato in ecoballe ed inviato lontano spesso all’estero per venire incenerito. In pratica non chiudendo il ciclo dei rifiuti con un termovalorizzatore oltre a pagare per lo smaltimento e il trasporto regaliamo centinaia di migliaia di KWh ad altre nazioni.

Ultima considerazione, ma non meno importante, riguarda la costituzione di impianti di trattamento dei rifiuti (trattamento non riciclaggio che è un’altra cosa), un po’ ovunque, impianti in mano a privati che ne hanno fatto un vero business ancora più redditizio della droga come ben spiegato in un dataroom di Milena Gabanelli (a questo link).

Questi impianti spesso si riducono a grandi depositi di indifferenziata in capannoni dismessi. Poi ogni tanto questi capannoni vanno a fuoco, le società falliscono, i proprietari spariscono, e devono intervenire i comuni e le regioni per bonificare tutto con spese a carico dei cittadini di decine di milioni di euro. Inutile dire che uno qualsiasi di questi roghi immette nell’aria quintali di sostanze tossiche e non solo CO2, sostanze che un termovalorizzatore in perfette condizioni non immetterebbe nemmeno in 100 anni di funzionamento.

Pietro Zonca

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