Recovery fund e accordo di Dublino: l’Europa al bivio

Facciamo il punto sull’evoluzione dell’Unione europea con Paolo Acunzo vice presidente del Movimento Federalista Europeo

Con il progetto di riforma dell’Accordo di Dublino Ursula von der Leyen completa il quadro che aveva già definito all’atto della sua elezione e con l’importante discorso sullo stato dell’Unione. Quali i pregi e quali i limiti in quest’ultima proposta?

La Presidente von der Leyen si è presentata davanti alla plenaria del Parlamento Europeo con un programma molto ambizioso e innovativo per riscuotere la fiducia che poi ha avuto. Tra i punti toccati ve ne erano molti che poi sono stati richiamati anche durante la negoziazione del Next generation EU e un riferimento esplicito per la convocazione della Conferenza sul futuro dell’Europa su cui tornerò in seguito. Tra questi punti c’era anche la riforma dell’accordo di Dublino sulla politica migratoria europea che più volte ha dimostrato la sua inadeguatezza. Ora il progetto di riforma solo accennato conferma la questione fondamentale per cui non si riesce a cambiarlo: essendo un accordo tra stati occorre l’unanimità di tutti per poterlo modificare ed essendo un tema propagandistico utilizzato spesso, anche nei paesi guidati da forze nazionalpopuliste, difficilmente ci si riuscirà se le regole per deliberare restano le stesse. Una dimostrazione è che proprio questo accenno di riforma ha subito numerose critiche, a partire dal governo italiano, proprio perché non suppliva l’esigenza dell’obbligo di ricollocazione in tutti i paesi europei con quote e procedure chiare, ma si fissava solo un principio di massima. So che la trattativa va avanti e spero che comunque si riesca a trovare delle soluzioni migliorative dell’accordo, ma in questo come in altri casi la funzione della Commissione sembra debole, sempre più schiacciata dai veti contrapposti nazionali.

Stessa domanda per il programma della Commissione europea contenuto nel discorso sullo stato dell’Unione.

Lo schema presentato si applica per numerose altre lodevoli iniziative della Commissione diretta da Ursula von der Leyen, rilanciate anche durante l’ultimo discorso sullo stato dell’Unione, ma il problema rimane sempre quello. Se non si riparte con una forte iniziativa di riforma istituzionale dell’UE in cui si abolisca in sostanza la regola dell’unanimità tra i governi in quasi tutte quelle competenze previste nel Consiglio e si applichi invece come regola generale la codecisione tra una maggioranza in seno al Parlamento europeo e una maggioranza qualificata in seno al Consiglio per assumere qualunque decisione, la Commissione non avrà la forza e il peso politico di riuscire ad imporre le proprie proposte, benché esse siano più che necessarie nel contesto economico e sociale in cui si trova oggi l’Europa. Per questo sono rimasto negativamente sorpreso della quasi assenza nel discorso della Presidente sullo stato dell’Unione di un forte richiamo all’impegno già preso di una sollecita convocazione sulla Conferenza sul futuro dell’Europa, come strumento fondamentale per rilanciare quelle riforme istituzionali sopracitate indispensabili per dare nuovo slancio all’Unione.

Negli ultimi due anni la spinta per adeguare le politiche europee è venuta dalla Francia e soprattutto dalla Germania. E’ chiaro a tutti che Ursula von der Leyen si muove in accordo con Angela Merkel. E’ la forza trainante che ci voleva per definire una nuova identità europea? Forza trainante che si può riflettere anche sull’euro: a che punto è la riforma delle istituzioni? Si era parlato di differenziare l’Eurozona dall’Unione.

Sì, il dato politico più rilevante è sicuramente una posizione più aperta verso gli investimenti e la creazione di forme di debito comune da parte della Germania. Ciò è stato evidente durante la lunga negoziazione del recovery fund, che ancora oggi non pare del tutto conclusa, durante la quale alcuni piccoli paesi detti “frugali” hanno usato la minaccia di porre il loro potere di veto nazionale per bloccare l’intervento europeo necessario per rispondere ad una crisi mai vista prima in seguito alla pandemia. Eclatante ad esempio è la posizione dell’Ungheria e della Polonia, che non vogliono far rientrare il criterio del rispetto dello stato di diritto per l’utilizzo dei fondi europei.

In tutto ciò la Commissione europea può fare poco, avendo l’ultima parola sempre i governi. Tanto più che non riesce a svolgere un ruolo neanche dove avrebbe le competenze, ovvero nella definizione del bilancio pluriennale dell’Unione Europea. Per la prima volta nella storia si corre il rischio di avere un bilancio di funzionamento di tutta la macchina comunitaria più modesto rispetto a quello precedente, venendo a scaricarsi le tensioni degli interessi nazionali di questi paesi frugali proprio sul bilancio, ritenuto politicamente meno solido essendo garantito direttamente dalla Commissione, rispetto a quello del recovery fund. Infatti, per quest’ultimo, grazie soprattutto all’azione del governo francese, italiano e spagnolo, si è riusciti a consolidare una ampia maggioranza all’interno del Consiglio per arginare i “ricatti” nazionalistici di alcuni piccoli stati. Un peso politico garantito dai paesi citati e dalla stessa Germania, come detto. Peso politico che attualmente manca alla Commissione europea guidata dalla von der Leyen.

Per questo ci deve essere quanto prima una forte rivendicazione, da parte di tutte quelle forze politiche che aspirano allo sviluppo dell’integrazione politica europea, di rispetto degli impegni presi e conseguente convocazione quanto prima di una vera conferenza sul futuro dell’Europa per introdurre quelle riforme istituzionali necessarie a togliere definitivamente il potere di ricatto del diritto di veto nazionale che bloccano l’intero meccanismo decisionale su diverse questioni vitali per l’Europa e portare a compimento le riforme ambiziose proposte. Il Parlamento europeo sta portando avanti questa rivendicazione, mi auguro che ben presto anche la Presidente von der Leyen possa passare dalle parole ai fatti e farsi garante del rilancio del processo costituente di fronte a tutti i cittadini europei

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