Riaprire all’aperto e poi vaccini, ricambio d’aria, tracciamento

Alzi la mano chi non si è mai indignato per le immagini dei parchi o delle piazze pieni di gente che passeggia. Anche se la stragrande maggioranza delle persone indossava una mascherina quelle immagini hanno dato l’idea di una situazione fuori controllo. Ebbene la novità è che era tutto sbagliato. L’indignazione non l’andare a spasso.

Un articolo pubblicato sul Messaggero a firma di Graziella Melina presenta una carrellata di studi scientifici e di interviste a scienziati che mettono un punto alla ipotesi che il virus si trasmetta all’esterno. Viene, infatti, ritenuto un dato scientifico ormai assodato che la contagiosità del virus dipenda dalla sua concentrazione nell’aria che all’aperto semplicemente non è possibile. Vi è quindi una ragionevole certezza che le attività all’aperto non siano rischiose a meno che non ci si parli in faccia a distanza molto ravvicinata (due persone che si abbracciano a lungo per esempio).

Molti dei sacrifici che abbiamo affrontato nei mesi scorsi o, quanto meno, molte occasioni di tensione (ricordiamo le multe a chi prendeva il sole il giorno di Pasqua?) erano sprecate poiché inutili a difendersi dal contagio. Viceversa molti interventi che avrebbero potuto potenziare questa difesa non sono stati fatti.

La vicenda della Sardegna che in poche settimane è passata da essere zona bianca a rossa dimostra che non siamo ancora in grado di cogliere l’obiettivo che sta condizionando in maniera così pesante le nostre vite.

I dati sui morti e sui ricoverati in terapia intensiva ci dicono che dopo 6 mesi di chiusure alternate delle regioni e dopo 4 dall’inizio della vaccinazione non c’è ancora una netta inversione delle curve. La prima è più banale spiegazione è che, se i morti (e quindi anche i ricoverati) sono stati nella quasi totalità persone di oltre 60 anni di età, non altrettanto si può dire della somministrazione dei vaccini. Ormai è noto che nelle regioni sono stati utilizzati tutti gli spazi lasciati dal piano vaccinale per vaccinare categorie diverse dagli anziani. L’effetto, del tutto ovvio, è stato che gli over 60 non vaccinati hanno continuato ad ammalarsi e a morire.

La giustificazione che addita la scarsità delle dosi consegnate raddoppia la responsabilità di chi la porta per spiegare la lentezza nella vaccinazione dei soggetti più a rischio. Proprio perché vi è stata scarsità (ma la presenza nei frigoriferi di oltre 2,5 milioni di dosi potrebbe anche smentirla) bisognava concentrarsi sui più vulnerabili e non disperdere le dosi in tante direzioni diverse.

Inoltre le chiusure attuate in Italia non sono state accompagnate da interventi all’interno degli spazi chiusi frequentati dalle persone.

Oggi si conoscono meglio i meccanismi di trasmissione del virus e se, come già sottolineato, all’aria aperta questa risulta estremamente difficile, negli spazi chiusi si è rivelata molto più facile e rapida. La trasmissione del virus, infatti, non avviene solo con le goccioline più grandi, ma soprattutto con quelle più piccole che costituiscono il famoso aerosol che negli ambienti al chiuso può restare in sospensione a lungo. Ciò significa che le mascherine chirurgiche, che non filtrano l’aerosol, all’aperto non sono necessarie e al chiuso non servono a niente. Anche indossando le FFP2 però non si è al sicuro: occorrono sistemi di filtraggio e di ricambio dell’aria. Sarebbero stati questi gli interventi da realizzare nel trasporto pubblico, nelle aule scolastiche e in tutti gli spazi chiusi frequentati da una pluralità di persone. Sono stati fatti? Sembra proprio di no.

Ultimo punto, il tracciamento. La app Immuni si è rivelata un completo fallimento perché troppo preoccupata di non invadere la privacy delle persone. Se vogliamo rinunciare a tracciare i casi che possono indicare un focolaio di contagio rassegniamoci a subirne le conseguenze. In silenzio però.

Qualcosa, dunque, bisognerebbe fare andando oltre i cambi di colore e la diatriba tra “aperturisti” e “rigoristi”.

  1. Far rispettare la regola che si vaccinano prima tutti gli over 60
  2. Installare impianti di ricambio dell’aria nei trasporti pubblici e nelle scuole
  3. Creare un sistema di tracciamento efficiente per individuare e circoscrivere i focolai infettivi

Claudio Lombardi

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