Ridurre l’emigrazione dei giovani si può

Un articolo di Anna Cecilia Rosso tratto da www.lavoce.info

 Sintesi: politiche a sostegno delle imprese possono influenzare indirettamente le scelte migratorie. Per esempio, con lo Startup Act del 2012 è diminuito il numero di giovani con alti livelli di istruzione che hanno abbandonato l’Italia per lavorare altrove.

Lo studio

Il numero di giovani italiani (18-40 anni) che si sono spostati all’estero è cresciuto di più di due volte tra il 2010 e il 2015, passando da 33,126 a 70,195 individui, rispettivamente circa lo 0,21 per cento e lo 0,50 per cento della popolazione residente nella stessa fascia di età. Studi recenti hanno mostrato che l’aumento dell’emigrazione italiana ha causato una diminuzione della nascita di nuove imprese con effetti negativi sulla domanda di lavoro nei mercati locali e una perdita di produttività soprattutto in imprese ad alta intensità di competenze specializzate. Gli italiani si sono spostati verso altri paesi nel Nord Europa, meno toccati dalla recessione e nei quali i salari offerti erano più alti.

In uno studio in corso di svolgimento nell’ambito del programma VisitInps analizzo le decisioni migratorie e le metto in relazione a scelte governative di politica industriale a supporto delle nuove imprese ad alto contenuto innovativo. Lo scopo dell’analisi è capire se un sistema economico più favorevole alla creazione di impresa abbia conseguenze positive anche sul mercato del lavoro e possa rappresentare un deterrente al brain drain osservato in Italia negli ultimi decenni.

Emigrazione italiana negli ultimi anni

Il tasso dei giovani italiani di età compresa tra i 20 e 40 anni che si è registrato come residente in un altro paese è aumentato più che proporzionalmente rispetto alle altre classi di età, soprattutto in seguito alla recessione del 2010. Più della metà degli italiani emigrati ha scelto come meta altri paesi europei: Germania, Svizzera e Regno Unito

Lo “Startup Act”

Nel 2012 il governo italiano ha introdotto lo “Startup Act” (legge n. 221 del 17 dicembre 2012). Lo scopo del programma era quello di supportare le startup innovative, attraverso un insieme di agevolazioni, tra cui la riduzione delle frizioni finanziarie che limitano l’accesso ai fondi necessari per la crescita e lo sviluppo dell’impresa. Per accedere al programma le imprese devono essere costituite da meno di 5 anni e soddisfare almeno uno dei seguenti tre requisiti: 1. avere forza lavoro specializzata (master o dottorati); 2. avere un brevetto; 3. investire in R&S. Studi recenti hanno mostrato che nelle imprese che hanno partecipato al programma si sono avuti effetti positivi in termini di aumento del numero occupati, degli investimenti e del valore aggiunto. Gli effetti positivi sembrano essere legati al miglior accesso ai finanziamenti sia privati (“venture capital”) che bancari.

Giovani e startup innovative

I giovani con alti livelli di istruzione sono il gruppo della popolazione con maggiori probabilità di diventare imprenditori; nel caso italiano sono però anche il gruppo della popolazione con tassi emigratori più alti. Per questa ragione, la creazione di un ecosistema orientato al supporto di nuove imprese innovative potrebbe avere trattenuto in Italia i giovani più propensi a emigrare. Inoltre, nuove imprese di successo portano a un aumento della domanda proprio di quelle competenze specifiche ad alto contenuto tecnologico che il nostro paese ha perso negli ultimi anni a causa dell’emigrazione all’estero.

L’effetto della policy sulla probabilità di emigrare

Per analizzare come lo Startup Act abbia influito sulla probabilità di emigrare, lo studio usa l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire) per misurare i tassi emigratori, i dati del Registro delle startup innovative, creato ai fini di seguire le imprese che hanno partecipato al programma, incrociati ai dati sul Registro delle imprese italiane di Cerved e i dati sulle carriere dei lavoratori disponibili sulla piattaforma VisitInps. La base dati così creata ha permesso la localizzazione delle imprese innovative e del mercato del lavoro di riferimento. I dati sono stati analizzati a livello comunale, utilizzando informazioni riferite a prima e dopo l’introduzione del programma. Il tasso emigratorio è misurato come flusso di individui in età compresa tra i 20 e i 60 anni distinti per il paese di destinazione (Ue e non Ue).

Le imprese innovative sono disperse su tutto il territorio italiano ma mostrano un’alta concentrazione in alcuni settori, in particolare nel manifatturiero e soprattutto nei servizi di informazione e comunicazione e nelle attività professionali, scientifiche e tecniche.

L’effetto del programma sul tasso di emigrazione è stimato attraverso metodi di regressione, paragonando il tasso emigratorio registrato nei comuni in cui almeno una startup innovativa ha partecipato al programma (trattati) con quello dei comuni in cui nessuna startup risulta iscritta (controlli) nel periodo esaminato, che comprende anni precedenti e successivi alla prima iscrizione al programma.

L’esistenza di una startup innovativa iscritta al programma ha diminuito il tasso emigratorio solo verso altri paesi europei di almeno 0,05 punti percentuali (35 per cento rispetto al tasso nel 2012). Non emerge, invece, alcun effetto sul flusso emigratorio verso paesi extra-europei

Quali sono i fattori che portano a questa diminuzione

Un ulteriore, importante, risultato riguarda le imprese innovative create già prima dell’introduzione del programma. La possibilità di partecipare al programma ha avuto anche effetti sulle dinamiche del mercato del lavoro locali: nei comuni in cui sono localizzate le giovani imprese si è avuto un aumento degli occupati di età inferiore ai 35 anni, che spesso hanno fatto il loro ingresso nel mercato del lavoro con contratti di apprendistato. Rilevante è il fatto che gli effetti sono maggiori nei settori in cui le startup innovative sono più concentrate. Dinamiche simili a quelle appena richiamate si sono riscontrate anche a livello di impresa.

In conclusione, lo Startup Act, nato nel 2012 con lo scopo di creare un ecosistema più dinamico a supporto di realtà ad alto contenuto tecnologico, non aveva l’obiettivo diretto di ridurre il tasso emigratorio dei giovani italiani con alti livelli di istruzione. Questo, però, sembra essere stato uno dei suoi effetti. E da questo si può trarre la conclusione che le scelte di politica industriale possono influenzare le dinamiche della popolazione con conseguenze rilevanti sul mercato del lavoro.

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