Southworking: mito e prospettive possibili

Qualche settimana fa Rossella Cappetta, professoressa associata della Bocconi, è stata duramente criticata per una sua posizione molto negativa sul southworking riportata da Business Insider. Per southworking si intende quella situazione in cui, grazie al lavoro a distanza, dipendenti di aziende con sede al nord o al centro vivono e lavorano stabilmente in località del sud in cui non esistono distaccamenti fisici della loro azienda. In verità il titolo scelto da Busineess Insider “la docente Bocconi stronca il southworking” è abbastanza sensazionalistico e si presta alla radicalizzazione del confronto. Tuttavia la docente della Bocconi enuncia tre principi assai condivisibili: (i) le grandi aziende, se concedessero ai dipendenti la possibilità di svolgere il 100% del loro lavoro in remoto  incorrerebbero in un calo della produttività, dovuto per esempio ad una peggiore formazione, che di sicuro non verrebbe compensato dalla riduzione di costi degli immobili dovuti al taglio degli spazi; (ii) per questo molte grandi aziende stanno pensando a formule che consentano – o impongano – ai dipendenti di lavorare per 2 o 3 giorni a settimana da luoghi diversi dall’ufficio il che sarebbe, evidentemente, incompatibile con il southworking;  (iii) Il sud non si può accontentare di dare la caccia a dipendenti a medio reddito di imprese del nord ma deve avere una strategia di sviluppo industriale. Purtroppo la docente della Bocconi ha ricevuto critiche e attacchi personali basati su luoghi comuni e non su dati di fatto.

D’altra parte qualcuno immagina, sulla base di vaghe previsioni e di analisi dei dati attuali di ancora più scarsa qualità, che lo sdoganamento del lavoro a distanza possa rilanciare il sud dal punto di vista demografico e dal punto di vista dei consumi.

Il Centro Studi Svimez, istituto di grande autorevolezza e che non può essere accusato di antimeridionalismo, ha pubblicato uno studio curato da Elena Militello, lei stessa una southworker. Il lavoro di Svimez censisce 45.000 southworker, ovvero 45.000 dipendenti di 150 grandi aziende del centro-nord che lo scorso novembre lavoravano stabilmente dal sud. Tali dipendenti rappresentano il 3% della forza lavoro delle 150 imprese del campione. Si potrebbe trattare di una  stima per difetto, ma è ragionevole pensare che fuori dal novero delle 150 imprese i margini di flessibilità che consentano ai dipendenti di lavorare a distanza (salvo eccezioni che citerò avanti) siano assai limitati. Sempre Svimez nel rapporto 2019 sull’economia del mezzogiorno ci dice che dall’inizio del nuovo millennio circa 850.000 donne e uomini hanno abbandonato il sud per il centro-nord o per l’estero. Il rapporto Svimez 2020 ci dice che nel solo 2018 138.000 cittadini hanno cancellato la loro residenza nell’Italia meridionale e che si prevede una dimunizione di abitanti su scala nazionale pari a 7 milioni nel 2065, 5 dei quali a carico del sud.

A distanza di 5/6 mesi dalla pubblicazione del comunicato di Svimez sul southworking non sappiamo quanti dei 45.000 lavoratori censiti vivano ancora al sud; sappiamo invece quali sono i primi orientamenti delle grandi società: verranno ridotte le superfici degli uffici e ai dipendenti verrà chiesto di lavorare per due giorni alla settimana da casa e per tre in ufficio o viceversa, formula evidentemente incompatibile con il southworking. I numeri e le dinamiche qua citati fanno pensare che la pandemia nel medio periodo propizierà o accelererà il trasferimento di poche migliaia di lavoratori al sud, trasferimento una tantum che non potrà compensare in pochi mesi gli abitanti persi negli ultimi vent’anni dal sud.

Una locuzione spesso usata da chi vuole immaginare dinamiche di redistribuzione territoriale causa pandemia è “allo stato attuale possiamo fare solo previsioni, nessuno ha certezze!” Si tratta evidentemente di una gigantesca approssimazione. La pandemia ha reso per le imprese e per tutti noi più difficile programmare il futuro e allocare risorse, tuttavia se la pandemia avesse aperto le porte ad una situazione di incertezza con tanti scenari equiprobabili oggi, invece di incaricare dirigenti d’azienda o grandi società di consulenza per fare il piano industriale, le più grandi imprese italiane potrebbero affidarsi indifferentemente ad un manager, ad un dipendente preso a caso o alla zingara di Brera per fare un po’ di narrativa. Invece, i piani industriali in questi mesi vengono aggiornati magari incorporando qualche elemento di incertezza in più e facendo qualche piano B o piano C più prudente del piano principale  sulla base di approcci simili a quelli del passato; guardando i dati della storia recente e quello che stanno facendo le società abbiamo un quadro abbastanza netto di come sta cambiando la geografia del lavoro.

Io credo quindi, che come avvenuto per Lehman Brothers, quando vi era la sensazione che il sud meno finanziarizzato potesse soffrire la crisi meno del nord, le parti più deboli della penisola, anche se sono quelle che meno stanno soffrendo la crisi sanitaria, possano uscire veramente male sotto il profilo economico; per questo sarebbe necessario verificare che al Sud arrivi una congrua porzione di investimenti di Next Generation EU. In generale tutti i salti tecnologici del sistema produttivo, come il passaggio ad un ricorso strutturale alle tecnologie che permettono il lavoro in remoto, non accorciano le distanze economiche tra aree povere ed aree ricche dei paesi, ma allargano le distanze tra le imprese più solide che possono permettersi investimenti e quelle che non possono farlo, in questo contesto il fattore dimensione crea immense disparità tra aziende. Vale la pena di aggiungere che

  • Il lavoro da un’altra regione di 45.000 dipendenti non è probabilmente il principale processo di “remotizzazione” del lavoro registrato in questi anni. Probabilmente ha avuto un impatto maggiore per esempio la significativa riduzione ed il ripensamento degli sportelli bancari, sempre meno luoghi di esecuzione di operazioni e sempre più luoghi di consulenza, che ha comportato un crescente utilizzo di app e altri dispositivi per operazioni di pagamento e simili. Secondo KPMG tra il 2009 ed il 2017 i primi dieci gruppi bancari hanno ridotto le filiali da circa 29.000 a poco meno 19.500; ancora Banca d’Italia ci dice che le filiali del sistema bancario italiano nel suo complesso sono passate da 29.000 circa a inizio 2017 a 25.400 a fine 2018. Una riduzione di circa i 12,5% in soli due anni. Peraltro già prima della pandemia fuori dal perimetro delle banche tradizionali stavano proliferando startup innovative – banche online con business model particolari, società assicurative, società di investimento – che stavano accelerando la remotizzazione di molti servizi finanziari. Dinamiche simili si vedevano in misura minore in altri settori dei servizi. Eppure da tali dinamiche di remotizzazione non si è visto alcun impatto positivo per il sud
  • Molte grandi aziende, già prima della pandemia, avevano inserito, senza obblighi per i dipendenti, lo smartworking nel contratto collettivo aziendale. La mia personale esperienza (in un gruppo di lavoro di 7 persone ero l’unico a non aver effettuato l’opzione smartworking ai primi di marzo 2020) conferma questa ipotesi. Eppure già ben prima della pandemia vi era il rumor di futuri piani industriali che causa riduzione degli spazi avrebbero reso il lavoro da casa in parte obbligatorio. Il mondo delle grandi aziende si divideva allora a metà tra quelle che stavano studiando risparmi di costo basati sullo smartworking di 2/3 giorni a settimana e quelle avverse allo smartworking. Durante la pandemia abbiamo capito che mediamente i dipendenti da casa e senza tornelli non diventano fannulloni e tutte le grandi imprese stanno convergendo sul modello 2 giorni a casa/3 giorni in ufficio o al contrario 3 giorni a casa/2 in ufficio. E’ opportuno segnalare come prima della pandemia esistesse già un’ampia letteratura economica, soprattutto in inglese, sui costi e benefici del lavoro in remoto, dell’orario flessibile, della sostituzione degli uffici con gli open space. Non c’era alcuna letteratura sui dipendenti di imprese del nord che causa smartworking avrebbero preso casa al sud
  • In alcuni settori e segnatamente in alcuni servizi (studi di professionisti, call center, help desk), si è sempre più in questi anni fatto ricorso al lavoro a distanza anche totale e anche con possibilità di lavorare dal sud o persino dall’estero, ma non è bastato ad incidere minimamente sugli squilibri demografici che stanno svuotando il sud

In conclusione le avventate analisi sulle ricadute della pandemia nei rapporti Nord-Sud appaiono come il disperato tentativo di immaginare una soluzione agli squilibri territoriali di un paese che al sud e in una buona parte del centro ha rinunciato a immaginare un futuro industriale anche solo basato sul costo del lavoro sotto la media europea. Giova ricordare che secondo un’analisi del 2019 di infodata.sole24ore non solo l’intero sud, ma anche Marche, Toscana e Umbria hanno un costo del lavoro sotto o debolmente sotto la media UE. Dopo l’irrealistica illusione che 13 o 14 milioni di Italiani possano vivere di solo turismo e dopo l’immagine letteraria di una valanga di laureati meridionali che tornano a fare startup nei casolari, adesso sogniamo un rilancio del sud trainato dallo smartworking su basi che sarebbe un eufemismo definire discutibili. La docente della Bocconi fa un’analisi buona, fatevene una ragione!

Salvatore Sinagra

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