Una guerra di logoramento

Pubblichiamo un post di GIANMARCO VOLPE tratto da facebook

Mancano due giorni al 9 maggio e l’impressione è che la Russia non potrà esibire sulla Piazza Rossa manco lo scalpo di Mariupol, malgrado abbia ripreso ad attaccare con rinnovato vigore l’acciaieria Azovstal. Leggo analisti secondo le quali, in occasione della Giornata della vittoria, Vladimir Putin annuncerà lo stato di guerra formale con l’Ucraina e la mobilitazione generale della Russia. Io credo non farà nulla del genere: nel primo caso conferirebbe implicitamente all’Ucraina lo status di nemico su un livello di parità con la Russia, contraddicendo la retorica dell’operazione di denazificazione e liberazione del popolo ucraino e mettendo in chiaro i reali obiettivi dell’invasione; nel secondo rischierebbe di alienarsi il consenso dei ceti urbani, che finora ha conservato anche mandando a morire le minoranze etniche e le popolazioni delle periferie.

Suggerisco, a questo proposito, di dare uno sguardo agli oblast di provenienza delle vittime della guerra in Ucraina: Daghestan, Tuva, Buriazia, Ossezia del Nord stanno pagando un tributo in termini di vite umane del tutto sproporzionato rispetto a Mosca e San Pietroburgo. In Buriazia, nella Siberia centro-meridionale, per ogni 100 mila abitanti 35,63 sono andati a morire in Ucraina; a Mosca lo 0,1 per 100 mila. È vero che l’esercito russo recluta tradizionalmente tra le fasce più povere della popolazione federale (i giovani delle grandi città, se desiderano servire il Paese, optano più frequentemente per l’Fsb e altre agenzie di sicurezza), ma è vero pure che la Buriazia ha meno di un milione di abitanti e l’oblast di Mosca ne ha quasi 8 milioni. Il punto è che i generali russi preferiscono sacrificare la povera gente di sangue misto piuttosto che i giovani bianchi provenienti dai centri nevralgici del Paese, dove il peso della guerra rischia di provocare proteste più visibili e dunque più contagiose.

Tutto, presumibilmente, andrà avanti come prima fino a quando la pur lenta e macchinosa spinta delle forze russe nel Donbass non si esaurirà, dando all’Ucraina l’occasione di partire con la controffensiva. I 90 gruppi tattici di battaglione dispiegati lungo 900 chilometri di fronte continuano a sembrare insufficienti per consentire alla Russia di conseguire gli obiettivi minimi di questa guerra. Né Putin può sperare in un miglioramento della situazione nelle settimane a venire: la Russia avrà sempre meno mezzi a disposizione, uomini sempre più stanchi e demoralizzati, un’economia sempre più in difficoltà; l’Ucraina, dall’altra parte, sarà sempre più armata dagli Stati Uniti e dagli alleati occidentali. All’orizzonte si profila una lunga guerra di logoramento che il presidente russo non potrà permettersi di sostenere per sempre.

Zelensky, con tempismo sospetto, ha offerto ieri a Putin una via d’uscita: il riconoscimento della Crimea russa come base per tornare al tavolo negoziale. È una concessione cui gli ucraini hanno sempre saputo di dover ricorrere, e non è un caso che non abbiano fatto finora saltare in aria il Ponte di Crimea (costruito dai russi in tempi record dopo l’annessione per collegare la penisola al loro territorio). Con ogni evidenza, Putin non è ancora pronto per trarre vantaggio dall’apertura del suo omologo. Non è però detto che, alla luce delle considerazioni di prima, non sia costretto a farlo in tempi più prossimi di quanto ci si attenda.

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