Alimentazione: italianità e nostalgia del passato

Quando si parla di alimentazione spesso, da più parti si inneggia ad un ritorno al passato, che viene descritto come un’epoca di benessere, salute, felicità. In realtà, basterebbe chiedere ai grandi anziani di oggi, ai nostri nonni, come si viveva davvero allora e in maniera poco nostalgica, direbbero all’unisono “si sopravviveva”. Molte persone ricordano il cibo di una volta “più buono”. Molti anziani mi dicono, che effettivamente, per chi ce l’aveva, ovvero i “signori”, era buono davvero. Per tutti gli altri c’era poco da scegliere, buono o cattivo che fosse.

Sicuramente si viveva di stagionalità e localizzazione del cibo. I trasporti erano difficili, le primizie rarissime, chi era contadino mangiava quello che offriva la terra (ben poco, nonostante si zappasse a mano tutti i giorni), chi aveva le pecore o le capre mangiava soprattutto latte e formaggi, mentre i pescatori quello che avevano la fortuna di tirare su con le barche e senza alcuna tecnologia.

E’ vero che si mangiava tutti fresco. Non c’era il frigo, né il congelatore. E nemmeno tutti gli elettrodomestici che rendono più facile la nostra vita oggi (basta vedere la foto di un qualunque lavatoio per immaginare la fatica di lavare tutto a mano).

Cosa c’è da rimpiangere del cibo di una volta vivendo la vita di oggi? Una volta se il vino diventava aceto, si buttava? E se l’olio irrancidiva? Per non parlare delle micotossine presenti nel frumento che nemmeno si conoscevano. La sicurezza alimentare non era quella di oggi, anzi, come concetto nemmeno esisteva. Tutti i giorni il cibo era sempre lo stesso e povero tranne che per le minoranze di benestanti. Si sopravviveva, mangiando poco e lavorando tanto. Quando, poi, a causa di una siccità o di piogge troppo abbondanti o di grandine, il raccolto andava male non c’erano riserve e non c’erano mercati mondiali ai quali ricorrere. Ovviamente non esisteva spreco, “era peccato”. Erano i tempi in cui quando cadeva il pane a terra si baciava e si mangiava lo stesso. Gli stessi tempi in cui c’erano sì i grani antichi, ma i raccolti erano limitati e in campagna ci dovevano lavorare tutti per avere la loro parte di cibo. C’era poco da mangiare per la stragrande maggioranza delle persone e quel che c’era spesso non era nemmeno sano.

L’alimentazione contadina, quella mediterranea, era incentrata soprattutto sul consumo dei prodotti della terra. Oggi si parla tanto di alimentazione naturale, invitando a mangiare quello che la natura offre. E cosa offriva nel passato alle povere popolazioni montane? Sicuramente erbe spontanee, amare, amarissime che oggi molte persone nemmeno mangerebbero, oppure tante piante addomesticate che sono divenute coltivabili.

Solamente il consumo di queste piante, in assenza di laboratori che potessero analizzarne le proprietà chimiche, ha permesso di testare gli effetti negativi dell’uso alimentare di alcune di esse, specialmente tra le classi sociali più deboli. Letteralmente sulla vita di tante persone.

Molte colture allora erano abbastanza comuni e diffuse, permettendo alla popolazione di sfamarsi. Allo stesso tempo però potevano risultare nocive per la presenza di alcuni parassiti fungini nonché di particolari infestanti, oppure per la carenza di determinati nutrienti indispensabili per il nostro organismo o la presenza di pericolosi composti chimici tossici.

In Italia, dove si fa grande clamore su possibili problemi di sicurezza alimentare, stranamente non si dice nulla a proposito della coltivazione, vendita e promozione di specie antiche di legumi come la cicerchia, dagli effetti potenzialmente dannosi, specialmente in soggetti geneticamente predisposti.

Parlare di alimentazione è una cosa complessa che dovrebbero fare gli esperti. Parlare di nutrizione non vuol dire mettere ricette “sane” sui social o aprire esercizi commerciali che si spacciano per salutistici e nemmeno scatenare polemiche sull’italianità di alcuni cibi. La realtà nella quale viviamo non può fare a meno dei mercati mondiali e della ricerca scientifica e tecnologica.

(Rielaborazione di un post di Antonio Pacella Medico Specialista in Scienza dell’Alimentazione)

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