Il palestinismo non è ingenuo idealismo
Spesso, quando parlo di palestinismo, arriva puntuale qualcuno a dirmi: “Guarda che quelli di cui parli sono una minoranza. Generalmente sono belle persone, idealiste e in buona fede.” Confondono — volutamente o per ignoranza — i palestinisti con i pro-Palestina. Non è la stessa cosa.
Pro-Palestina è chi vuole una nazione araba accanto a Israele. Chi sostiene la soluzione dei due Stati. Chi crede che palestinesi e israeliani possano vivere in pace con confini sicuri e reciprocamente riconosciuti. Chi critica Israele per alcune politiche, ma non nega il suo diritto a esistere. Chi condanna Hamas per il 7 ottobre. Chi cerca la pace, non la vittoria. Questi — i pro-Palestina — sono spesso in buona fede. Sono idealisti. Forse ingenui, ma non in malafede. Ma sono, al contrario di quanto dice chi mi critica, una minoranza silenziosa: la moderazione non fa notizia.
Il palestinismo è altro. È un movimento che si fonda sulla distorsione del termine “sionismo” — fatto significare “razzismo” e “colonialismo” invece di “movimento di liberazione e autodeterminazione del popolo ebraico” — e che non vuole uno Stato palestinese accanto a Israele. Vuole Israele cancellato. Dal fiume al mare. Non lascia spazio alla convivenza, alla pace, agli ebrei. E il suo nucleo ideologico — al di là delle intenzioni dei singoli aderenti — è antisemitismo. Lo chiami antisionismo o no: è odio verso gli ebrei, verso Israele, verso chiunque non si allinei.
I palestinisti non sono una minoranza. Sono la stragrande maggioranza di chi riempie le piazze, sventola bandiere, urla slogan. Sono la voce più alta. Sono la narrazione dominante. E il problema non riguarda solo chi è esplicitamente in malafede: riguarda anche chi ci è finito per ignoranza, per conformismo, per pressione sociale — e che non ha mai verificato nulla, non ha mai letto una fonte primaria, non ha mai fatto una domanda scomoda.
Il palestinista tipo — quello che domina il discorso — è profondamente ignorante della storia. Non sa che gli ebrei sono indigeni della Palestina. Non sa che il sionismo è nato come movimento di liberazione nazionale. Non sa che Israele ha offerto la pace più volte ma la pace è stata rifiutata. Non sa che Hamas è un’organizzazione terroristica fondata sulla volontà di eliminazione degli ebrei. E invece di informarsi, va a rimorchio del branco. Ripete gli slogan che sente. Si indigna a comando. E si crede — paradossalmente — moralmente superiore. Convinto di lottare per la giustizia e i diritti umani, mentre diffonde odio e giustifica il terrorismo.
C’è una sociologia di questo fenomeno che gli storici conoscono bene. La piccola borghesia — chi non ha mai sofferto direttamente, chi vive in una condizione di privilegio relativo, chi si sente però minacciato e cerca un capro espiatorio — è stata storicamente la base sociale dei movimenti che trasformano l’indignazione in odio organizzato. Fromm lo ha analizzato per il nazismo. Paxton per il fascismo. I meccanismi sono gli stessi: aggregazione al branco, capro espiatorio, certezza morale assoluta, intolleranza al dubbio. Non dico che il palestinismo sia fascismo. Dico che usa gli stessi meccanismi psicologici e sociali. E che riconoscerli — invece di fingere che si tratti di idealismo ingenuo — è il primo passo per contrastarli.
Ecco perché non bisogna confondere i pro-Palestina con i palestinisti. E non bisogna dire “sono una minoranza”. Non lo sono. Sono la maggioranza nel dibattito pubblico. E quella maggioranza non si cambia con la benevolenza. Si cambia con la chiarezza.
Roberto Damico


Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Fornisci il tuo contributo!