L’8 marzo del tradimento
Sottotitolo: quando il femminismo diventa quinta colonna del patriarcato.
Oggi, 8 marzo, in molte piazze italiane si svolgono le manifestazioni di Non Una di Meno. Il doppio slogan è ormai consueto: contro il patriarcato e contro la guerra.
Ma chi guarda con attenzione cosa accade in quelle piazze non può non notare un dettaglio inquietante. Tra gli striscioni, tra i cartelli, tra i volti, sventola anche la bandiera della Palestina. È l’unica bandiera nazionale presente. E in quel contesto – dopo il 7 ottobre, dopo quello che è successo – è inequivocabilmente un simbolo. Il simbolo di Hamas.
Per mesi abbiamo assistito a un silenzio assordante sulla repressione in Iran. Sulle donne impiccate, sulle ragazze uccise per aver mostrato un capello, sui manifestanti massacrati. Silenzio.
Per mesi abbiamo visto abbracciare la narrazione del regime, per cui parlare contro Teheran sarebbe “islamofobia”. Una trovata “geniale”: trasformare la denuncia della dittatura in attacco a una religione, e così mettere a tacere ogni critica.
E oggi, nella giornata dedicata alle donne, vediamo folle scendere in piazza inneggiando al femminismo ma al fianco di chi lo stupro lo pratica come arma di guerra sistematica.
Perché è bene ricordarlo: Hamas, il 7 ottobre, non ha solo ucciso. Ha stuprato. Ha violentato donne davanti ai loro compagni, ha mutilato corpi, ha esposto cadaveri come trofei. Lo stupro come arma di guerra, come strumento di terrore, come affermazione di dominio.
Eppure, in queste piazze, non una parola sulle donne israeliane che quella sorte l’hanno subita. Non un minuto di silenzio, non un pensiero, non una bandiera. Come se il loro dolore non contasse. Come se fossero donne di serie B.
E non una parola, naturalmente, su chi pratica la stessa violenza in Iran. Sulle donne violentate nelle carceri dei mullah prima di essere giustiziate. Sulle bambine di nove anni date in spose a uomini anziani. Sulle ragazze frustate per aver cantato.
A questo punto, una domanda sorge spontanea: che femminismo è questo?
Che femminismo è quello che tace di fronte allo stupro se a praticarlo sono gli amici politici? Che femminismo è quello che vede nella bandiera di un movimento terrorista un simbolo di liberazione? Che femminismo è quello che ignora le donne iraniane perché non sono “alla moda” come causa?
Ormai è chiaro: certo femminismo è diventato, semplicemente, la quinta colonna del peggior patriarcato. Un finto femminismo che lotta non per le donne, ma contro le donne. Quelle sbagliate, quelle che non stanno dalla parte giusta.
La verità, scomoda da dire ma evidente, è che in queste piazze non si celebra la donna. Si celebra l’idea di donna funzionale a una certa narrazione politica. La donna palestinese va bene, perché raccontata come vittima dell’Occidente. La donna israeliana no, perché sarebbe complice. La donna iraniana va bene finché tace o ripete le parole del regime, ma se chiede aiuto all’Occidente diventa “collaborazionista”.
È il trionfo dell’ideologia sulla realtà. È la sconfitta del femminismo come movimento universale. È il tradimento di ogni donna che nel mondo lotta per la propria libertà, qualunque sia la sua bandiera.
Oggi, in quelle piazze, non si celebra la donna. Si celebra il tradimento delle donne. E chiamarlo femminismo è la più grande ipocrisia del nostro tempo.
Roberto Damico (.La Pagina da facebook)


Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Fornisci il tuo contributo!