Il voto meridionale e la rabbia sociale

Nel precedente articolo di riflessione sull’esito elettorale ho usato il termine secessione per definire un fenomeno di distacco radicale di parti maggioritarie del nostro paese dallo Stato e dalla politica che lo aveva guidato dopo il collasso del berlusconismo travolto dalla crisi del debito sovrano. Il progetto politico che è stato respinto dall’elettorato era basato su un intreccio tra europeismo, rigore finanziario, e, soprattutto con Renzi, riformismo di matrice liberal-socialista (crescita, riforma del welfare e diritti civili).

Ha vinto un altro intreccio impersonato dai due vincitori delle elezioni, Salvini e Di Maio: sovranismo, antieuropeismo/euroscetticismo, statalismo/assistenzialismo (quest’ultimo nel M5S combinato con una visione anti industrialista). Al sud questo intreccio ha raccolto la rabbia sociale scaturita dalla crisi. Al nord la paura di chi si sente minacciato dai migranti e dalle tasse, percepite sempre come altissime.

Che nel voto meridionale ci sia prevalentemente la rabbia contro l’impoverimento dei ceti medio – bassi è indubbio: il Sud, ha perso tra il 2008 e il 2013 il 15% del reddito procapite medio mentre il nord solo il 5%; la disoccupazione giovanile è quasi tutta al sud e i fenomeni di frattura della coesione sociale si presentano in quelle regioni enfatizzati. Di fatto il Mezzogiorno è diventato come la Grecia, mentre il nord e soprattutto il suo nuovo triangolo avanzato – Milano/Varese, Bologna, Veneto meridionale – come la Baviera.

A questa voragine territoriale le politiche del PD non hanno offerto una alternativa visibile e tangibile, nonostante che tra il 2016 e il 2017 il Pil delle regioni meridionali sia cresciuto come e più del Nord, le start up si siano moltiplicate e dall’Europa sia arrivato un fiume di risorse (purtroppo dissipate o mal gestite da classi politiche locali complessivamente di modesto livello se non proprio clientelari e corrotte). Di Maio è stato l’imprenditore politico di questa rabbia – un pò come Tsipras in Grecia o Podemos in Spagna – intrecciando l’urlo contro il potere della casta con la tradizionale garanzia che le pratiche sociali più diffuse per difendersi dalla insicurezza sociale e proteggere condizioni di vita seppur modeste, non sarebbero state attaccate. In questo modo ha tenuto insieme l’ideologia de “lo stato ci ha lasciati soli” a quella del rigurgito antistatale neoborbonista e alla rivolta plebea contro il potere (forconi). Possiamo dire che ancora una volta ha vinto un NO contro un SI, come è già accaduto nel referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Non è la prima volta che il sud dice No: lo aveva detto nel ’46 votando monarchia contro la repubblica e poi con il monarchico Lauro a Napoli; lo aveva detto nel 1994 votando Berlusconi (vinse in tutti i 61 collegi in Sicilia).

Questo successo mette in luce la gravità dello scollamento tra questa parte del paese e la sinistra riformista. Uno scollamento di lunga durata che non solo non è stato medicato, ma soprattutto non è stato affrontato in termini di cultura politica: l’ottimismo renziano che spinge a guardare al futuro qui non ha funzionato. Al riformismo – al netto dei suoi errori – serve tempo e nel sud di tempo non ce n’era più, anche perchè ha prevalso nella comunicazione giornalistica e mediatica una narrazione “vittimista” del Mezzogiorno, che stimola le pulsioni più negative presenti nell’antropologia delle popolazioni meridionali, la prima delle quali è la sfiducia che il mondo possa cambiare e che la politica sia lo strumento per farlo. Se anche il PD è governato da cacicchi, se è un insieme di piccoli gruppi autoreferenziali che si spartiscono poteri in chiave familistica, se non hanno idee e non stanno più in mezzo alle persone per favorire il loro impegno e una ripresa di fiducia, il risucchio verso le due alternative storiche – clientelismo statalista e Masaniello – diventa un’onda di piena irresistibile. Certo quest’onda di piena non si supera vagheggiando il ritorno all’età della Cassa del Mezzogiorno, nè impedendo l’espianto degli ulivi per fare passare un gasdotto. Ma anche il programma riformista va indubbiamente ripensato: ci vuole una strategia d’urto molto forte, senza la quale rimarrà forza minoritaria. Certo ci vuole anche quel “lanciafiamme” che Renzi non ha utilizzato fermando la rottamazione ai confini del Lazio. E quel mancato impegno ora gli si rivolta contro, anche in presenza di buone politiche che nei fatti non hanno alternative perchè il reddito individuale garantito non vedrà mai la luce nè altre soluzioni assistenzialistico/parassitarie potranno essere realizzate sia dentro che fuori dall’Europa. Resta da domandarsi cosa hanno fatto i poteri forti del Sud, compresi quelli criminali, che muovono cospicui pacchetti di voti in questa circostanza elettorale: non casualmente nessuno ne parla, ma il consenso stratosferico del M5S nelle zone a più altra intensità camorristica o mafiosa, meriterebbe una riflessione.

Alberto De Bernardi

Elezioni: la secessione degli italiani

La domanda è: cos’è accaduto alle elezioni domenica 4 marzo? Forse il termine più appropriato è secessione. Una gigantesca secessione di parti cospicue del corpo sociale dallo Stato e dalla classe dirigente riformista che si era assunta l’onere di guidare il Paese fuori dalla crisi che il berlusconismo non era stato in grado di affrontare.

Oltre il 55% degli italiani (senza contare gli astenuti) hanno scelto forze antisistema per esprimere una secessione da ogni progetto politico che avesse al suo centro l’Europa, i diritti civili, il rigore finanziario, la cultura, la difesa del patrimonio artistico e ambientale e l’inclusione sociale. Di fronte alla scelta tra futuro e rabbia/paura la maggioranza degli italiani ha scelto questa seconda via che però Lega, FdI e M5S declinano in maniera diversa.
Ci sono due secessioni: quella del nord e quella del sud che vanno lette con lenti diverse.

Quella del sud va interpretata confrontando Pil e distribuzione del voto. Nel sud più è basso il primo più i voti si orientano in direzione dei 5S: la secessione qui dunque affonda le sue radici nel progressivo approfondirsi della “questione meridionale” che né i governi locali di centro sinistra, né i governi nazionali di Renzi e di Gentiloni hanno saputo affrontare facendone uno dei problemi centrali della ripresa economica. Ciò non significa che in questi territori non sia accaduto nulla, perché molte zone del Meridione si sono agganciate alla ripresa e stanno crescendo anche se non come il resto dell’Italia. Ma la ricaduta sociale è stata inferiore e poco percepita perché si è scontrata con tare storiche del sud, la prima delle quali è costituita da un’amministrazione pubblica inefficiente, combinata con una classe politica totalmente inadeguata: clientelismo e cacicchi (basta guardare Emiliano per capirlo) in sintesi che hanno allargato il solco che separa le due Italie. Una che sta nell’Europa che cresce, dalla Toscana alla Danimarca; l’altra che sta con quella arretrata, dalla Sicilia alla Grecia, ai Balcani, all’est europeo. Come in altre circostanze della storia italiana recente il sud rabbioso che si sente emarginato e costretto in una condizione sempre più periferica sceglie un intreccio tra ribellismo antistatalista, aspettative assistenzialiste, finte rivoluzioni fideistiche, conservatorismo antiriformista per incanalare la propria protesta: basta ricordarsi Lauro, fino ai sindaci “arancione” o il movimento dei forconi.

Oggi è l’ora del populismo del M5S che ha promesso mari e monti e soprattutto quel reddito garantito che ha convinto molti. Ma soprattutto è stato scelto perché tutti sanno che lascerà che le vecchie pratiche clientelari, la distribuzione di risorse assistenziali, l’evasione delle tasse locali, il nero nelle attività economiche rimarranno fonte di reddito supplementare. E’ una secessione che va a destra contro la quale il messaggio europeista e riformista del Pd, raccontato da classi politiche locali screditate e divise, non ha avuto nessuna possibilità di essere recepito. Neanche evocare la vecchia ricetta socialdemocratica però ha avuto successo, come testimonia l’eclisse di D’Alema. Come è ovvio questa scelta non risolverà nessuno dei problemi del Mezzogiorno, ma intanto ha consentito di mettere da parte programmi ritenuti minacciosi – i controlli fiscali, la lotta contro l’abusivismo “di necessità”- a favore del ritorno della spesa pubblica erogata a difesa dei redditi, piuttosto che per progetti di sviluppo a lunga durata. In sintesi bisogna ripensare al Sud come si fece negli anni 60, o alla fine del secolo scorso: in grande e con una visione strategica.

La marginalità dei 5S al nord è la conferma che il populismo assistenzialista e statalista si ferma “a Eboli” potremmo dire. Al nord trionfano invece gli imprenditori della paura non della rabbia raccogliendo il consenso dei ceti medi in declino a cui l’Europa non ha saputo dare risposte convincenti sul bisogno di sicurezza e per un’integrazione degli immigrati governata dai poteri pubblici. La Lega di Salvini sta con l’Europa di Visegrad, sovranista ed euroscettica, che sta vincendo in molte altre parti d’Europa e nei confronti della quale la sinistra riformista è poco competitiva. Almeno fino a quando l’Europa non sarà in grado di uscire dalle secche dell’asfissia rigorista e lanciare un grande piano di sviluppo espansivo e socialmente sostenibile.

Questa è la partita che sta di fronte alla discussione interna nel Pd, che resta comunque una forza del 20%, tra le più forti d’Europa: non una rotta dunque, ma un grave battuta d’arresto che impone un salto di qualità profondo della sua proposta politica. Certo che se tutto si riduce a discutere se appoggiare un governo 5S, vuol dire che la crisi del Pd non si risolverà.

Alberto De Bernardi