L’ ATAC al giudizio dei cittadini romani

Domenica 11 novembre si vota a Roma per il referendum su ATAC promosso dai Radicali. Ben pochi lo sanno, anche perché pare che il silenzio politico attorno allo stesso non sia casuale.

Il nostro invito, e sotto vi spieghiamo perché, è invece quello di informarsi e di andare a votare.

Partiamo da alcune considerazioni e da una realtà che è sotto gli occhi di tutti.

ATAC è in crisi, è un’azienda che ha un debito di 1.300 milioni di Euro; è passata da 123 milioni di km di corse fatte nei primi anni 2000 agli 86 di questo anno.

I romani la giudicano giustamente un’azienda “fallita“, inefficiente e senza speranze di rinascita.

Il trasporto pubblico locale delle periferie è gestito da diverso tempo da soggetti privati ma il servizio anche lì non brilla. Anzi.

Anche l’ultimo report dell’Agenzia per la Qualità dei servizi rimarca le deficienze e carenze di ATAC. Ritardi, corse saltate, bus rotti, scarsa manutenzione, autobus che vanno a fuoco…insomma un disastro.

Inoltre a dicembre i creditori di ATAC decideranno se aderire o meno al concordato preventivo attivato dal Comune di Roma per recuperare i crediti vantati dall’azienda dei trasporti. Ricordiamo che il concordato è un accordo per rientrare da una situazione debitoria e che se questo dovesse saltare ATAC dovrebbe chiudere per fallimento. Inoltre il Comune di Roma creditore di ATAC per 484.748.000,00 dovrà mettere a Bilancio tale somma e il suo effettivo recupero potrà avvenire o con maggiori tasse sui cittadini o con il conferimento di risorse aggiuntive da Stato e/o Regione.

Dall’altra parte l’ipotesi di gestione privata del servizio.

E’ evidente che l’esperienza del trasporto pubblico locale per diverse linee periferiche non depone a favore di questa scelta: scioperi consecutivi per mancato pagamento degli stipendi, servizio assolutamente non adeguato. Insomma anche qui un servizio pubblico al di sotto di ogni sufficienza.

La eventuale privatizzazione di ATAC dovrebbe agire ineluttabilmente sul taglio del personale attualmente presente in azienda (che è bene ricordare anche alla luce di diverse inchieste della magistratura tipo “Parentopoli”): sono oltre 11.000 i dipendenti ma si calcola che circa 2.000 sarebbero in eccesso.

Da fonti giornalistiche inoltre si ha notizia che ogni giorno in ATAC non si presentano al lavoro (per vari motivi) circa 1.500 dipendenti. E ogni giorno ATAC perde 2 milioni di Euro.

I mezzi che circolano hanno un’anzianità elevata rispetto ad altre metropoli.

Inoltre la frequenza dei mezzi è drasticamente diminuita tanto da perdere, in pochi anni di attività, 37 milioni di km di corse effettuate.

Questo è lo scenario. Il referendum dell’11 novembre è consultivo. Cosa significa?

Significa che qualsiasi scelta venga fatta dai cittadini, l’amministrazione comunale potrà o meno tenerla in considerazione e agire di conseguenza.

Inoltre, se a votare va meno del 33% degli aventi diritto il referendum sarà nullo.

Ricapitolando si ha l’impressione che in realtà nessuna forza politica abbia chiaro cosa si voglia fare di ATAC.

Anche il silenzio oggettivo intorno al referendum dell’11 novembre non è un bel segnale.

I cittadini non sono stati adeguatamente informati.

Si confonde liberalizzazione e privatizzazione. Si tacciono gli scenari (se salta il concordato di dicembre che succede veramente in ATAC?).

Manca una qualsiasi idea sul trasporto pubblico locale che coinvolga la città in una discussione vera, aperta, partecipata.

E’ sotto gli occhi di tutti che la gestione di ATAC (nei secoli così nessuno o tutti si offendono), è stata mediamente scadente.

Ma detto questo, che nessuno può contestare, quale è l’idea di sviluppo del trasporto pubblico locale? Quale idea di città dovrebbe sostenere tale servizio?

Quale visione globale di integrazione di diversi servizi di trasporto ATAC dovrebbe assolvere?

Silenzio totale da chi, e sono tanti, dovrebbe quantomeno indicare una direzione, una strada, una visione.

E allora leggiamo, informiamoci facciamoci un’opinione e andiamo a votare.

Votiamo quello che vogliamo, ma esercitiamo il diritto al voto.

Non restiamo a casa (anche se i segnali, il non detto vuole proprio questo…) e domenica 11 novembre usciamo, andiamo nel nostro seggio e votiamo.

Non sarà un SI o un NO a far chiudere ATAC.

Ma sarà la nostra partecipazione a rendere più forte ogni passo per partecipare da cittadini nelle decisioni che si dovranno prendere.

Votiamo perché domani di ATAC da cittadini possiamo parlare, discutere, scegliere.

Questa, credo, sia la vera partita che nessuno vuole dire.

Perché non si continui poi a gestire ATAC (e le altre municipalizzate) come si è sempre fatto

Elio Rosati tratto da www.cittadinanzattiva.it

 

Atac Ama e i guai di Roma

Atac e Ama sono le più grandi aziende romane. Entrambe di proprietà del Comune erogano due fra i principali servizi necessari alla vita di una città: trasporti e gestione dei rifiuti. Ebbene entrambe hanno la responsabilità di aver reso difficile la vita dei romani e non da oggi. Da anni. Ovvio che, come in tutte le cose, c’è stato un momento iniziale nel quale si stava meglio perché i guasti non si erano ancora manifestati. Per esempio nel campo dei rifiuti fino a che tutto (ma proprio tutto) si gettava nella discarica di Malagrotta sembravano non esserci problemi. Ogni tanto uno sciopero o qualche incidente che bloccava il ritiro della spazzatura. O, magari, la strisciante inefficienza che da sempre caratterizza l’amministrazione comunale e le sue aziende. Ai romani andava bene così, la grande buca si riempiva e la differenziata era roba sconosciuta, roba per tedeschi. Anche ai sindacati andava bene così. I dipendenti erano tanti, alto l’assenteismo, tanti quelli che si buttavano su qualche invalidità per non scendere in strada, i ritmi di lavoro erano a dir poco blandi. Poi Malagrotta si è riempita e sono iniziati i problemi perché si è scoperto che non c’erano i piani per sostituirla e i politici si sono mostrati del tutto inadeguati a svolgere la loro funzione. Così è stato comodo aggrapparsi come alibi a gruppi di ambientalisti che si opponevano alla costruzione di un inceneritore che poi è l’indispensabile accompagnamento di ogni politica fondata sulla differenziazione e sul riciclo. E tuttora Roma non ha un inceneritore e nessuno che abbia responsabilità pubbliche osa menzionarlo almeno come ipotesi. Eppure ce l’hanno tante altre città italiane ed europee, ma da noi è tabù. Di qui il dramma e l’emergenza dei rifiuti che si vive ormai da oltre un anno. I romani pagano la più alta tariffa rifiuti d’Italia e hanno la monnezza per strada. Volgarmente si direbbe “cornuti e mazziati”.

Per il trasporto pubblico stesso discorso. I dati dell’inefficienza di Atac sono strazianti. Dal 2009 al 2016 ha bruciato 5 miliardi di contributi pubblici ed accumulato 1,4 miliardi di perdite. E per cosa? Per un servizio scadente a costi superiori del 30% a quelli della corrispondente azienda milanese. Più personale, meno ore lavorate, più assenteismo. E tutto questo con la piena copertura dei responsabili politici del servizio. D’altra parte i dipendenti comunali e delle aziende di proprietà sono il più grande serbatoio di voti a Roma e infatti la stessa sindaca Raggi, da candidata, si premurò di rassicurare i sindacati. Lo slogan per l’elettorato era “cambieremo tutto”, per chi dipendeva dal Comune andava inteso come “a voi non vi toccheremo”. E, infatti, così è stato. Sono cambiati gli assessori e i direttori generali, ma la struttura di Atac e Ama è rimasta intatta. Privilegi e sprechi compresi.

L’ex assessore alle partecipate di Roma Massimo Colomban, intervistato in questi giorni dal Messaggero, afferma di aver avvertito la sindaca che Ama ed Atac non potevano rimanere di proprietà al 100% del Comune e che avevano assoluto bisogno di un partner industriale; afferma inoltre che una direttiva dai livelli superiori del Movimento 5 stelle ha impedito che si intervenisse (e infatti lui ha lasciato l’incarico); dice che il Movimento non deve proteggere i sindacati, alcuni dei quali in Ama e Atac la fanno da padroni da anni. Nessuno gli ha dato retta. Anzi, in questa situazione la Giunta romana intende rinnovare l’affidamento in esclusiva del servizio ad Atac fino al 2021, mentre pende una procedura di concordato in continuità che dovrebbe servire ad evitare che i creditori chiedano il fallimento e in assenza di un piano industriale e finanziario indispensabile perché il giudice possa accordare il concordato. Una situazione a dir poco opaca. E tutto questo accade mentre sta scadendo il termine per indire il referendum sul trasporto pubblico per il quale 33mila cittadini hanno apposto la loro firma. Praticamente la Giunta grillina sta arrampicandosi sugli specchi per lasciare le cose come stanno il che significa in primo luogo non rompere l’alleanza con il sindacalismo corporativo e ostacolare lo svolgimento del referendum perché c’è il rischio che i romani votino perché il servizio pubblico sia tolto ad un’azienda che si è rivelata incapace di effettuarlo. Alla faccia della democrazia diretta predicata dal M5S.

Quale è il succo della vicenda? In definitiva il M5S a Roma sta dimostrando, perlomeno nel campo dei rifiuti e del trasporto pubblico, la sua impronta profondamente arrogante e conservatrice e la sua incapacità di far funzionare la città. Il M5S nega la realtà e si batte perchè Atac e Ama rimangano monopolisti dei servizi, di proprietà del Comune al 100%, ma non ha la capacità di far funzionare bene queste aziende perchè nulla si può toccare dell’assetto attuale. Ovviamente mascherandosi dietro a slogan triti e ritriti che appaiono sempre più come una bella favoletta raccontata ai bimbi per tenerli buoni. In pratica stanno semplicemente prendendo in giro i romani tentando di rinviare al domani i problemi, tirando a campare un giorno dopo l’altro e confidando nell’assuefazione alla sofferenza. In dialetto romanesco si dice che stanno dando la “guazza” ai romani

Claudio Lombardi

Atac corrotta, nazione infetta

“È questa indulgenza di branco, alla fine, la radice della mentalità mafiosa italiana”. Così si conclude l’analisi di Mario Seminerio che parlando di Atac tocca alcuni elementi del “sistema Italia” che ci condanna all’inefficienza e allo spreco sulla base della testimonianza del neo direttore generale di Atac. Da leggere e rileggere.

gestione atacBen due interviste, su Fatto e Corriere, al direttore generale della municipalizzata romana di trasporto pubblico, Atac, segnano l’ennesimo sveglia che suona per la sindaca Virginia Raggi, che deve ancora decidere che fare da grande. Ma tra le righe delle interviste c’è anche una sveglia per il governo centrale, che continua a non voler mettere mano ad una revisione della disciplina dello sciopero nei servizi pubblici e nella rappresentanza sindacale. Quando l’evidenza non viene colta.

Bruno Rota è ad Atac da aprile, dopo sei anni all’Atm di Milano, dove ha raggiunti risultati positivi, ma solo dal 28 giugno è dotato delle deleghe operative di direttore generale. Oggi conferma quello che tutti sanno, da sempre: Atac è un bubbone, che andrebbe inciso o escisso da una città che pare non avere anticorpi per reagire a quello che non è più declino ma decomposizione, e che rischia di portarsi dietro l’intero paese.

Il punto centrale richiamato da Rota è che Atac è sepolta dal debito: 1.350 milioni totali, 325 milioni verso fornitori, che stanno progressivamente cessando di rifornirla. Rota invoca quindi la ristrutturazione del debito, anche considerando che ad Atac serviranno molti soldi per investire nell’ammodernamento del parco circolante di mezzi, ormai sempre più soggetti a fermi per guasti, veri e presunti.

Rota, con gli intervistatori (Federico Fubini e Gianni Barbacetto) parla anche del personale. Al Fatto dichiara:

turni atacÈ stato scritto che Atac licenzierà 2.500 dipendenti.
«Falso. Il nostro problema non è tagliare i dipendenti, ma farli lavorare, perché oggi non riusciamo a coprire i turni. Troppe assenze, turni di lavoro abbreviati perché molti macchinisti non timbrano l’ora di entrata e di uscita e nessuno controlla. Qualcuno approfitta della situazione riconsegnando dopo qualche ora di lavoro il suo mezzo dicendo che non funziona più bene. Bisogna ripristinare un sistema di regole e di controlli per impedire che ognuno faccia ciò che gli pare»

Al Corriere, sullo stesso tema, la risposta è più articolata ma pare sempre rigettare l’ipotesi degli esuberi strutturali:

«[…] chi capisce di organizzazione aziendale, vede subito che il tema centrale oggi non è ridurre il numero dei dipendenti. Chi lo sostiene ora fa solo del terrorismo psicologico. Anzi i dipendenti in un certo senso mancano, visti i tassi di assenteismo consolidati nel tempo. Il tema è far lavorare di più e meglio quelli che ci sono. Oggi con questi tassi di assenteismo si fa fatica a coprire i turni»

Ah, beh, al vostro buon cuore. Ma non c’era un accordo sindacale sulle timbrature, ad esempio?

«Gli accordi di timbratura sono in larga parte lettera morta. Il personale di linea continua a timbrare poco e male. Per questo insisto che bisogna iniziare rispettare le regole, sono anni che non lo si fa. Si parla di turni massacranti e c’è gente che non arriva a tre ore effettive di guida, quando le fanno. Bisogna che si prenda coscienza anche di questi problemi. Non si timbra, malgrado le regole dicano altrimenti, e si prendono salari su orari di lavoro presunti. È intollerabile sia nei confronti di chi fa il proprio mestiere, sia di coloro che un lavoro non riescono ad averlo»

lotte sindacaliPiuttosto chiaro, no? Però il problema non è il personale, pare. D’accordo, serve politica e molta. Serve (forse) convincere la svagata Raggi a prendere la strada livornese del concordato preventivo, come fatto dal sindaco labronico cinquestelle Filippo Nogarin. Se Rota pensa di andare in questa direzione, è troppo esperto e preparato per non capire che le dimensioni ed il grado di sfacelo di Atac rendono questa strada poco o per nulla percorribile. Il suo resta un tentativo disperato.

Rota, per puntare sulla cosiddetta “pace sociale”, in nome della quale si fanno marcire ampie parti del paese, pensa forse di recuperare produttività, dopo aver liberato risorse per investimenti mediante ristrutturazione del debito. Ma i problemi di Atac sono arcinoti: da molto tempo Andrea Giuricin, economista dei trasporti, li ha bene evidenziati. Troppi amministrativi, troppo pochi operativi. Tutti ferocemente sindacalizzati, come spiega in modo disarmante lo stesso Rota al Corriere:

Che rapporti ha con i sindacati di Atac?
«Prima mi faccia dire che all’Atm di Milano ho avuto rapporti anche ruvidi in certi momenti, ma sempre costruttivi. Abbiamo lavorato in squadra e i risultati si sono visti. Insieme abbiamo rilanciato e reso più efficiente un’azienda che ha difeso il lavoro e ha creato una riserva di cassa importante»

E a Roma?
«I sindacati rappresentativi li ho incontrati tutti. Per la verità qui si presentano come rappresentanti delle posizioni del sindacato gente che ha trecento iscritti su undicimila dipendenti. Gente che va in tivù a spiegare come funzionano i sistemi di sicurezza dei mezzi senza saperne nulla»

Non saranno tutti così…
«No, certo. Ci sono sindacati più rappresentativi. Quando ho incontrato i loro rappresentanti ho avuto l’impressione che non avessero fino in fondo la percezione della gravità e della dimensione del problema. Poi naturalmente sono andati in assessorato a chiedere garanzie. Non hanno capito che è l’ultima spiaggia»

sistema ItaliaDifficile essere più chiari di così. La frantumazione sindacale e le protezioni politiche, che sono trasversali, paralizzano l’azienda e la fanno morire. A questo si sommano gli ampi margini offerti dalla regolamentazione del diritto di sciopero nei servizi pubblici, mai rivista, dove micro sindacati bloccano milioni di persone ed il loro diritto alla mobilità. Rota non lo dice, ma servirebbe soprattutto quello: in primo luogo, regolare con legge nazionale la rappresentanza aziendale, in modo da evitare che questa proliferazione di cobas al cornetto e cappuccino affondi l’azienda. E poi, rivedere le norme sulla proclamazione degli scioperi. Se l’Italia avesse un governo centrale di soggetti adulti e responsabili, questa revisione del diritto di sciopero e della rappresentanza l’avremmo già, come altri paesi adulti e civili.

Invece, da noi ciò non avviene, perché c’è sempre un’elezione dietro l’angolo, foss’anche quella per il parcheggiatore abusivo di quartiere, e perché si teme sempre che al momento topico qualche termite equa e solidale, di sinistra come di destra “sociale”, si alzi a strepitare contro il liberismo che flagella questo paese. Nel mezzo, quelli che contano o dovrebbero contare, in senso numerico: gli elettori. Che evidentemente non trovano modo di esprimere maggioritariamente il loro disagio temendo che prima o poi qualcuno “venga a prendere” anche loro, nelle loro piccole e grandi rendite di posizione. Ma scordando che quel “qualcuno” è la realtà, che sfonda le porte a calci, senza bussare. La realtà ha un noto bias liberista, forse.

mentalità mafiosaTornando a Rota, auguri per la sua mission impossible. Per ora siamo alla captatio benevolentiae verso l’irresoluta sindaca, che “ascolta e sostiene”. Poi, se e quando deciderà di agire, ci farà sapere. Atac, come detto più volte da Raggi, è “patrimonio dei romani”. Un patrimonio radioattivo, si direbbe. L’inazione non è un’opzione, però. La scommessa di Rota è quella di usare la ristrutturazione del debito come volano di produttività ma anche di senso civico e dignità del personale, oltre che dell’utenza. Una scommessa pressoché disperata, quando il contesto culturale è degradato come a Roma.

Paradigmatica, in questo senso, è la chiusura dell’intervista al Fatto:

Rimpiange Milano?
«Rimpiango tantissimo Milano e Atm. Mi mancano quasi fisicamente. Mi manca il clima di verità in cui sono sempre avvenuti anche i confronti più aspri, per esempio con le forze sindacali. E mi manca la “squadra” di colleghi capaci che avevo faticosamente messo insieme in Atm. Qui a Roma, vincoli legislativi e la situazione aziendale rendono quasi impossibile rafforzare la squadra»

Raggi, se sei in vita batti un colpo. E piantala di dire che “è colpa di quelli che ci hanno preceduto”: questa motivazione può andare bene per il primo mese dopo l’insediamento, e continuare ad essere perfetta per tutti i piccoli pasdaran falliti che imperversano sui social e nel mondo reale. Quelli per i quali leggi e circostanze si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici. È questa indulgenza di branco, alla fine, la radice della mentalità mafiosa italiana.

Mario Seminerio tratto da http://phastidio.net

Trasporto pubblico: un referendum per i diritti degli utenti

L’incidente nella metropolitana di Roma (una donna rimasta incastrata in una porta e trascinata per un lungo tratto) per quanto spettacolare e terribile non aggiunge molto a ciò che gli utenti di metropolitane e autobus già non sapessero. Si è trattato di un evento ovviamente casuale perchè il trasporto pubblico contiene in sé elementi di rischio che, forse, non possono essere del tutto eliminati, ma previsti e prevenuti sì però. Per questo le procedure di funzionamento di una metropolitana devono essere estremamente rigorose così come la guida degli autobus che percorrono le strade.

metropolitana RomaMa rigorose devono essere anche le persone che fanno funzionare il trasporto pubblico e devono porre davanti a tutto il servizio. Invece sono anni che davanti ci sono rivendicazioni sindacali e interessi di gruppi di lavoratori. Non sono gli unici perché chi dirige le aziende dei servizi, spesso, non è selezionato per le sue competenze, bensì per intrecci di interessi politici o clientelari.

Affermazioni generiche? Non tanto se si pensa al caso romano dell’Atac, azienda pubblica che gestisce il sistema dei trasporti pubblici nella Capitale. Passata attraverso vicende piuttosto scandalose ed oscure che durano da tanti anni, di fatto fallita benché infarcita di personale e dotata di un agguerrito sindacalismo non è certo l’azienda che si porterebbe come esempio dei benefici effetti della proprietà pubblica delle aziende contro quella privata nei servizi. Che il M5S dica adesso che la messa a gara del servizio cioè l’apertura ai privati dopo un monopolio di Atac che dura da sempre, non è la soluzione è un pietoso pretesto per non dire la verità.

E la verità è che Atac, Ama e le altre aziende comunali sono la prima “industria” di Roma perché occupano decine di migliaia di persone e fanno muovere miliardi di euro. Portano voti e potere per i politici che le controllano. Se gli organismi del governo locale si limitassero ad assegnare a gara il servizio e a svolgere la funzione di controllo che spetta loro perderebbero molto di questo potere, ma i cittadini avrebbero la speranza di un servizio migliore perché se chi vince la gara non sta ai patti e lavora male si può sanzionare e cambiare. Se, invece, chi lavora male è l’azienda di proprietà del comune di Roma, non la si può cambiare.

scioperoI romani ormai non si stupiscono più di niente. Due anni fa i macchinisti della metropolitana attuarono uno sciopero bianco di un mese contro l’obbligo di timbrare il cartellino. Purtroppo Atac si regola su un Regio decreto del 1931 che non cita tra le infrazioni parlare al telefono, chattare, ospitare in cabina altre persone che non dovrebbero esserci oppure mangiare come pare sia capitato nell’incidente di qualche giorno fa. E se il Regio decreto non lo dice come si fa a punire chi compie quelle azioni? Che vengono compiute costantemente tanto per dimostrare chi è che comanda sui bus e sulle metro romane. E non parliamo degli incendi che hanno colpito tanti bus andati a fuoco nell’ultimo anno. Una stranezza che capita solo a Roma. Sembra che nel trasporto pubblico romano tutto sia possibile. Tranne toccare i “sacri” diritti dei lavoratori.

No, come si dice da queste parti, le chiacchiere stanno a zero. Bisogna prendere atto che ormai nel campo dei trasporti pubblici la vera controparte delle lotte sindacali è costituita dagli utenti dei servizi, gli unici che subiscono i disagi degli scioperi o dello stato scadente del servizio. E che la moltiplicazione delle sigle sindacali ha reso obsoleta la normativa che disciplina lo sciopero nel trasporto pubblico.

mobilitiamo romaE allora che bisogna fare? Cambiare strada rendendo più difficile proclamare uno sciopero, pretendendo prima l’elenco delle adesioni in modo da poter organizzare i servizi alternativi ed eventualmente chiedendo un voto preventivo dei lavoratori. Perché è davvero troppo facile che un sindacatino proclami uno sciopero che ottiene l’effetto di paralizzare comunque il servizio perché non si sa prima chi vi aderisce.

Occorre cambiare strada. L’unico modo è che cessi il monopolio di Atac e che il servizio sia messo a gara come chiede il referendum promosso dai radicali (http://mobilitiamoroma.it/). La raccolta delle firme è in corso e ci sono sicuramente milioni di romani interessati a che le cose cambino. Non saranno interessati i dipendenti di Atac probabilmente, ma ormai è tempo che i cittadini si ribellino anche a loro. Non tanto stranamente nessun partito romano appoggia il referendum, nemmeno il Pd che avrebbe tante ragioni per cogliere l’occasione di una svolta storica. Probabilmente tutti hanno partecipato alla gestione clientelare dell’Atac e adesso hanno le mani legate. Peggio per loro. I romani giudicheranno dai fatti non dalle chiacchiere

Claudio Lombardi

Un anno di Virginia Raggi

Un anno alla guida del comune di Roma non è sufficiente per risolvere i problemi di una città disastrata da anni di cattiva amministrazione. È però abbastanza per capire l’aria che tira cioè lo stile di governo, la preparazione, l’orientamento, la coerenza, il coraggio di chi – Virginia Raggi e il M5S – si è proposto ai cittadini romani come l’unica forza politica in grado di “cambiare tutto”. Proviamo a delineare un quadro con le citazioni di tre fonti giornalistiche: il “mitico” sito Romafaschifo.com, il Sole 24 Ore e La Stampa.

Roma fa schifoDecisamente adirato l’articolo di Romafaschifo già nel titolo chiarisce il suo giudizio: “Il disastro Raggi che nessuno avrebbe potuto prevedere”. L’analisi è impietosa e i giudizi drastici: “ci preme più di ogni altra cosa sgombrare il campo dall’equivoco che sta sempre di più girando, che sempre di più si legge e si ascolta: “non hanno fatto niente”, stiamo uscendo da “un anno di nulla”.

(…) Questi hanno fatto eccome. Questi “nuovi” amministratori, totalmente privi di scrupoli e abili nel sotterfugio e nella menzogna oltre ogni dignità, hanno messo in piedi in soli 12 mesi un meccanismo di presa del potere, di gestione delle clientele, di favori alle lobbies ed ai portatori di voti che fa impallidire tutta la vecchia politica.

(….) A Roma il Movimento 5 Stelle si è accomodato al potere, si è alleato a doppio filo con tutte le più micidiali cricche che hanno depresso, ucciso e trafitto la città negli ultimi decenni. (…)Da tutta la vecchia politica il M5S ha preso sistematicamente il peggio, distillandolo”.

delusione m5s RomaL’articolo prosegue parlando “di scelte forsennate che costeranno crisi, declino e povertà per molti anni a venire e che sarà difficile se non impossibile risanare anche qualora a breve dovesse arrivare una amministrazione degna di questo nome. Tutto si svolge in un clima di ostilità medievale, di opacità totale (….), di bugie e negazione della realtà”. Segue analisi dettagliata di 24 punti che avvalorano tale giudizio (www.romafaschifo.com).

Più misurata l’analisi del Sole 24 Ore. “Nessuno si aspettava miracoli in una città ferita da Mafia Capitale e gravata da un debito monstre di 12 miliardi di euro. Ma l’operato della giunta pentastellata ha deluso” (…) Vuoi per gli inciampi sulle nomine e la scarsissima trasparenza – costati alla sindaca due avvisi di garanzia (….) – vuoi per l’assenza di svolte nei due settori chiave per i servizi: trasporti e rifiuti. Vuoi per il fiancheggiamento ai tassisti e agli ambulanti (…)”.

Nell’articolo si esaminano le promesse mantenute e quelle mancate. Fra le prime l’approvazione del bilancio entro i termini di legge; il NO alle Olimpiadi; il sì allo stadio della Roma sia pure con cubature ridotte, il che ha portato ad una riduzione dell’investimento privato accompagnato da un ridimensionamento delle opere pubbliche legate al progetto originario approvato dalla giunta Marino; gli accordi sindacali per la concessione del salario accessorio e la definizione del contratto decentrato con i 23mila dipendenti del Campidoglio.

rifiuti RomaL’elenco delle promesse mancate è breve, ma contiene i capitoli cruciali per il funzionamento della città. In primo luogo c’è il pasticciaccio brutto delle nomine. In un clima di assoluta opacità e di lotte interne si è consumata l’ascesa, il declino o l’allontanamento di capi di Gabinetto, assessori al bilancio, capi della segreteria. Un assessore chiave come quello all’ambiente si è dovuta dimettere perché indagata (Paola Muiraro). Una figura chiave e potente (Raffaele Marra, il vero braccio destro della sindaca) è finito in carcere con l’accusa di corruzione. I vertici di Ama e Atac insediati da poco e in lotta contro i gruppi di potere interni sono stati spinti alle dimissioni.

La seconda promessa mancata è il riordino delle partecipate vero snodo del potere romano. In attesa sono stati ripristinati i CdA soppressi al tempo di Marino. In Atac, di fatto fallita, guasti, evasione del biglietto e roghi dei bus testimoniano di una situazione fuori controllo. L’azienda dei rifiuti Ama ha tassi di assenteismo e di inabilità al lavoro esagerati nonché mezzi inadeguati. La situazione di rifiuti è sotto gli occhi di tutti e sconta le ingenuità e il velleitarismo di un’amministrazione che ha proclamato il suo NO a discariche e inceneritori, ma che per smaltire la spazzatura si affida ai “viaggi della speranza” verso inceneritori e impianti di smaltimento lontani da Roma.

ambulanti RomaUltima promessa mancata la verifica del debito pregresso che pare non si possa proprio fare pur essendo stata sbandierata in campagna elettorale. Il risultato è che i cittadini romani pagano l’addizionale Irpef più alta d’Italia.

L’analisi de La Stampa parte da una ricognizione dei numeri “per capire quanto disti un anno di realtà dalla rappresentazione che ne fanno i suoi vertici”. Ebbene su 227 ordinanze della sindaca ben 149 “hanno a che fare con nomine, revoche o deleghe assegnate ad assessori e dirigenti”. Cioè “La Raggi ha passato gran parte del tempo da sindaco a occuparsi di poltrone: la sua giunta ha messo a contratto 102 collaboratori esterni, dodici in più di quelli nominati da Ignazio Marino, quindici in più dell’era Alemanno”. Nonostante ciò in “Campidoglio mancano ancora il capo di gabinetto e due assessori (Lavori pubblici e Servizi sociali). In un anno sono cambiati il vicesindaco, l’assessore all’Ambiente, quello all’Urbanistica, due volte il titolare del Bilancio. Solo all’Ama si sono avvicendati quattro amministratori delegati e due direttori generali”.

guasti AtacL’Azienda dei rifiuti è la chiave del successo o del fallimento del governo Cinque Stelle della città. Lo smaltimento dei rifiuti a Roma costa quattro volte quello di Milano, perché Ama è in grado di trattarne appena il 20 per cento: il resto lo paga ai privati e per trasportare l’immondizia in giro per l’Europa. Fra promesse di “modelli spagnoli”, “chilometri zero” e “riutilizzo totale degli scarti” nell’ultimo anno la situazione è persino peggiorata”.

Ma “in realtà gli atti rilevanti votati finora in consiglio comunale sono solo due: il via libera preliminare allo stadio della Roma e l’adozione di un nuovo regolamento sugli ambulanti che aggira l’obbligo di gara previsto dalla direttiva Bolkenstein già ribattezzato “salva Tredicine” dal nome della famiglia proprietaria di decine di camion e bancarelle”.

Continua l’articolo: “se ci accontentassimo degli annunci la Raggi si meriterebbe un dieci. Prendiamo le strade. Il sindaco rivendica un piano buche e porta con sé le fotografie di alcuni tratti rifatti, ma nel frattempo per ovviare alla scarsa manutenzione, in tre arterie della città – Aurelia, Cristoforo Colombo e Salaria – è stato imposto il limite a trenta all’ora”.

Anche sul versante trasporti le cose vanno piuttosto male come dimostra la quantità di guasti e di incendi che affligge i mezzi dell’Atac mentre ancora non si sa che fine farà l’unica opera in corso, la metro C.

La conclusione  è sconsolata: “per chi come la Raggi amministra la cosa pubblica e non ha sufficiente esperienza politica dire no è più semplice di un sì. Ad una olimpiade, a un nuovo impianto di trattamento dei rifiuti o allo scavo della metropolitana. Ma talvolta i no possono essere fatali all’immagine della città”.

A cura di Claudio Lombardi

I 100 fiori degli sprechi e delle ruberie

Ogni giorno porta la sua pena. La notizia di oggi è piccola e locale, ma significativa. Il consigliere comunale di Roma Athos De Luca ha denunciato uno scandalo, tanto per cambiare, pagato con i soldi dei cittadini. Lo scandalo riguarda l’OGR (Officine Grandi Revisioni) di proprietà dell’ATAC l’azienda che gestisce il trasporto pubblico a Roma. Precisiamo che l’ATAC è da sempre di proprietà pubblica al 100% così i nemici delle privatizzazioni sono accontentati e dovrebbero essere anche rassicurati che questo ennesimo scandalo non deriva dall’avidità dei privati.

Di che si tratta? Intanto il presidente dell’ATAC Grappelli è anche amministratore delegato dell’OGR e quindi prende due retribuzioni. D’accordo è una vecchia storia che più alti sono gli incarichi e più si moltiplicano come se questi “super eroi” potessero lavorare 24 ore su 24. Diciamo che è una pratica scandalosa con la quale chi ha il potere di farlo prende tutto quello che può senza rispetto per la logica e per la decenza.

Andiamo avanti. Nell’OGR, secondo la denuncia di De Luca, lavorano 130 meccanici e 20 amministrativi; il lavoro è fatturato ad ATAC a 55 euro l’ora (la concorrenza delle officine private si ferma a 25 euro l’ora) e l’orario di lavoro arriva fino alle 13 (la concorrenza ovviamente copre tutta la giornata). Risultato? Una spaventosa improduttività. Basti dire che hanno revisionato un solo treno dei 3 previsti al costo di 6 milioni e mezzo di euro (De Luca ricorda che comprarlo nuovo costerebbe 8 milioni).

A carico loro? Noooo, a carico nostro. Questo è il punto, perché ATAC la paghiamo noi sia con i biglietti sia con i contributi pubblici.

Ecco, quando si parla di deficit pubblico e di debito, di parametri per restare nella moneta unica ricordiamoci anche di questi sprechi (o, meglio, ruberie legalizzate) perché l’Italia è anche questo e prendersela con la Germania per coprire questi scandali e pretendere di continuare così non è solo folle: è delinquenziale. E ci candida ad essere il paese dei ladri e dei corrotti.

E poi, è lecito chiedere perchè si è creato a Roma tutto questo marciume? Cosa hanno fatto quelli che hanno amministrato la città per decenni? E i sindacati dov’erano mentre si faceva scempio del denaro pubblico? Gli stessi sindacati che minacciano una lotta dura al sindaco Marino perchè vorrebbe mettere in discussione il salario accessorio dei dipendenti comunali considerato illegittimo dagli ispettori del Tesoro, ma una compensazione per i mancati rinnovi contrattuali dai sindacati.

Insomma è mai possibile che tutti si mobilitino quando si toccano gli interessi di categoria e tutti stiano zitti quando si saccheggia il denaro pubblico?