La montatura del caso Boschi

Si riparla di conflitto di interessi. Viene invocato per mettere sotto accusa Maria Elena Boschi, ma si tratta di una pura montatura politica e mediatica che ha costruito dal nulla il caso Boschi. Vediamo perché. Innanzitutto la Boschi ha dichiarato più volte di non aver sollecitato interventi di favore per Banca Etruria che portassero benefici a lei stessa e a membri della sua famiglia. D’altra parte nessuno ha potuto menzionare un solo atto che smentisse questa affermazione. Il governo di cui faceva parte, invece, ha commissariato la banca e ciò ha provocato l’esautorazione del padre montatura falsitàdella Boschi colpito da più sanzioni pecuniarie da parte di Bankitalia e oggi indagato dalla magistratura. Lei stessa ha ricordato che la sua famiglia ha perso nella vicenda l’investimento che aveva fatto nelle azioni della banca (peraltro di bassa entità). Questi i fatti. Ma quali sono le regole in caso si presenti un conflitto di interessi?

Secondo le norme attuali c’è una diversa configurazione se si tratta di dipendenti pubblici o di politici che rivestono cariche di governo. Nel primo caso la legge (DPR n. 62 del 2013) prevede l’obbligo di astenersi:

«Dal prendere decisioni o svolgere attività inerenti alle sue mansioni in situazioni di conflitto, anche potenziale, di interessi con interessi personali, del coniuge, di conviventi, di parenti, di affini entro il secondo grado. Il conflitto può riguardare interessi di qualsiasi natura, anche non patrimoniali, come quelli derivanti dall’intento di voler assecondare pressioni politiche, sindacali o dei superiori gerarchici»

montatura mediaticaUna più puntuale spiegazione della norma è contenuta in una deliberazione dell’Anac  del 2015. Il conflitto può insorgere quando il soggetto “è portatore di interessi della sua sfera privata, che potrebbero influenzare negativamente l’adempimento dei doveri istituzionali” per cui il soggetto deve astenersi ogni volta che si presenti “un collegamento tra il provvedimento finale e l’interesse del titolare del potere decisionale”.

Ciò che conta, sottolinea l’Anac, è che il conflitto di interessi non pregiudichi il principio di imparzialità. In ogni caso anche per i dipendenti pubblici si parla sempre di partecipazione all’adozione di provvedimenti amministrativi ovvero il conflitto di interessi deve manifestarsi non nella staticità di una situazione personale, ma collegandosi ad un’attività specifica del proprio ruolo.

Per i politici cui vengono attribuiti incarichi di governo la normativa è diversa. Si tratta della legge (cosiddetta “Frattini”) n. 215 del 2004. Si dispone l’astensione del soggetto in conflitto di interessi dagli atti che implichino l’adozione di provvedimenti. In particolare la norma prevede che sussista conflitto di interessi quando il titolare di cariche di governo partecipi all’adozione di un atto ovvero ometta un atto dovuto  purchè l’atto abbia un’incidenza “specifica e preferenziale sul patrimonio del titolare, del coniuge o dei parenti entro il secondo grado, ovvero delle imprese o società da essi controllate …. Con danno per l’interesse pubblico “.

Banca EtruriaIn conclusione in tutta la vicenda Banca Etruria non emerge alcun atto di governo al quale Maria Elena Boschi abbia partecipato o che abbia omesso di compiere che possa aver arrecato un qualche vantaggio di qualche tipo ai suoi familiari. E dunque il caso Boschi si può qualificare come una gigantesca montatura politica e mediatica messa in piedi per colpire il Pd e favorire altre forze politiche, M5S in primo luogo. In particolare si tenta di mettere sotto accusa i governi Renzi e Gentiloni ai quali va, invece, il merito di aver tamponato le conseguenze più disastrose dei fallimenti per i risparmiatori.

A questo punto bisognerebbe chiedersi a vantaggio di chi va questa gigantesca opera di depistaggio mediatico che, come effetto indiretto, produce anche un disorientamento dell’opinione pubblica attirata in una polemica molto accesa, ma basata sul nulla. Tutto ciò oggettivamente, distrae l’attenzione dalle responsabilità gravissime già conosciute, ma emerse con chiarezza nella Commissione parlamentare di inchiesta. È appena il caso di ricordare che per qualcuno questo effetto indiretto è una manna dal cielo.

Claudio Lombardi

Banche: un paese vocato all’azzardo morale

La maggior parte dei cosiddetti “investitori retail” – i piccoli risparmiatori, per usare un termine di più facile comprensione – che hanno in questi anni acquistato obbligazioni subordinate degli istituti di credito dei quali erano anche correntisti non sapevano di acquistare titoli ad alto rischio, non destinati a loro.

azzardo moraleNella gerarchia dei “salvati” in una banca che fallisce ci sono prima i depositi, poi le obbligazioni senior, anch’esse garantite dal fondo interbancario, e infine le obbligazioni subordinate, che garantiscono un rendimento maggiore a fronte di un rischio maggiore, quello di essere in fondo alla graduatoria delle priorità di rimborso in caso di fallimento dell’emittente.

Chiunque si sia sentito proporre, in questi anni, di acquistare obbligazioni subordinate della propria banca, in realtà non si è visto nascondere il rischio dell’operazione, casomai il rischio gli è stato prospettato in maniera scorretta: “certo, dovrebbe fallire la banca per perdere il capitale, ma le pare che fallisce la banca?” E a riprova della fiducia generalizzata nel sistema, ad essere titolari di obbligazioni subordinate non erano solo i clienti delle banche, in cerca di un modo per assicurare un rendimento accettabile ai loro risparmi, ma anche i dipendenti delle banche stesse, impiegati e direttori di filiale, che garantivano così la bontà dell’investimento: “le pare che lo avrei fatto io, se ci fosse qualche pericolo”?

obbligazioni subordinateLa diffusione di titoli bancari subordinati in questi ultimi anni non è stata casuale, è stato un sistema per provare ad adeguarsi alle regole europee senza dover ricorrere agli aumenti di capitale e mettere a repentaglio gli assetti proprietari e gli equilibri di potere delle banche e delle fondazioniespressione della politica locale – che le controllano. A garanzia degli investimenti delle banche a famiglie e imprese deve essere accantonato un capitale adeguato, e le banche italiane sono sottocapitalizzate e intossicate dai “bad performing loans”, ovvero i crediti che non riusciranno più a incassare. Come mettere da parte capitale a garanzia dei nuovi investimenti, quando la maggior parte è immobilizzato a garanzia dei vecchi, senza essere costretti a vendere quote della banca stessa? La soluzione è stata trovata con le obbligazioni subordinate vendute ai piccoli risparmiatori: un rendimento accettabile in tempi come questi, a fronte dell’assenza di garanzia sul capitale in caso di bail-in: “ma le pare che fallisce la banca, signora mia?

banche venete salvateOggi, nel caso delle banche venete “salvate” (ma sarebbe meglio dire “liquidate”) a spese dei contribuenti, anche a chi ha acquistato obbligazioni subordinate al momento della loro emissione viene garantito il capitale per l’80% dal fondo interbancario e per il 20% da Intesa. La quale Intesa si vede riconoscere dallo Stato circa 4 miliardi a garanzia dell’investimento nella Good Bank, per la stessa ragione di cui sopra: evitare gli aumenti di capitale che sarebbero necessari per farci il favore di “mettersi in pancia” quel che resta di buono di Veneto Banca e della Popolare di Vicenza, e i conseguenti scossoni agli assetti di potere che ne deriverebbero.

Quindi, alla fin fine, si può dire che chi piazzava azioni subordinate del proprio istituto di credito ai propri clienti, per usarli come prestatori di ultima istanza, aveva ottime ragioni per farlo. Non stimava il rischio in maniera scorretta, ma lo prezzava come lo si può prezzare in un paese strutturalmente vocato all’azzardo morale e alla collettivizzazione delle perdite a seguito della privatizzazione dei profitti.

Il decreto del Governo sulle banche venete, oltre a sfilare 17 miliardi dal portafogli dei contribuenti presenti e soprattutto di quelli futuri, sancisce in maniera definitiva che tutto potrà ricominciare come prima, almeno fino al momento che non arriverà, benvenuta, una troika a mettervi fine una volta per tutte.

Giordano Masini tratto da http://stradeonline.it

Banche fallite: una vigliaccheria di sistema

Ciò che più colpisce nell’affare delle banche fallite è la vigliaccheria. Non si tratta però di una vigliaccheria soltanto personale bensì anche di una vigliaccheria di sistema. Basta vedere i volti delle persone truffate. Basta ascoltarli mentre raccontano le loro storie. Basta leggere come i bilanci delle banche sono stati saccheggiati dai rispettivi vertici. Basta avere presenti i documenti dei quali le nostre autorità di controllo impongono la conoscenza e la sottoscrizione ai risparmiatori colpevolmente oscuri e difficili da comprendere.

onestà delle bancheNo, ciò che è accaduto non è frutto del caso o dell’acuirsi della crisi economica mondiale. È frutto di una strategia, lucida, determinata, inesorabile con la quale gruppi di persone o, se si preferisce, gruppi di potere si sono impadroniti dei soldi depositati da una miriade di risparmiatori che avevano dato la loro fiducia ad istituti di credito legati al territorio e, quindi, ritenuti più affidabili di altri. Che si trattasse di correntisti o obbligazionisti non cambia nulla nella sostanza. Fra i truffati non ci sono speculatori che meritano di perdere il loro capitale. Se lo fossero stati non avrebbero messo i soldi proprio in quelle banche e a tassi assolutamente normali.

E quindi innanzitutto vigliaccheria personale dei funzionari e dei dirigenti che hanno raggirato clienti impossibilitati a comprendere i contratti che venivano indotti a firmare. Molti fogli zeppi di clausole che avrebbero richiesto letture attente e pareri di tecnici competenti venivano sottoposti alla firma nascondendone i rischi e le implicazioni. Chi conduceva il gioco sapeva benissimo che il rapporto personale prevaleva sullo scrupolo di accertare minuziosamente il significato e le implicazioni del patto che si stava sottoscrivendo.

sistema di potere localePerò anche vigliaccheria di sistema perché i vertici delle banche le usavano come se fossero una loro proprietà personale concedendo prestiti agli amici e a loro stessi senza alcuna verifica di affidabilità e, probabilmente, immaginando che non sarebbero stati restituiti. Le cronache dei giornali sono piene delle “imprese” degli amministratori delle banche fallite sottoposte a quello che appare come un vero e proprio saccheggio. Se questo non ci fosse stato nessuno avrebbe perso i suoi soldi.

Vigliaccheria di sistema anche perché le autorità di vigilanza (Banca d’Italia e Consob) non hanno fatto quello che dovevano fare. Una crisi bancaria con un buco di miliardi di euro non si produce in un giorno e il compito di Bankitalia è quello di accorgersi prima che la situazione divenga irreparabile. E invece il commissariamento è arrivato troppo tardi. Come mai? E cosa dire della Consob? Questa “candida” autorità di vigilanza non si è resa conto che non bastava imporre la sottoscrizione di decine di pagine di clausole contrattuali redatte con linguaggi tecnici a piccoli risparmiatori incapaci di comprenderne il significato. Praticamente ha consegnato nelle mani dei funzionari delle banche l’arma per legalizzare il raggiro ai danni di quelli a cui venivano vendute le obbligazioni.

banche saccheggiateTutto ciò però rimanda ad un sistema di potere più ampio che è quello che si crea nel territorio. Quella che si può definire classe dirigente locale è fatta di un intreccio di ruoli, responsabilità, competenze nel quale la banca riveste sempre un ruolo di cardine. Come si fa a pensare che i politici e gli imprenditori non si fossero accorti di come venivano gestite le banche fallite? E come si fa a non pensare che il loro silenzio fosse la contropartita di favori e vantaggi pagati in moneta sonante?

Non si tratta di fare di tutta l’erba un fascio, ma quando ci si trova di fronte a buchi di bilancio di miliardi di euro e ad una gestione degli istituti di credito che somiglia ad un’associazione a delinquere e il tutto si sviluppa nel corso di anni non si può non tirare in ballo le colpe di sistema e non solo quelle personali.. Ben venga dunque l’inchiesta parlamentare sulle banche proposta da Renzi, ma non può sostituire misure immediate che blocchino altre truffe e altre ruberie. Soprattutto occorre sottrarre le banche del territorio all’intreccio con la politica, vietare la vendita di strumenti finanziari rischiosi al mercato non specializzato e imporre sanzioni più severe contro gli amministratori e i manager che scassano i bilanci per regalare soldi ai loro protetti.

L’inchiesta parlamentare viene dopo la necessità urgente di queste misure, non prima

Claudio Lombardi