Il vicolo cieco della politica economica del governo

Dal discorso del deputato Luigi Marattin pronunciato alla Camera il 7 febbraio

Signor Ministro, lei ha compiuto una relazione accademica (….). Ha fatto una relazione anche un po’ strana, ha elencato, fra le cause del rallentamento internazionale, quindi anche italiano, la crisi dell’industria dell’auto, e ci avete fatto approvare un mese fa una legge di bilancio che mette le tasse sulle auto. (….)

Voi siete venuti in Parlamento, non molto tempo fa, (….) a dire che nel 2019 il PIL poteva crescere e sarebbe cresciuto del 3 per cento annuo. Poi vi hanno consigliato maggior prudenza e avete fatto una legge di bilancio con un più 1,5 all’anno. Poi avete visto che questa stima era il triplo di quella di tutto il mondo e siete scesi all’1 per cento annuo. Adesso, invece, facciamo i conti con un 2019 che ha già un meno 0,2 sulle spalle. Ma lei non ci ha detto, signor Ministro, come fate a mantenere una stima di crescita dell’1 per cento partendo con un elefante sulle spalle di meno 0,2 per cento, per raggiungere il quale sarebbero necessari nei prossimi tre trimestri di quest’anno tassi di crescita che la nostra economia non vede dall’ultimo trimestre del 1988 (….).

Ora ci dite: “non c’è problema, ce la faremo, ce la faremo con le misure contenute in legge di bilancio”, che, è vero, non sono ancora entrate in vigore, o meglio, non nell’orizzonte di tempo su cui hanno registrato la recessione. Allora, signor Ministro, le chiedo: ma lei ha mai visto un Paese che cresce, tanto più a livelli come quelli che non si vedono da trent’anni, innalzando la pressione fiscale? Perché (….) dopo cinque anni in cui la pressione fiscale in questo Paese è diminuita, grazie alle vostre misure risale dello 0,4 per cento, e sono tutte tasse sulle imprese! Avete anche detto la balla che erano sulle banche, sulle assicurazioni, sui ricchi: sono tasse sulle imprese. Lei ha mai visto un Paese che cresce innalzando le tasse sulle imprese? Lei ha mai visto, signor Ministro, un Paese che cresce diminuendo di un miliardo e 63 milioni gli investimenti pubblici nel 2019, come fa la vostra legge di bilancio? (….)

Lei ha mai visto, signor Ministro, un Paese che cresce avvelenando i pozzi della finanza pubblica, mettendo 50 miliardi di clausole di salvaguardia ai vostri successori? Lei ha mai visto, signor Ministro, un Paese che cresce, tanto più ai tassi che ora sarebbero necessari, prepensionando un po’ di proprio elettorato nel Nord, mandando in pensione la gente prima, indipendentemente da che lavoro fa, se si spacca la schiena in fabbrica o se pensa in un ufficio? Signor Ministro, lei ha mai visto un Paese che cresce ridimensionando l’unico strumento di sostegno alle imprese che ha funzionato in questi anni, che è Industria 4.0, che ha permesso, in questo Paese (….) un incremento degli investimenti totali del 10 per cento in tre anni? (….)

Ma non bisogna aspettare il fallimento delle misure previste in legge di bilancio per testimoniare il vostro fallimento. (….) Da quando siete entrati in carica, il 1° giugno, in questo Paese, ad oggi, ci sono 123 mila posti di lavoro a tempo indeterminato in meno, non in più, come raccontate sui social network! Da quando siete entrati in carica, in questo Paese ci sono 84 mila precari in più, non in meno, come raccontate con la vostra macchina di propaganda! Da quando siete entrati in carica, ci sono 77 miliardi di investimenti esteri in meno in questo Paese, non in più (….).

(….) Non ci venite a dire che, da quando siete in carica, state bruciando miliardi di interessi passivi! Signor Ministro, l’asta a cui faceva riferimento nel suo discorso, quella di ieri, rispetto a quella di prima che venivate voi a fare queste genialate ci è costata 1,3 miliardi in più, non in meno! È stata aggiudicata a un tasso dell’1 per cento in più, che significa soldi dei cittadini che se ne vanno. (…) Avete insultato chiunque vi ricordasse i dati, chiunque cercasse di svegliarvi da questo sogno, o forse incubo.

Bankitalia doveva candidarsi alle elezioni, al Fondo monetario internazionale sono affamatori di popolo, l’ISTAT falsifica i dati, l’Ufficio parlamentare di bilancio è fatto da gente colpevole, perché dentro c’è una che ha lavorato con Cottarelli (….) Portate avanti quello che volete, ma non rendete, questo, un Paese in cui non c’è più fiducia verso la realtà, i numeri, le istituzioni indipendenti; non lo fate, perché questo è il danno più grande che potete lasciare quando ve ne andrete.

Noi vi avevamo fatto proposte concrete, vi interessa la lotta alla povertà? Prendete lo strumento che già c’è; lo abbiamo introdotto tardi? È vero; lo abbiamo introdotto forse con poche risorse? È vero, ma insieme mettiamo più risorse su quello strumento, cambiategli nome, se necessario, perché voi solo così ragionate, con i nomi, con gli slogan, con le bandierine, chiamatelo reddito di cittadinanza, ma non buttate tutto a mare – è uno strumento che già c’è! – per fare la vostra propaganda!

Vi abbiamo detto: continuiamo a ridurre le tasse in questo Paese, non ad aumentarle, come avete fatto. Vi abbiamo detto: facciamo qualcosa per il lavoro dipendente, che è la vera spina dorsale di questo Paese assieme alle imprese; vi abbiamo proposto una riforma degli assegni per i figli a carico, non è giusto che i figli di un barbiere valgano meno dei figli di un dipendente pubblico, riformiamo il sistema, rimettiamo 10 miliardi in tasca ai cittadini italiani; ci avete detto di “no”, ci avete detto che voi dovevate rispettare il vostro contratto e chiunque vi riportasse alla realtà era uno al soldo della finanza internazionale.

Signor Ministro, questo Governo è fatto anche da gente che non crede che lo sbarco sulla Luna sia mai avvenuto, è fatto da gente che crede che il PIL cresca con i condizionatori, è fatto da gente che crede sia possibile costruire ponti con sopra ristoranti e parchi per bambini, è fatto da gente che dichiara di essersi formata una cultura economico-finanziaria, secondo quanto riportava un quotidiano, guardando i documentari sui rettiliani, questa specie aliena che avrebbe preso il controllo dei centri di potere economici e finanziari, è fatta da gente che tutti i giorni nelle nostre Commissioni entra e, a nome del Governo, a nome del popolo italiano, prende la parola in economia, senza avere la più pallida idea di quello che sta dicendo. (….) Quello che state facendo è legittimare un pluridecennale cammino di deterioramento con cui questo Paese forma, seleziona e ricambia classe dirigente, state ricambiando classe dirigente senza averla formata e senza averla selezionata, ed è questa la colpa che la storia vi darà di più.

La recessione e il paese che si autoinganna

Pubblichiamo un articolo di Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

“Nel quarto trimestre 2018, la stima preliminare del Pil italiano indica una contrazione dello 0,2%, peggiore delle attese, poste a -0,1%. A livello annuale, corretto per i giorni lavorati, la crescita italiana segna un imbarazzante +0,1%. In attesa della disaggregazione puntuale, a inizio marzo, sappiamo che la domanda interna ha fornito nel trimestre un contributo negativo, mentre quella estera netta ha aggiunto crescita. Ma quello che davvero sappiamo è che l’Italia sta dirigendosi verso gli scogli, in splendida solitudine.

La Francia, per non fare nomi, cresce nel trimestre dello 0,3%, malgrado i casseur chiamati Gilet Jaunes. E la domanda interna transalpina non si contrae, mentre anche in questo caso l’export sostiene la crescita. La Spagna mette a segno il suo ormai abituale +0,7% trimestrale, per un +2,4% annuale. La Germania non ha ancora reso noto il dato trimestrale, ma sappiamo già da ora che non sarà comunque negativo.

L’Italia è in contrazione, unico tra i grandi paesi europei. Questa contrazione è frutto non solo e non tanto di tensioni esterne, come quelle protezionistiche, o della filiera automotive europea che sta ancora cercando di venire a capo dei nuovi test di omologazione oltre che della crisi esistenziale del diesel.

No, non è solo questo: l’Italia paga un prezzo carissimo alla politica economica dilettantesca, vandalistica e criminale che questo esecutivo e questa maggioranza perseguono su base sistematica. La fortissima incertezza generata su base domestica, con l’aumento dello spread, le misure autolesionistiche sul mercato del lavoro, la creazione di un clima ostile all’impresa e centrato su un assistenzialismo distruttivo, l’accensione di un’ipoteca devastante sui conti pubblici, con misure di esplosione della spesa corrente che sono prive di copertura, dopo il 2019.

La spada di Damocle di un aumento monstre delle imposte indirette nei prossimi due anni, che finirà a lasciare il posto a nuovi tributi patrimoniali, per mancanza di alternative.

Nel frattempo, è tutta un’azione di lavaggio del cervello di massa, orchestrata da piccoli Goebbels che si aggrappano a idiozie come il signoraggio, il Protocollo dei Savi di Sion, o a manovre diversive come l’alimentazione di un razzismo di massa o un nazionalismo stupidamente aggressivo contro i nostri maggiori partner commerciali e politici europei. Su questa azione di programmazione di menti deboli e semplici, l’azione indecente di giornalisti fiancheggiatori, con le loro testate ed i loro momenti di liquame televisivo.

Su tutto, il tradizionale vittimismo italiano, quello che ben conosciamo nella storia, e una propensione a mentire e manipolare la realtà che sta raggiungendo livelli deformi di narrazione distopica. Ogni giorno ha una giustificazione ed un alibi: è stata la Bce che non ci aiuta, è stata la Commissione europea, c’è un piano europeo per distruggerci, se solo potessimo stampare moneta faremmo tremare il mondo.

Un Presidente del Consiglio che è l’epitome di questa farsa tragica, che va in un consesso internazionale e si dice convinto che l’Italia potrà crescere di 1,5% nel 2019. Pochi giorni dopo si reca a parlare con gli imprenditori di una delle regioni-traino del paese, e dice che per qualche mese sarà stagnazione ma la colpa è di fattori esterni e comunque nel secondo semestre ripartiremo. Servirebbe maggiore rispetto di sé, come prerequisito per rispettare gli interlocutori. Ma questo è oggi il mainstream italiano.

In questo clima, prosperano nullafacenti colpiti da improvviso benessere, faccendieri ripuliti ma neppure troppo, millantatori, accademici falliti che sognavano da una vita la loro rivincita. Tutti con un solo programma: mentire ossessivamente e manipolare, come neppure negli scritti di Orwell troverete riscontro.

Un paese alla deriva, una drammatica deriva che sfocerà in tragedia, se e quando vi sarà una recessione a livello internazionale. Sarebbe assai blando risarcimento, se mestatori e manipolatori fossero puniti da quelle stesse anime semplici risvegliate furiose dalla manipolazione. La verità è che è più probabile che il fallimento di questi creerà un nuovo ceppo batterico resistente ad ogni antibiotico, fatto di una regressione ancora più profonda, che condurrà a forme ancor più deleterie di fasciopopulismo e renderà l’Italia un caso unico di regressione civile nel mondo sviluppato.

Il Signore, o chi per esso, aiuti questo disgraziato paese.”

Gli industriali lombardi e la politica del governo

Pubblichiamo stralci della relazione del presidente Carlo Bonomi all’assemblea di Assolombarda. Conoscere il pensiero degli industriali della regione più ricca d’Italia ha una grande importanza in un momento di instabilità ed incertezza per il nostro Paese.

Da alcuni trimestri a questa parte, il vigore della ripresa internazionale ha perso smalto. Il commercio mondiale frena, sotto i colpi di successivi interventi bilaterali sempre più consistenti che alzano il livello dei dazi ormai su alcune centinaia di miliardi di dollari d’interscambio tra USA e Cina. A cui si aggiungono anche i maggiori dazi USA che colpiscono l’Unione Europea.

Il rientro delle politiche monetarie delle maggiori banche centrali verso strumenti ordinari e il rialzo dei tassi d’interesse da parte della FED è tornato a convogliare verso il dollaro ingenti flussi finanziari. Essi risospingono verso la crisi i Paesi afflitti da gravi instabilità sistemiche, siano esse dovute all’eccesso di debito pubblico o di debito privato denominato in dollari, mentre il valore delle valute nazionali va a picco insieme alle bilance dei pagamenti. Dalla Turchia all’Argentina al Venezuela, tornano al pettine i nodi strutturali di tanti Paesi i cui regimi politici hanno illuso per anni i loro cittadini di aver conseguito stabilità e benessere.

La Brexit è diventata una sempre più drammatica corsa contro il tempo. (….) Stretta tra il vincolo di smentire una decisione che non sa come attuare, e le divisioni interne sul se e come scegliere la persistenza nel mercato unico dei beni ma non dei servizi pur senza fare parte della governance, Londra rischia di avviarsi nella prossima primavera a una hard Brexit che farà male tanto all’economia britannica, quanto a quella europea, sia pure in minor misura.

Macron ha sin qui deluso l’aspettativa di poter rappresentare un solido punto di riferimento. L’Europa si avvia alle elezioni della prossima primavera più debole e divisa di quanto le dure lezioni apprese nel post 2011 spingessero a sperare e immaginare.

Sul tavolo del commercio mondiale, USA, Cina e Russia sono tra loro divise. Ma tutte, per ragioni diverse, mirano a indebolirci. È finito il tentativo di governo multilaterale della globalizzazione nato alla caduta del muro. Il G20 è poco più di una sede rituale di fronte al confronto a due tra grandi potenze. Dal prezzo delle commodities energetiche allo scontro in Medio Oriente tra sciiti e sunniti, l’Europa e i singoli Paesi europei hanno visto il proprio ruolo e i propri interessi verticalmente indeboliti.

E, su tutto questo, nella generalità dei Paesi occidentali e innanzitutto in Italia ha assunto una forza sempre più rapida un massiccio fenomeno di riorientamento del consenso popolare: verso forze che auspicano il ritorno a sovranità nazionali contrapposte; verso un’idea di Stato non solo dispensatore di sussidi, ma di nuovo protagonista nell’affermazione sulla scena internazionale di vincoli e dazi discrezionali, come in ambito nazionale nella conduzione diretta di imprese e nell’offerta di beni e servizi; verso un’idea di comunità nazionale chiusa nelle proprie frontiere, diffidente se non esplicitamente avversa a ogni idea ordinata di gestione e integrazione dei flussi migratori.

Sono gli effetti di una bassa crescita economica e di politiche sbagliate di finanza pubblica pluridecennali ad essere sfociati nel post 2011 in una perdita di reddito medio più profondo e doloroso di quello della crisi del 1929. Si tratta di errori che hanno responsabilità storiche ben precise. (…)

È avvenuta nel volgere di pochi mesi una trasformazione profonda del senso di sé e della volontà reattiva degli italiani. È un fenomeno che non trova riscontro nell’alternanza tra destra e sinistra al governo durante la Seconda Repubblica. Assume forme di ripulsa verso la stessa idea di democrazia rappresentativa, verso i fondamenti garantisti della giustizia e della presunzione d’innocenza. Inoltre esprime sfiducia crescente verso la scienza – si pensi al rilievo del fenomeno NoVax, che ci vede segnalati ormai dalle autorità sanitarie internazionali come un Paese prima della cui visita sottoporsi a profilassi – e le nuove tecnologie, imputate di sostituire lavoro umano accrescendo le fila dei disoccupati. (….)

Dalla crisi non siamo usciti per diritto divino. Ne siamo usciti grazie soprattutto all’impegno e al sacrificio di migliaia di imprenditori italiani, e di tutti i nostri collaboratori (….)

Diciamolo, una volta per tutte. Per anni in Italia troppi hanno pensato che per essere imprenditori bastasse aprire una partita IVA. Con tutto il rispetto, non è così. No, essere imprenditori è avere il senso del rischio, guardare a nuovi mercati, ricercare e attuare maniacalmente l’innovazione, perseguire la crescita con tutti i nostri collaboratori. E, a proposito di lavoro. Noi non siamo quelli dei campi, che sfruttano col caporalato italiani e stranieri. Siamo stufi di essere confusi con chi lucra sulla fame. Le leggi ci sono. Lo Stato intervenga, li metta in galera. (…)

Ed è con questo orgoglio, che lanciamo un forte appello a tutti i corpi intermedi della società italiana. A tutte le altre associazioni d’impresa, al mondo della finanza e alla comunità della ricerca scientifica, ai sindacati e al mondo del lavoro, all’associazionismo e al Terzo Settore, alle Università e al mondo della cultura.

Siamo noi che dobbiamo dare, tutti insieme, una risposta nuova alla crisi di fiducia complessiva che attanaglia gli italiani.

Siamo noi che dobbiamo proporre una nuova visione di un’Italia coesa, che dia risposte a chi ha meno, che ripristini gli ascensori sociali oggi bloccati, che valorizzi le competenze e che premi il merito, che torni a comprendere che come Paese trasformatore non possiamo isolarci dal mondo, ma al contrario dobbiamo scommettere su una sua maggiore apertura. Se viviamo di export, che ha permesso la pur asfittica ripresa di questi anni, chiuderci vorrebbe dire farci male da soli.

È una sfida culturale di vasto respiro. (…) Prima di tutto, si tratta di recuperare un linguaggio più adeguato. Perché è il linguaggio compulsivo della comunicazione pubblica, il primo elemento che alimenta le paure per sfruttarle a fini di consenso. A fare la cultura di un Paese, e l’immagine che esso ha di sé, sono innanzitutto l’educazione, il linguaggio e i comportamenti. (…)

La rivoluzione del linguaggio responsabile è la prima che dobbiamo fare.

Perché dobbiamo dirlo con forza: se siamo arrivati al 4 marzo, e se da allora non cessano toni e argomenti che dividono frontalmente la società italiana, il primo dovere dei ceti dirigenti è quello di ripristinare il linguaggio della civiltà. (….)

Non abbiamo bisogno di uno Stato che torni ad essere padre e madre: perché nella storia del Novecento questa formula ha prodotto guai immensi. L’etica pubblica non è l’etica di uno Stato che voglia dall’alto imporre ai cittadini la sua visione di cosa sia morale e cosa no.

Dobbiamo dire NO a uno Stato che chiuda gli esercizi commerciali la domenica, sostenendo di difendere le famiglie. Viola la libertà di milioni di consumatori, abbatte consumi e lavoro, mina la possibilità che proprio le famiglie in cui lavorano due componenti si possano contemperare i tempi di lavoro con le scelte di consumo.

NO a uno Stato che crede di poter rigestire il trasporto aereo. Se non potevamo permetterci, anche giustamente, un aereo di Stato come quello della presidenza del Consiglio, possiamo mai tornare a permetterci una flotta pubblica di Stato? (….)

NO a uno Stato che si oppone alle grandi opere infrastrutturali come TAP, TAV, e Terzo Valico. Il governo ha evitato un grave errore respingendo la tentazione di chiudere l’ILVA, scelga ora sulle grandi opere di trasporto ed energetiche di parlare la lingua del futuro e non quella del passato. (…)

Noi vogliamo cambiare l’Italia dal basso, attraverso i contratti. Senza intromissioni da parte della politica. Insieme ai nostri collaboratori e ai loro sindacati. Perché attraverso i nuovi contratti aziendali si crea fiducia nelle nuove competenze, si dimostra che le nuove tecnologie creano lavori e saperi nuovi, si afferma ed estende il welfare aziendale, si promuove la formazione continua che è un nuovo fondamentale diritto/dovere dei lavoratori ed è leva per la crescita di tutte le imprese. (….)

È una visione antitetica a quella che vediamo oggi diffondersi intorno a noi.

E allora diciamolo. I 10 miliardi del reddito di cittadinanza destiniamoli a un Fraunhofer italiano della ricerca per l’industria e la manifattura. Sullo stesso modello del 30% di finanziamento pubblico e del 70% a carico delle imprese, come in Germania. Negli anni, si tradurrebbe in un balzo della produttività, dell’occupabilità dei giovani e del trasferimento tecnologico alle imprese, immensamente più utile di qualunque sussidio pubblico slegato dall’idea di un reddito da lavoro.

E aggiungo. NO a uno Stato che torna a prepensionare aggravando il furto ai danni dei più giovani. Nessun dato empirico comprova l’ipotesi che un pensionato anzitempo lasci il suo lavoro a un disoccupato giovane. (…) E allora spendiamo i miliardi destinati ai prepensionamenti negli ITS e nelle Università professionalizzanti, che ci servono come il pane per risolvere il mismatch dei tecnici che oggi mancano e che le nostre imprese non riescono a trovare! Vogliamo politiche attive del lavoro, non uno Stato maxi fabbrica di persone subalterne ai suoi trasferimenti!

Il punto di fondo non era e non è l’innalzamento del deficit 2019 al 2,4% del PIL. Se il maggior deficit fosse dovuto a un drastico innalzamento degli investimenti e degli stimoli alla crescita assumerebbe tutt’altro significato agli occhi di Europa, mercati e agenzie di rating.

Se invece il maggior deficit si persegue per continuare sulla vecchia strada di miliardi aggiuntivi alla spesa corrente – come a tutti gli effetti avviene destinandoli a reddito di cittadinanza e prepensionamenti – ecco che allora le stime di maggior crescita del PIL del governo non risultano credibili, e il debito pubblico continuerà a salire. (…)

Il punto è tutto qui: il governo del cambiamento non ha prodotto una manovra di vero cambiamento. Ma tutti comprendiamo che il dividendo che si ricerca è quello elettorale, non quello della crescita. (….)

Miti illusioni realtà

ritorno alla liraTorniamo alla lira, la svalutiamo come vogliamo e diventiamo competitivi sui mercati così si creerà più lavoro.

Facile no? Basta crederci e se poi va male si può sempre trovare qualche speculatore cui dare la colpa. Chi ci crede fa finta di poter tornare agli anni ’60 quando la Cina d’Europa era qui in Italia e milioni di lavoratori producevano merci ad alta componente di lavoro con salari di fame e senza diritti. Oggi quelle produzioni sono tutte spostate ad oriente con costi di produzione ed economie di scala inarrivabili per noi. Tornare ad una nuova lira per poi svalutarla significherebbe una drastica riduzione dei salari dei lavoratori e dei risparmi di decine di milioni di italiani. Ma si recupererebbe in poco tempo? Falso perchè i prodotti importati costerebbero di più e così il credito sui mercati internazionali e, quindi, quello interno.
Ma nel passato stavamo meglio e abbiamo avuto periodi di boom economico e poi potremmo sempre stampare tutta la moneta che vogliamo. Vero, ma la nostra moneta sarebbe carta straccia se non fosse sostenuta da una forte economia. L’Italia del boom economico stava in un mondo diverso che non esiste più. L’Italia di oggi ha un calo di produttività che dura da vent’anni, ha perso interi settori nei quali era all’avanguardia dalla meccanica alla chimica. Come si presenterebbe nella competizione internazionale? Vogliamo scatenare una guerra commerciale contro la Cina, l’India e l’intero Oriente? La verità è che senza Unione europea Francia, Spagna, Germania ecc ecc sarebbero i primi nostri acerrimi concorrenti. Se l’Europa è mal gestita va cambiata la gestione non distrutta l’Europa.

lavoro precarioIl lavoro è un diritto tutelato dalla Costituzione

Basta leggere la Costituzione per capire che il riconoscimento del diritto al lavoro si traduce in promozione delle condizioni che rendano effettivo il diritto cioè in politiche pubbliche che favoriscano l’occupazione. Ma non sta scritto da nessuna parte che lo stato possa imporre ai privati di dare lavoro. L’interminabile discussione sui contratti di lavoro rischia, infatti, di nascondere la semplice verità che nessuna legge può obbligare qualcuno a dare lavoro nè a mantenere un rapporto di lavoro che non serve più. Sarebbe meglio, quindi, spostare il discorso sulle condizioni per creare lavoro e per tutelare i lavoratori magari abbandonando l’idea che i contributi pubblici possano fare miracoli. Decenni di uso del denaro pubblico distorto dai favoritismi e guidato dalle pressioni corporative dovrebbero essere sufficienti. Per tanti anni un fiume di denaro pubblico è andato a sostenere attività impreditoriali che, forse, non se lo meritavano ed ha aiutato a mantenere in attività imprese che dovevano essere chiuse. Insomma la ricchezza era privata e i debiti pubblici. Oggi tutto ciò non deve più essere possibile e la creazione di un sussidio di disoccupazione generale che sostituisca alcuni degli attuali ammortizzatori sociali (che nascondono la realtà di aziende finite) è la cosa più sensata che si possa fare. Lo sarebbe anche chiudere la storia dei finanziamenti pubblici alle imprese hanno senso se aiutano le start up e non se tengono in vita aziende in fin di vita o per scopi politici. I 4 miliardi buttati per mantenere italiana Alitalia dovrebbero pur insegnare qualcosa…..

Ha senso intervenire sui contratti a tempo determinato per renderli più costosi di quelli stabili semplicemente perchè l’incertezza e la temporaneità si devono pagare. Ma finchè si discute solo di contratti non si va lontano. Ciò che si può fare di più va oltre e sta in primo luogo nel creare le condizioni che rendano più facile offrire lavoro eliminando innanzitutto quelle inefficienze di sistema che penalizzano l’Italia nel confronto internazionale (giustizia civile, infrastrutture, servizi, burocrazia, criminalità organizzata). D’altra parte basta girare un pò in Europa per rendersi conto del divario che c’è tra noi ed altri e che è fatto innanzitutto di un approccio culturale diverso che chiama in causa milioni di cittadini e non solo chi sta al vertice.
Far finta che non sia così significa cullarsi in un’ulteriore illusione e nel mito che i responsabili del declino siano sempre altri e non anche noi stessi.

spesa pubblicaBasta aumentare la spesa pubblica e l’economia andrà meglio.

Falso, la spesa pubblica può creare sviluppo su grandi progetti come l’elettrificazione, le autostrade, i collegamenti ferroviari oppure indirettamente attraverso i servizi che hanno effetti di sistema (istruzione, sanità, welfare), ma pensare che la distribuzione di soldi a pioggia possa aumentare la ricchezza è un tragico equivoco che nasconde clientelismo, sprechi, corruzione, puri e semplici interessi corporativi. Per capirlo basta aprire i giornali che ogni settimana ci mostrano un caso di cattivo uso del potere e della spesa pubblica. Pensiamo che si possa tornare a ripetere il passato senza cambiare nulla? Non si può e chi lo pensa sta imboccando un vicolo cieco. Meglio capirlo prima che dopo

 

Claudio Lombardi

La crisi, l’Italia e la via d’uscita. Intervista a Giovanni Principe

LA CRISI E L’ITALIA

Italia malataSiamo vittime innocenti della crisi mondiale o il nostro paese si è messo da solo in una condizione di debolezza?

L’Italia aveva un grande vantaggio rispetto ai paesi dove è esplosa la crisi: nessuna bolla speculativa sugli immobili e, quindi, banche relativamente solide perché non si erano esposte con i mutui “subprime”. Ma aveva anche i piedi d’argilla con:

–        una spesa pubblica senza margini di intervento perché condizionata dal peso degli interessi sul debito e gravata da enormi sprechi e inefficienze (semplificando, facciamo rientrare in queste voci anche l’evasione, la corruzione e l’economia criminale)

–        un sistema produttivo sempre meno competitivo sul mercato internazionale, globalizzato, mentre il mercato interno andava restringendosi per la progressiva perdita di potere di acquisto delle classi medio-basse.

Dunque, la relativa solidità del sistema finanziario ha fatto sì che la crisi non scoppiasse immediatamente. Tuttavia, la debolezza del sistema produttivo ci ha condannati a pagare un prezzo più alto degli altri (a parte la Grecia) nel momento in cui le conseguenze della crisi finanziaria si sono propagate all’economia reale.

labirinto italiaAppena le locomotive hanno rallentato, il nostro paese è sprofondato nel circolo vizioso a cui era destinato: meno traino del mercato mondiale -> meno produzione e meno posti di lavoro -> meno reddito disponibile -> contrazione del mercato interno -> meno produzione e così via.

Si poteva rompere quel circolo vizioso? Certamente sì, se ci fosse stato un governo in grado di comprendere la dinamica della crisi e disposto, sul piano politico, a intervenire per correggerla. Ma il centro-destra, liberista e affarista allo stesso tempo, non poteva che sommare i suoi danni a quelli della crisi e quindi accentuare ulteriormente il circolo vizioso.

Partiamo allora da qui. Ma senza nasconderci che, nel biennio che ha preceduto la crisi, il centro-sinistra al governo non ha avuto né la lungimiranza né la forza necessarie per adottare misure di contrasto adeguate. E, se non abbiamo paura delle verità spiacevoli, aggiungiamo che in una parte, non marginale, del suo gruppo dirigente non aveva neppure le carte in regola per farlo.

Sta di fatto che il governo dell’Unione (governo Prodi 2006-2008) nato debole e minacciato dalle compravendite, ha comunque lasciato che dilagasse una rivolta contro la linea economica del governo (e che la figura di Padoa-Schioppa fosse dileggiata) mentre l’attenzione della maggioranza era calamitata da questioni di principio e di schieramento. Ha così mancato di intervenire sulle condizioni di fondo, quelle che ci facevano crescere molto meno dei partner e che ci destinavano a un sicuro disastro al primo cambiar del vento.

Evidentemente l’Italia ha un problema di classe dirigente…

Direi di sì, anche se non penso si possano mettere sullo stesso piano le responsabilità del centro-destra guidato da Berlusconi e quelle del centro-sinistra (privo di una rotta, prima che di una guida).

Tuttavia è assolutamente necessario ripartire dall’analisi degli errori passati. Questo chiedono gli elettori: se siamo finiti nel baratro, dovete dirci come è potuto succedere.

 

FARE I CONTI CON L’EUROPA

crisi EuropaC’è anche da fare, perché è doveroso e urgente, un discorso serio sull’Europa, se è vero che la linea che sta prevalendo nella UE, che non è solo austerità, ma anche sopraffazione delle economie più forti nei confronti di quelle in ritardo, produce grossi danni.

Occorre cambiarla. Ma si devono anche avere chiari due punti:

–        il primo è che il cambiamento serve all’Italia e serve all’Europa perché recuperi un peso economico e torni ad essere un punto di riferimento politico, per i popoli che nei vari angoli del mondo anelano alla democrazia. Poteva essere tutto questo, nello spirito di Spinelli, dei padri fondatori, fino a Delors. Poteva andare in quella direzione anche l’unificazione tedesca, se la si legge in chiave europea e non di Grande Germania. Invece sta prevalendo il nazionalismo in Germania, ma non solo, nutrito dall’egoismo di classe (chiamiamo le cose col loro nome);

–        il secondo è che l’Italia ha poco peso in questa battaglia, in tutto e per tutto politica, per un diverso indirizzo economico e politico in Europa. E che ciò dipende in parte dalla debolezza della sinistra, che di quella battaglia è la protagonista su scala continentale, ma ancor più dal fatto che come Paese non pesiamo abbastanza a causa di quei vizi di fondo, tutti nostri, di cui abbiamo parlato all’inizio.

errori italiaA ben vedere siamo di fronte anche qui a un circolo vizioso.

La sinistra italiana non si dimostra capace di rimuovere gli ostacoli, sociali, economici, culturali, politici, che ci condannano al declino e resta quindi marginale nel quadro politico europeo, senza contribuire a volgerlo in un senso favorevole per le nostre prospettive di cambiamento e di ripresa.

Dovremmo avere imparato questa lezione dall’esperienza del governo Monti. Il sussiegoso professore, accolto con simpatia dalle élite conservatrici europee, non ha spostato di un millimetro la linea UE e, mediando tra una sinistra debole e incerta e una destra priva di senso dello Stato, non ha prodotto neanche un infinitesimo dei cambiamenti necessari per la ripresa.

ALLA RICERCA DI UNA VIA D’USCITA

riflettere sulla storiaSe non facciamo tesoro degli insegnamenti della storia recente siamo condannati a ripeterla, come sta avvenendo puntualmente con le larghe intese, che sono nate dall’incontro tra la debolezza della sinistra e il calcolo spregiudicato di una destra sempre meno libera dal condizionamento degli interessi economici (e giudiziari) del suo leader.

Ora abbiamo davanti una strada obbligata. Dobbiamo tracciare un percorso fatto di misure concrete, comprensibili per gli elettori, chiare nelle loro motivazioni e negli effetti attesi. Che non saranno, non potranno in nessun modo essere equamente distribuiti. Qualcuno pagherà di più, qualcun altro pagherà meno, altri avranno un guadagno immediato così da riequilibrare le sperequazioni subite: su questo non sono possibili né equilibrismi né illusionismi. L’importante è però che il gioco non sia a somma zero ma a somma positiva. Che modificando la distribuzione si faccia crescere la torta nell’assieme.

Significa ribaltare di 180 gradi il dogma liberista secondo cui l’aumento delle diseguaglianze fa crescere la torta per tutti. Non è così, fa solo i ricchi ancora più ricchi, a danno della collettività. Viceversa combattere le diseguaglianze non è solo socialmente preferibile (io direi doveroso) ma è economicamente più efficace.

Lotta alle disuguaglianze? La dovrebbe fare il governo Pd-Pdl?

dilemma PdIl Pd dovrebbe chiarire il suo percorso, dire cosa vuole fare e come. Per questo serve un congresso. Dopo si porrà il problema di cercare una maggioranza disposta a sostenere il percorso in questo Parlamento dando vita ad un Governo espressione di quella maggioranza. Altrimenti saranno gli elettori a decidere. Non vedo altre possibilità.

Di tempo se ne è perso fin troppo. Il Pd ha fatto una campagna elettorale basata sulla consegna del silenzio attorno alle proposte compiendo un errore colossale. Per due anni hanno discusso di formule politiche e alleanze, ma hanno perso di vista la concretezza dei problemi e delle soluzioni. Ora quell’errore non deve essere ripetuto.

C’è bisogno però di riscoprire anche il senso di fondo della scelta di campo di un partito che si colloca a sinistra. Non è una cosa complicata: basterebbe partire dalla riscoperta di quel tesoro comune che è la Costituzione, convincendosi, oltre che della sua validità, della sua attualità.

 

insegnamenti dalla costituzioneDALLA COSTITUZIONE AD UN PROGRAMMA DI GOVERNO

La Costituzione ha ancora qualcosa da dirci?

Altroché. La Costituzione ci parla di uguaglianza sostanziale, come promozione delle condizioni per lo sviluppo della persona e come diritto ad un lavoro dignitoso, per essere parte attiva nella società, e ad un’equa retribuzione. Ci parla della funzione sociale dell’impresa, della democrazia economica, del ruolo delle rappresentanze di interessi e delle condizioni, di democrazia e di libertà, su cui devono poggiare e a cui devono uniformarsi.

Uguaglianza, lavoro e diritti. Queste le basi, ma poi come si traducono in atti concreti?

Tutti gli studi, tutte le indagini, tutte le evidenze statistiche concordano nel dimostrare che la crisi non colpisce tutti i paesi in egual misura e che le risposte migliori vengono dai paesi che investono di più sulla qualità del lavoro, quindi sulla conoscenza, sui saperi incorporati nei servizi e nei prodotti. E i saperi di cui parlo non sono solo quelli attuali: mi riferisco anche alla capacità di valorizzare quelli che ci trasmette la storia. Ecco le nostre potenzialità, i nostri punti di forza su cui puntare: le particolarità del territorio, culturali e naturali, le “unicità”.

proposte di governoNon c’è dubbio che si dovrà partire dall’aggredire i nodi da cui siamo partiti. Lotta all’evasione (gli strumenti ci sono, manca un indirizzo politico univoco) ma anche modifica della struttura del prelievo fiscale per valorizzare il lavoro. Lotta agli sprechi, con interventi immediati (spending review sì, ma poi interventi concreti) e di più lungo respiro. Lotta alla corruzione e al degrado morale della vita pubblica (non solo costi della politica, ma anche conflitto di interessi, falso in bilancio, concussione, corruzione, codici etici e sanzioni, sistemi di valutazione).

Sulla questione “lavoro” si pone poi una condizione a monte. Non ci si può limitare a prendere atto del fatto che viviamo nel paese sviluppato con il mercato del lavoro meno inclusivo e più discriminatorio. Servono politiche di discriminazione positiva a favore di chi oggi è costretto ai margini: le donne, i giovani, i meridionali, gli over 50.

chiusura aziendeLavoro sì, ma le aziende stanno chiudendo a migliaia. Come si fa?

Infatti, non si può rinviare la ricostruzione di una politica industriale che abbia al centro: l’innovazione, da coniugare con la sostenibilità; la produzione di beni e servizi “non replicabili” legati alla storia e al territorio (prodotti di consumo, macchinari, ospitalità, beni culturali); il rilancio della domanda interna, per sostituire import, rilanciare i consumi (come l’edilizia abitativa sociale, attraverso riuso e riqualificazione, senza nuovo  cemento).

E poi: favorire la crescita dimensionale delle imprese e la cooperazione territoriale e in reti virtuali (per la patrimonializzazione, per l’accesso al credito); alleviare il rischio di impresa (con strumenti finanziari, microcredito, fondi rotativi, o con il ricorso a venture management); contrastare i monopoli e i cartelli nei settori con poca concorrenza (banche, energia, media,  utilities) e le corporazioni professionali; sostenere i giovani che avviano nuove imprese; sostenere le imprese in crisi oltre l’emergenza (riconversione) e anche, se inevitabile, per la ricollocazione dei dipendenti.

speranzaSembra un elenco troppo lungo, ma in realtà è incompleto. È solo un esempio di quali e quanti interventi si potrebbero compiere. Soluzioni semplici e ricette miracolose per problemi complessi non esistono. Il vero miracolo che andrebbe compiuto e che gli elettori si attendono è la corrispondenza tra le parole e i fatti e la possibilità di toccare con mano i risultati.

Chi si propone di governare deve credere innanzitutto nelle cose che propone e dare fiducia ai cittadini risvegliando la voglia di partecipazione e di protagonismo che oggi latita.

Se il PD vuole fare la sua parte deve svolgere il congresso e parlare di questi temi. Solo così si darà un senso al ritorno in campo della sinistra con una prospettiva vincente e convincente dopo decenni di neoliberismo imperante. Difficile? Non tanto: non mancano le idee, coltivate e confrontate nel corpo vivo della società. Manca la capacità di raccoglierle e fare sintesi, senza paura di affrontare le scelte necessarie.

(intervista a cura di Claudio Lombardi)

Guarire l’Italia (di Lapo Berti)

Da www.lib21.org pubblichiamo la seconda parte dell’analisi di Lapo Berti sui mali d’Italia. La prima parte è qui http://www.civicolab.it/?p=2164

Può guarire l’Italia? Può uscire dalla crisi o, meglio, dalla traiettoria declinante su cui si è immessa ormai da qualche decennio? Ed, eventualmente, a quali condizioni, contando su quali energie?

Non è facile dare una risposta a un quesito così complesso e qualunque risposta si tenti è destinata a essere parziale e insufficiente, niente più che un appunto per la discussione. Ma una prima cosa si può dire. Una politica e una stampa superficiali e tutt’altro che innocenti ci hanno abituato a pensare che, per uscire dalla crisi che ci attanaglia, bastino alcune misure economiche, simpaticamente definite “sacrifici” o “lacrime e sangue”, e qualche imprecisata riforma strutturale, non di rado a supporto dei citati sacrifici. Non è così. Le misure economiche saranno necessarie e anche le riforme strutturali, ma l’obiettivo non è solo il “risanamento” economico, la sfida è un’altra: è ricostruire la società, nella prospettiva di un cambiamento radicale del modello economico e sociale, che non può essere solo nostro, ma, almeno, europeo.

Un capitale sociale da ricostruire

Riflettendo sulle cose d’Italia, qualunque visuale si scelga, economica, politica, sociale o culturale, l’impressione che per prima s’impone all’attenzione è che ciò di cui oggi abbiamo maggiormente bisogno sia quell’insieme un po’ sfuggente di condizioni, di convenzioni e di regole non scritte cui viene dato il nome, un po’ riduttivo ma efficace, di “capitale sociale”, sulla base del quale vivono reti di relazioni per lo più informali, ma non solo, capaci di produrre fiducia e reciprocità. Oggi siamo sempre più consapevoli che, accanto alla disponibilità di risorse produttive, il capitale sociale è un fattore fondamentale nel determinare la capacità di un’economia di creare benessere per i cittadini. Possiamo dunque valutare bene quali siano i costi di un suo deperimento. La “qualità” dell’ambiente sociale è decisiva nel determinare le prestazioni del sistema economico, ma si riflette anche nel funzionamento del sistema politico e, a sua volta, ne è condizionata.

Gli studi condotti dai sociologi, ma anche l’esperienza diretta di tutti noi, ci dicono che, nel corso degli ultimi decenni il “capitale sociale” su cui poteva contare l’Italia si è deteriorato, impoverito. La ricchezza di relazioni che almeno certe aree del paese ereditavano da una lunga tradizione di forme associative e di cooperazione è stata poderosamente intaccata dai fenomeni caratteristici della modernità, come l’affermazione progressiva di atteggiamenti e comportamenti individualistici, ma anche dal dissolvimento di reti prevalentemente formali come quelle in cui si esprime la vita politica di una comunità.

Se oggi ci troviamo con un “capitale sociale” più povero è anche perché sono venuti meno, si sono dissolti quegli ambiti di relazione che massimamente sollecitano la partecipazione e la condivisione, contribuendo alla creazione di uno spazio pubblico solido e articolato, in cui le persone imparano a vivere in società.

La ricostruzione dell’Italia deve partire da qui, dalla capacità che noi tutti abbiamo di metterci in relazione e di condividere idee, progetti, saperi, di dare vita a comunità intelligenti e operose. La prima ricchezza da ricostituire è quella del tessuto sociale.

Un paese più dinamico e competitivo

Nel nostro paese è in atto una guerra feroce, non sempre dichiarata, quasi mai visibile al pubblico, tra un vasto, ramificato e ben radicato sistema di potere che fa perno sul “capitalismo relazionale” e quello che si può definire “capitalismo di mercato”. Da una parte c’è quel capitalismo senza capitale che, da sempre, vive di rapporti incestuosi con la politica, che non disdegna le tangenti e accetta la corruzione come un male necessario. Dall’altra parte, c’è un capitalismo che tenta la sfida dei mercati globali, che per reggere la competizione fa anche rete, ma senza collusione, che non vuole intrusioni della politica, ma solo un sistema di regole certe ed efficacemente applicate. La posta in palio è il governo del paese reale e di quello politico. Il terreno su cui la guerra si combatte è quello dell’abbattimento delle rendite e dei privilegi. La chiave è la concorrenza. L’obiettivo è che la competizione arrivi a governare il più possibile sia i processi economici che quelli sociali e politici, favorendo l’affermazione di chi sa meglio svolgere il proprio compito. Non ci sono alternative.

Un’economia “amichevole”

L’uscita dalla crisi che attanaglia le economie di tutto il mondo non sarà facile e non sarà breve. Forze potenti sono all’opera perché nulla cambi e rimangano in piedi i modelli di business e di consumo che sono largamente responsabili delle difficoltà in cui ci troviamo e in cui si trova l’intero pianeta. Ma la crisi è sempre anche un momento in cui si aprono opportunità, se non altro perché aumenta il numero di coloro che s’interrogano sul senso di ciò che vivono e che li circonda e che si mobilitano per cercare strade diverse. Occorre, dunque, cogliere ogni occasione per imprimere una svolta al modello economico dominante, spostandone la traiettoria e inducendo comportamenti virtuosi da parte delle imprese. La chiave di volta di questo passaggio è l’attivazione dei cittadini, che si devono ricordare di essere tali, ovvero titolari di diritti e di doveri anche quando si vestono da consumatori. Un consumo consapevole e responsabile è il primo passo verso un’economia più “amichevole” sia nei confronti dell’uomo che dell’ambiente. E’ un cambiamento che è nelle mani di tutti noi, che non richiede organizzazioni mastodontiche, campagne mediatiche, nuovi apparati giuridici. E’ sufficiente una buona informazione, diffusa capillarmente, utilizzando bene gli strumenti del web. Il nostro sito è nato anche per questo, per fare rete con altri siti che si propongono di passare dal dire al fare.

Ridare vigore alla democrazia

Nessuna delle possibili svolte cui abbiamo accennato sarà possibile, se non si trova il modo di restituire efficacia ai meccanismi democratici. La lunga deriva dell’individualismo mascalzone accompagnata alle degenerazioni populistiche dell’ultimo ventennio ha trasformato la vita democratica in un rituale sempre più stanco e sempre meno partecipato. Le persone si sono ritratte dai luoghi pubblici dove nasce e vive la partecipazione e hanno abbandonato al loro destino i principali attori collettivi della vita democratica, i partiti e, in misura minore, i sindacati. Ne è derivato un inaridimento della vita democratica che si è tradotto nella degenerazione della vita politica e nella corruzione del sistema della rappresentanza. Il risultato è stato la creazione di un abisso fra la vita, le aspirazioni, i modi di sentire dei cittadini e le rappresentazioni della politica. Anche qui, forse, dobbiamo avere l’ardire d’imboccare strade nuove o, magari, di recuperare idee, istanze, che in passato sono state sottovalutate e accantonate. Il sistema della rappresentanza va ripensato. Non è più pensabile, dopo quanto è successo, che ai cittadini venga richiesto di rilasciare deleghe in bianco, pena un possibile allargamento dello sciopero del voto fino a dimensioni che renderanno ridicole le elezioni. Bisogna pensare a creare forme di controllo e di partecipazione dei cittadini che si avvalgano di sedi formali e informali, di canali e modalità previsti e sanciti da norme, ma anche d’iniziative spontanee e autogestite dai cittadini stessi.

Più che una meta, un percorso

In passato, i fautori del cambiamento hanno talora tentato di fissare una meta, un obiettivo da raggiungere, una società da realizzare, ma poi ci si è persi durante il percorso, talora con esiti tragici. Sforziamoci, invece, d’individuare un percorso, un insieme di cose da fare che ci consentano, già mentre le facciamo, di riappropriarci di noi stessi e di riconoscerci con gli altri che condividono il senso della ricerca.

Un po’ ovunque, nella società, più nelle regioni del centro-nord che in quelle del sud, si notano movimenti di persone che si associano, per fare acquisti secondo una logica diversa, per tutelare un bene che si vuol far diventare comune, per promuovere una causa, per diffondere un sapere. Si tratta d’iniziative “locali”, che spesso sono possibili solo perché si collocano in una dimensione “maneggevole” e talora sono addirittura fiere del loro localismo. Anche se non è l’unico modo di lanciare un’iniziativa, partire dal “locale” è oggi la soluzione non solo più praticabile, ma anche quella più sana, addirittura necessaria per ridare alle persone il senso diretto di un loro protagonismo, di poter contare e, soprattutto, di poter realizzare ciò in cui si crede.

Ma se tutte queste espressioni di vitalità sociale devono sfociare in un movimento capace d’indurre mutamenti sostanziali del modello economico, sociale e politico in cui viviamo, è necessario che si mettano in rete, per raggiungere una massa critica che li faccia diventare anche protagonisti politici e per riuscire a esprimere un pensiero capace di una visione generale e quindi di un orientamento valido per tanti.

Siamo a una di quelle fasi cruciali della storia in cui solo se si riesce a ripartire dal basso, dalle cose stesse, dalla sensibilità e dalla volontà della maggioranza, si può produrre una svolta reale.

Lapo Berti da www.lib21.org

Manovra: ancora una volta gli italiani pagano il conto (di Claudio Lombardi)

Difficile dire qualcosa di originale sulla manovra finanziaria presentata dal Governo. Difficile perché i commenti sono, come sempre in queste occasioni, così tanti da coprire tutto ciò che è possibile dire; difficile perché la manovra ripete uno schema “classico” che ormai è lo stesso da molti anni.

In due parole: con decreto-legge o con procedure rapide si approvano le norme in grado di portare risultati certi e in tempi brevi; con strumenti di più lunga durata (proposte di legge, leggi delega, differimenti di attuazione alla prossima legislatura) si definiscono le norme delle quali i risultati non sono né immediati né certi.

Come sempre la ricetta prevede che le due categorie di norme siano tenute strettamente vicine, anzi, che quelle di non immediata attuazione siano presentate come la vera novità per oscurare le misure che si attuano subito.

Nel rincorrersi delle anticipazioni, per esempio, l’accento è caduto sulla riforma fiscale e sui tagli ai costi della politica; due tipologie di intervento che si realizzeranno in tempi lunghi, se si realizzeranno.

Anche sull’entità della manovra si è utilizzato lo stesso effetto deformante: la dimensione pubblicizzata ha dato l’impressione di un intervento deciso di correzione dei conti; la scansione temporale ha mostrato la realtà di un rinvio degli interventi più sostanziosi alla prossima legislatura.

Certo l’Europa si accontenta e dice che, fino al 2012, i conti possono andar bene. Il problema, però, è che i conti li dobbiamo fare con la situazione oggettiva del Paese e con le esigenze pressanti della maggior parte degli italiani. L’Europa si può accontentare, noi no. Semplice.

Un Governo che vuole fare sul serio lo fa comunque e presto. Cosa, però? Una politica economico-finanziaria che migliori la situazione dell’economia e delle persone puntando a superare croniche debolezze infrastrutturali e la frammentazione del tessuto produttivo forte di tante piccole e piccolissime imprese, ma debole su tutti gli altri fronti.

Economia e società si tengono strettamente ed è un’illusione pensare che l’una possa basarsi sullo schiacciamento dell’altra. Il collegamento è dato dalle politiche pubbliche cioè dal ruolo dello Stato e dalla politica che lo fa muovere. Da decenni si parla di “sistema Paese” per sottolineare una dimensione che tiene unite queste facce della stessa medaglia. Eppure ancora siamo qui a romperci la testa su misure che servono a “passà ‘a nuttata” e non a costruire il futuro.

Pensate, torna il superbollo! E si blocca per la ennesima volta (decima, quindicesima?) il turn over degli statali. Ma come? Dopo tutte queste volte che li bloccano ce ne sono ancora di statali? Sì perché la norma si approva, si scrivono i risparmi che assicura, si coprono le spese con quelle entrate virtuali e poi… e poi fatte le spese (vere) si fa altro debito pubblico per coprirle perché i risparmi non c’erano veramente.

Come nella moda quando uno stile del passato viene riportato alla ribalta, anche dagli uffici del Governo provengono idee e proposte che già sono state fatte e sperimentate nel passato e che non hanno funzionato. Però le ripropongono lo stesso. E chissà la fantasia degli esperti e consiglieri, dei ministri e dei parlamentari cos’altro produrrà nelle prossime settimane.

Per quale obiettivo? Raddrizzare i conti dello Stato. Come già detto ci sono i tagli certi che producono minor spesa (ne fanno le spese enti locali, regioni con la sanità in testa, i pensionati), ci sono un po’ di entrate di piccolo taglio (tassa di proprietà oltre i 225Kw, tassa sui treni alta velocità) e una miriade di interventi sparsi che vanno visti uno per uno. Tanti saranno pure giusti, ma il fatto è che tutti insieme, buoni e cattivi, veri e falsi, mischiati alle politiche nelle quali è impegnato il Governo, conditi con la sua autorevolezza nazionale e internazionale (bassissima), accompagnati da una maggioranza che non si capisce cosa la tenga unita (a parte gli interessi personali e di gruppo) e con la ciliegina sulla torta degli scandali che hanno mostrato agli italiani e al mondo chi sono veramente tanti di quelli che hanno preso il potere e come lo usano a proprio vantaggio; tutti insieme non sono credibili e suscitano diffidenza e un senso di rabbia che si sta diffondendo sempre più.

Rabbia per la sfrontatezza e l’arroganza di chi ha ricevuto il mandato di governare ed ha perso tempo a farsi gli affari suoi (magari raccontando barzellette); rabbia per l’incapacità di guidare lo Stato in un Paese con una delle più forti economie mondiali reso debole proprio dall’incapacità delle sue classi dirigenti che hanno sperperato ricchezze immense senza costruire nulla di solido.

Non sono solide le infrastrutture, non lo è il sistema dell’istruzione, non lo sono i servizi. Al contrario tutto appare precario e inaffidabile e gli italiani si meravigliano quando capita loro di imbattersi in qualcosa che funziona come dovrebbe. E questo mentre la forza dell’economia c’è, ma deve fare a meno di uno Stato che marci come dovrebbe.

Soprattutto ne devono fare a meno gli italiani che si trovano ogni anno a saldare il conto e non riescono a sapere e a vedere dove vanno a finire i loro soldi.

Per il futuro è preferibile che ci siano meno manovre e più lavoro quotidiano fatto con le politiche giuste che costruiscano il futuro ogni giorno.

Claudio Lombardi

Fare i conti con la realtà: i conti pubblici e l’interesse degli italiani (di Claudio Lombardi)

Il Documento di economia e finanza approvato dal Consiglio dei ministri, con allegato Piano nazionale di riforme, delinea un serio impegno dell’Italia su obiettivi di finanza pubblica. In sintesi si prevede di arrivare al pareggio fra entrate e spese in quattro anni in un quadro nazionale di bassa crescita dell’economia ed europeo di aumento dei tassi d’interesse. Per questo bisogna ragionare e capire cosa ci aspetta.

Fra il 2011 e il 2014 la spesa pubblica al netto degli interessi dovrà scendere di 5,5 punti rispetto al Pil e l’indebitamento netto è previsto in calo di 3,7 punti sempre in percentuale rispetto al Pil. Tradotto in euro significa che il rapporto fra entrate e spese dovrà ridursi di oltre 55 miliardi di euro con una decrescita più pesante che graverà sugli anni 2013 e 2014.

Nel contempo la crescita del Pil è prevista in leggero aumento dal 2011 al 2014 (+1,1%, +1,3%, +1,5%, +1,6%). La previsione è, dunque, che l’economia si svilupperà a ritmi “tranquilli” senza balzi in avanti.

I tassi di interesse sui titoli del debito pubblico (oggi al 120% del Pil), presumibilmente saranno superiori ai livelli attuali data la generale tendenza al rialzo a livello internazionale.

Saranno, quindi, necessarie più manovre di finanza pubblica per riportare i conti nel sentiero previsto. Aumento di entrate ? Riduzione di spese ? Altre alternative non sembrano esserci al momento.

In effetti il piano del Governo dà per scontate due diminuzioni – spesa corrente e spesa per investimenti – e un incremento – spesa per interessi – nel periodo 2011-2014, mentre la pressione fiscale è data in leggera diminuzione, dal 43,1% al 42,5%. Quindi niente aumento di entrate, ma riduzioni di spesa che, dopo i tagli degli anni passati, non saranno uno scherzo e peseranno sugli italiani forse più di quanto è già accaduto finora. Certo, il 2014 è lontano e le cose possono sempre migliorare, ma non si può assolutamente sottovalutare lo sforzo che si richiederà al Paese.

I numeri, però, non dicono tutto. Dietro le cifre ci sono strade diverse. Se c’è un’Italia in decrescita che va avanti con i settori tradizionali che tirano le esportazioni, ma senza sostanziali innovazioni e senza, soprattutto, cogliere l’occasione per fare ordine in casa propria e avviare una nuova fase di sviluppo interno allora non c’è un bel futuro per gli italiani. Per i giovani soprattutto.

La stampa ha riportato alcune dichiarazioni di ministri e di esperti secondo i quali il lavoro ci sarebbe pure, ma i giovani italiani non lo vorrebbero perché troppo faticoso e se lo prenderebbero tutto gli immigrati. Come è noto gli immigrati sono spesso sottopagati anche grazie alla “provvidenziale” legge che, introducendo il reato di clandestinità, li espone a chiunque se ne voglia approfittare dato che non possono far valere alcun diritto. Perché mai ci si stupisce se i giovani italiani, non essendo clandestini, tentano di rifiutare lavori faticosi e sottopagati? Tentano perché è risaputo che tantissimi giovani italiani passano da un precariato all’altro con retribuzioni molto basse. Non che quelle della maggioranza dei lavoratori dipendenti siano alte, anzi. Il basso livello delle retribuzioni è molto diffuso e indica un problema serio per chi ci deve vivere e per l’economia nel suo complesso. Anche perché i servizi pubblici e sociali spesso non aiutano a colmare i vuoti lasciati da stipendi insufficienti.

Facciamo adesso un confronto fra questi dati e queste analisi e la realtà dell’azione di  Governo anche tenendo conto di come viene comunicata all’opinione pubblica perché in questo caso forma e sostanza coincidono.

Finora, sembra, che i risultati di tre anni di governo consistano nella tenuta dei conti pubblici, nella riforma della scuola e dell’università e nell’arginamento (con la cassa integrazione) delle conseguenze più drammatiche della crisi economica per una parte del lavoro dipendente. Oltre a ciò ci sono state alcune emergenze, come i rifiuti a Napoli o la gestione del post terremoto a L’Aquila, che hanno generato scandali odiosi perché hanno mostrato un’ampia area di corruzione e collusione fra politica, criminalità e affaristi di varie risme; un’area solida e dotata di molte radici che nessuno può giurare si sia ridotta sostanzialmente per effetto dell’azione del Governo. Su questo è stato scritto molto e basta documentarsi per rendersene conto.

Altro non sembra esserci. Ora, su cosa il Governo e la maggioranza che lo sostiene richiamano continuamente l’attenzione degli italiani? Sulla giustizia o, meglio, sui processi a carico di Berlusconi. Siamo giunti alla situazione tragica in cui il capo del Governo, imputato in diversi processi per reati comuni, rivendica il suo “diritto” di far approvare leggi ad personam che lo salvino non tanto da possibili condanne, che evidentemente ritiene probabili, ma dagli stessi processi poiché, a suo giudizio, si sarebbe in presenza di un’azione eversiva della Magistratura.

La tragicità sta tutta nella contrapposizione fra procedimenti giudiziari basati su notizie di reato concrete e verificate nel pieno rispetto di tutte le norme scritte nelle leggi e nella Costituzione, e una valutazione politica, quella di Berlusconi, che egli ritiene dover prevalere su tutto. Formalmente e sostanzialmente l’eversore che proclama una visione opposta a quella scritta nella Costituzione e compie gesti emblematici per sovvertire l’ordinamento costituzionale è il Presidente del Consiglio.

La pretesa di Berlusconi è di poter disporre, per sé e per altri scelti fra gli appartenenti alla classe dirigente, di un diritto personale diverso da quello che si applica alla generalità dei cittadini. Purtroppo per lui ciò implica un cambiamento della forma di Stato oltre che di governo, perché la forma repubblicana democratica non consente di praticare questa strada.

Ovviamente le conseguenze di questa dura lotta contro la legalità da parte di chi rappresenta il vertice del potere esecutivo e cui spetta indirizzare tutta l’attività del Governo sono pesanti e rischiose per la stabilità delle istituzioni e per l’efficacia della loro azione.

Come si fa a conciliare questa impostazione con l’esigenza di una vasta opera di sistemazione dello Stato e degli apparati pubblici, con il rilancio dell’economia e con lo sviluppo sociale che punti ad unire le energie e non a dividere?

Le opinioni sono concordi sulla bassa crescita dell’Italia causata da un’altrettanto bassa produttività non limitata ai processi produttivi, ma estesa all’intero sistema paese.

La via d’uscita? Creare valore con l’utilizzo del capitale sociale e umano di cui è ricca l’Italia. È strano sentir parlare di lavoro che non si trova e poi osservare il degrado in cui versa il nostro patrimonio artistico, monumentale e ambientale. Oppure constatare il regresso in settori di punta nei quali la gran parte dei consumi interni (se non tutti) si soddisfano con prodotti di importazione. O anche veder trascurati settori primari come l’agricoltura e la zootecnia. O ancora osservare le grandi aree urbane afflitte da una mobilità difficile perché mancano le risorse per lo sviluppo del trasporto pubblico. C’è poi la scuola, povera di mezzi e colpita da tagli di risorse e dal disprezzo degli uomini del Governo. C’è l’università alle prese con una riforma che non si capisce come possa realizzarsi tanto è complessa e segnata dall’assenza di risorse.

C’è poi un assetto civico che avrebbe bisogno di una profonda opera di ricostruzione per mettere la grande forza della partecipazione e della condivisione dei cittadini al servizio dell’Italia ponendo fine alla maledizione che vede prevalere da noi il culto del “particolare” contro l’interesse collettivo.

Insomma sarebbero tanti i campi nei quali darsi da fare per far rinascere il nostro Paese. Non farlo, perdere altri anni dietro alle avventure di un multimiliardario palesemente inadatto a governare perché assolutamente disinteressato a tutto ciò che non rientra nel suo interesse personale e contornato da gruppi di affaristi che la pensano come lui, sarebbe un delitto contro l’Italia.

Claudio Lombardi