Giovani immigrati gang identità e rifiuto
Nel 2022 è avvenuto un sorpasso storico che nessuno ha raccontato. Per la prima volta i minori stranieri denunciati in Italia hanno superato in valore assoluto i minori italiani. Nel 2024 il dato si è consolidato: su 38.247 minori denunciati, oltre la metà sono stranieri. Un fatto senza precedenti in un Paese dove gli stranieri rappresentano meno del 9% della popolazione.
Ma il numero più inquietante è un altro. Quel 51-52% non include le seconde generazioni con passaporto italiano. I figli di immigrati nati qui, cittadini italiani a tutti gli effetti, finiscono nella statistica degli italiani. Il dato reale è quindi peggiore di quello che appare. E il trend punta in una sola direzione.
Che le seconde e terze generazioni rappresentino un problema gravissimo è confermato dalla storia. Chi non vuole integrarsi finisce in due direzioni diverse: la radicalizzazione ideologica, che troppo spesso sfocia nel terrorismo, o la deriva criminale.
Il punto di origine è lo stesso: il rifiuto della società che li ha accolti.
I casi di radicalizzati passati al terrorismo sono innumerevoli: uno su tutti, l’arruolamento nelle file dell’Isis.
Ma l’episodio più eclatante è datato 7 luglio 2005, quando quattro bombe esplosero a Londra: tre nella metropolitana, una su un autobus. Cinquantadue morti, oltre settecento feriti. Il primo attacco suicida islamista in Europa occidentale. Ma il dato che sconvolse l’opinione pubblica britannica non fu il bilancio. Fu l’identità degli attentatori.
Un assistente scolastico di 30 anni, sposato e padre di una figlia. Un laureato che lavorava nel fish and chips del padre. Un diciottenne. Un giamaicano arrivato a 5 anni e convertito. Tutti nati o cresciuti nel Regno Unito. Tutti cittadini britannici. Non erano infiltrati. Non erano clandestini. Erano i vicini di casa.
Europol lo ha confermato sistematicamente: il 60% dei terroristi jihadisti possiede la cittadinanza del paese dove ha attaccato. Il 70% degli arresti per jihadismo riguarda cittadini europei. Parigi, Bruxelles, Nizza, Manchester, Berlino, Barcellona, Vienna. I nomi cambiano, il pattern resta identico.
Ma il terrorismo è solo la punta dell’iceberg. La base, più larga e più quotidiana, è la criminalità comune.
E qui la Svezia offre oggi il laboratorio più avanzato. Le gang che insanguinano il Paese sono composte prevalentemente da seconde generazioni. Nati in Svezia, cresciuti in Svezia, cittadini svedesi. Il capo dell’intelligence lo ha ammesso pubblicamente: “Sono cresciuti in Svezia, provengono da aree socioeconomicamente deboli, molti sono immigrati di seconda o terza generazione”. Tre quarti dei membri delle principali gang sono figli di immigrati. Uno studio dell’Università di Lund del 2024 ha trovato che quasi due terzi degli stupratori condannati dal 2000 erano immigrati di prima o seconda generazione.
A gennaio 2025 in Svezia si registrava più di un’esplosione al giorno. Il 4 febbraio, undici morti in una scuola di Örebro: la peggiore sparatoria di massa della storia del Paese. L’anno prima: 317 esplosioni, 222 sparatorie, 34 morti. Quando finalmente i dati sono emersi, il 58% dei sospettati di crimine erano migranti. Per omicidio e tentato omicidio: 73%. Il primo ministro Kristersson ha ammesso che il governo ha perso il controllo. E ha aggiunto che serviranno dieci anni per rimediare.
Come si è arrivati a questo punto? Nascondendo la realtà. Dal 2005 il governo svedese ha smesso di pubblicare statistiche su etnia e nazionalità degli autori di reato. Nel 2017 il governo Löfven rifiutò esplicitamente di aggiornare i rapporti. Alla polizia fu vietato di comunicare ai media l’origine degli indagati.
“Non vogliamo apparire razzisti”, fu la spiegazione ufficiale. Quando nel 2015 decine di ragazze vennero molestate al festival “We Are Stockholm”, la polizia tacque per settimane. La cenere sotto il tappeto, fino a quando il tappeto ha preso fuoco.
L’Italia sta imboccando la stessa strada. La Carta di Roma, il codice deontologico dei giornalisti approvato dall’Ordine, raccomanda di non citare nazionalità o etnia degli autori di reato “nei casi in cui tale informazione non sia essenziale”. L’occultamento elevato a regola professionale.
Il problema non è chi arriva. È chi nasce qui e non si riconosce qui. Chi frequenta le scuole italiane e le abbandona al doppio del tasso degli autoctoni. Chi rifiuta il lavoro “basso” ma non ha strumenti per quello qualificato. Chi trova nella gang l’unica istituzione che offre appartenenza, status, protezione. Chi veste un Islam identitario come bandiera di opposizione, senza conoscerne né la teologia né la storia.
La Svezia aveva il welfare più generoso d’Europa. Non è bastato. Aveva politiche di accoglienza celebrate in tutto il mondo. Non sono bastate. Oggi importa detenuti nei paesi vicini perché le carceri sono piene e abbassa a 14 anni l’età minima per il carcere.
L’Italia riceve quattro volte più domande di asilo della Svezia in rapporto alla popolazione. Con meno risorse, meno strutture, meno capacità di controllo. E con un dibattito pubblico che ancora si interroga se sia opportuno citare la nazionalità di chi commette reati.
Nel 2030 alcune scuole delle periferie italiane avranno una maggioranza di studenti di origine straniera. Alcuni quartieri saranno già separati. Alcune gang saranno già strutturate. La frattura sarà già irreversibile.
L’Italia del 2030 non sarà più ingiusta di oggi. Sarà semplicemente meno governabile. E chi oggi nasconde i dati per non apparire razzista scoprirà che la realtà non si cancella con le omissioni. Si cancella solo la possibilità di affrontarla in tempo.
Roberto Riccardi (da facebook)



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