LA LEZIONE DI CEUTA

Chi e perché ha organizzato l’invasione che ha portato più di 60 mila persone (praticamente tutti giovani e maschi) a Ceuta con il miraggio dell’accoglimento in Spagna (fondato vista la recente sentenza del Tribunale supremo spagnolo che impedisce il respingimento di quelli arrivati a nuoto) e della successiva regolarizzazione (fondata vista quella ancora in corso che forse toccherà un milione di persone, ma la gran parte sudamericani e quindi di lingua e cultura assimilabili alla Spagna) non è l’aspetto più importante.

Ciò che conta di più è che la vicenda ha mostrato la forza dirompente dell’immigrazione che pone problemi serissimi. Innanzitutto la cedevolezza dei confini dei paesi europei. Il caso di Ceuta è estremo, ma è ciò che è accaduto diluito nel corso degli anni e con fasi diverse sulle coste e sulla terraferma. Già l’arrivo non programmato di tanta gente che ha bisogno di tutto, che non conosce la lingua e che non si può collocare in nessun posto di lavoro è difficile da gestire, costa molto e crea tensioni e conflitti. Se a questo si aggiunge che hanno tutti in testa culture diverse da quella dei paesi di arrivo l’inserimento in società molto diverse non si realizza e si formano gruppi su base etnica e religiosa che esprimono estraneità rispetto a chi li accoglie. Se poi ci aggiungiamo che una parte dei nuovi arrivati pratica la scorciatoia della criminalità i problemi diventano giganteschi e determinano una reazione di rifiuto.

Ciò che ha stupito molti osservatori è l’arroganza e l’aggressività dei giovani di Ceuta. Ci sono poi stati saccheggi, furti, aggressioni a consolidare l’impressione che i nuovi arrivati avessero lo spirito del conquistatore. Bisogna capire come l’Europa viene vista nei paesi di provenienza degli immigrati. Sicuramente come una fonte di ricchezza a disposizione di chi se la prende. Che poi la realtà sia diversa cambia poco perché noi siamo innanzitutto una terra di diritti e per chi non li conosce può sembrare che tutto sia possibile.

L’immigrazione non gestita non è una risorsa, ma un problema serio, con esclusione dei datori di lavoro che sono felici di disporre di mano d’opera a basso costo e ricattabile. Dopo anni di ubriacatura ideologica quando ha prevalso il lacrimoso mea culpa per i morti in mare e l’”accogliamoli tutti” di chi aveva scoperto  la sua nuova frontiera nella globalizzazione o si sentiva in dovere di scontare i suoi peccati in questo modo, adesso è tempo di una drastica inversione di rotta all’insegna di tre punti chiari: respingere l’immigrazione irregolare con rimpatri immediati, espellere per via amministrativa chi viene qui per compiere reati e integrazione obbligatoria che deve iniziare nei paesi di origine con corsi specifici e ingressi regolari.

Non possiamo permetterci di non chiedere il sostegno di un certo numero di immigrati che riempiano, in parte, i vuoti del calo demografico (ma le politiche per la famiglia erano sbeffeggiate e considerate roba da bigotti di destra trent’anni fa), ma questo deve essere fatto in maniera controllata perché non possiamo permetterci nemmeno il caos. Veniamo da un lungo viaggio nella storia, ma rischiamo di mettere in discussione le nostre conquiste se cambia la composizione della popolazione. Nulla di strano: nella storia è accaduto tante volte e noi non facciamo eccezione. L’abbiamo già detto: chi arriva non ricomincia da zero, ma si porta dietro la sua cultura, la sua visione del mondo, la sua religione ed è molto più facile che cerchi di mantenerla piuttosto che cambiarla. E non si tratta di questioni secondarie bensì di un insieme di valori e di regole che non sono in sintonia con quelli posti alla base della Costituzione italiana e dell’Unione europea i cui pilastri sono libertà, uguaglianza tra uomini e donne e laicità dello stato.

Il multiculturalismo che equiparava le culture è finito? Sì ha fatto fallimento perché ha permesso la costituzione di enclave su base etnica e religiosa, ma prosegue nelle polemiche che accompagnano la convivenza tra una parte degli immigrati e noi. Non possiamo non vedere che il problema riguarda soprattutto i musulmani e il tentativo organizzato (e sponsorizzato da chi finanzia la rete delle moschee) di costituirsi come corpo separato che vive in base alle sue regole e che cerca di imporle anche nei luoghi pubblici e nei servizi (volto coperto delle donne e festa del Ramadan con negazione delle nostre feste tradizionali nelle scuole).

Non si tratta di negare l’immigrazione, ma il cuore del problema è il come si realizza e tanti esempi ci mostrano che i paesi europei (il caso della Svezia diventata un paese dove spadroneggiano le bande criminali di immigrati è illuminante) hanno imboccato strade sbagliate

Claudio Lombardi

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