Uno sguardo alla sharia in Europa
Pensavate che in Occidente non vi fosse nessuno spazio per applicare le norme della sharia? E invece no, seppur entro uno spazio delimitato, quelle norme trovano applicazione anche nei paesi occidentali. Nei paesi delle Costituzioni liberali, quelle più belle del mondo, che si fanno vanto della laicità dello stato.
La sharia, per chi non lo sapesse, non è un codice unico scritto in un unico testo: è un sistema di principi giuridico-religiosi derivati dal Corano e dalla Sunna, interpretati nei secoli da diverse scuole giuridiche (le più note: hanafita, malikita, shafiita, hanbalita). Copre tanto la sfera rituale quanto quella civile: matrimonio, divorzio, eredità, contratti commerciali. Quando si parla di “sharia applicata in Occidente”, quasi sempre si intende quest’ultima componente, il fiqh civile e familiare.
Nel Regno Unito una norma tecnica del 1996, l’Arbitration Act, pensata per l’arbitrato civile in generale contiene una Section 46(1)(b) che permette a un collegio arbitrale di decidere secondo “altri criteri” concordati dalle parti, non necessariamente la legge di uno stato. Su questa base è nato nel 2007 il Muslim Arbitration Tribunal, e oggi tra 30 e 85 consigli sharia operano nel paese, applicando principi islamici a divorzio, mantenimento economico ed eredità. Nel 2013, nel caso AI v MT, un giudice inglese ha persino convalidato un accordo patrimoniale costruito su base islamica.
In Grecia, nella Tracia occidentale, una legge del 1920 ha attribuito per decenni al mufti potere semi-ufficiale su diritto di famiglia ed eredità della minoranza musulmana storica, comprese le quote ereditarie diseguali tra uomo e donna previste dal fiqh. Qui il caso è diverso da tutti gli altri: non si trattava di una possibilità aperta dall’autonomia contrattuale delle parti, come nell’arbitrato britannico, ma di una giurisdizione obbligatoria per legge, un cittadino greco-musulmano non poteva scegliere il tribunale civile al posto del mufti. Solo dal 2018, dopo la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Molla Sali v. Grecia) — nata proprio dal caso di una donna a cui la sharia sull’eredità era stata applicata senza possibilità di scelta — questa giurisdizione è diventata facoltativa anziché automatica. È l’unico caso in Europa in cui uno stato ha reso la sharia vincolante per legge, non semplicemente tollerata attraverso uno strumento privato come l’arbitrato.
In Belgio, Francia, Germania, Paesi Bassi, vi sono reti diffuse di Imam che offrono mediazione religiosa informale su famiglia e divorzio dentro le comunità, una mediazione priva di valore legale diretto, ma non per questo priva di effetti reali sulle persone che vi si rivolgono, spesso sotto pressione familiare più che per libera scelta.
In tutti questi spazi, sopravvivono regole discriminatorie: l’uomo può ripudiare la moglie unilateralmente mentre lei deve motivare e negoziare il proprio divorzio; le quote ereditarie femminili sono inferiori; la custodia dei figli e la poligamia seguono criteri sbilanciati a favore della linea maschile.
L’inchiesta di GB News (2026) ha esaminato i servizi sharia pubblicizzati a Londra, trovando che l’Islamic Sharia Council (il primo fondato in Europa) applica procedure diverse per uomini e donne: un uomo può ottenere il divorzio in modo quasi automatico, mentre una donna deve presentare domanda, motivare le ragioni, e il marito viene coinvolto in un processo di mediazione, con il caso che può essere ritardato o chiuso se lei non collabora.
Nel Regno Unito, la baronessa Caroline Cox ha presentato per otto anni consecutivi un disegno di legge per vietare esplicitamente questa discriminazione nell’arbitrato religioso, sempre respinto. Il Consiglio d’Europa, nel 2019, ha riconosciuto che il fenomeno non è un’anomalia britannica, ma qualcosa di strutturalmente presente in più stati membri.
Va detto che, fatta eccezione per il caso greco fino al 2018, nessuno stato occidentale, per ora, ha reso la sharia legalmente vincolante, ma è tollerata, attraverso i margini lasciati dall’autonomia privata e dall’arbitrato, proprio da quei paesi che si definiscono inclusivi e che sembrano combattere ogni forma di discriminazione. Lo Stato mantiene formalmente il monopolio della giurisdizione, ma nella pratica quotidiana di migliaia di famiglie musulmane europee, chi decide sul divorzio o sull’eredità è spesso un consiglio religioso, non un tribunale civile.
Stefano Dell’Orto (gruppo Facebook Insieme per una giustizia giusta)



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