In morte dell’Ilva
La recente decisione della Corte d’Appello di Milano che ha ordinato la chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto entro 90 giorni è l’occasione per ripassare le vicende che hanno segnato la fine (a questo punto auspicabile) della più grande acciaieria d’Italia. Il fulcro su cui ruota tutta la vicenda è il ruolo della magistratura che pose sotto sequestro l’area a caldo e tutta la produzione senza facoltà d’uso nel luglio del 2012, sequestro che non è mai stato revocato sicché gli impianti che sono il cuore dell’acciaieria funzionano da allora con facoltà d’uso ma sotto controllo giudiziario.
Basterebbe questo a parlare di morte dell’acciaieria. Di fatto la magistratura si è posta come potere supremo cui compete l’attuazione di principi costituzionali saltando ogni altro potere istituzionale e amministrativo. In queste condizioni non può funzionare nessuna attività economica e nemmeno uno stato. Bisogna rileggere le motivazioni del sequestro del 2012 per avere chiaro che la vicenda Ilva è il condensato del nuovo assetto dei poteri le cui radici vengono ricondotte a Tangentopoli, ma che, in realtà, risalgono ad una concezione della magistratura come potere autonomo e intoccabile. Basti citare la vicenda dell’arresto del vice direttore generale della Banca d’Italia Mario Sarcinelli e dell’accusa rivolta a lui e al Governatore Paolo Baffi dalla Procura di Roma di interesse privato in atti d’ufficio e favoreggiamento personale. Il 24 marzo 1979 andò in scena un colpo di mano contro la Banca d’Italia. Al centro c’era la sistemazione dei debiti Caltagirone nei confronti dell’Italcasse più volte sollecitata dall’allora ministro delle finanze Stammati e da Franco Evangelisti sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con Andreotti. Era uno dei periodi più oscuri della Repubblica con l’inquinamento della finanza mafiosa ai massimi vertici dello Stato tanto da poter scatenare una guerra alla Banca d’Italia mentre erano in corso le trattative per l’ingresso dell’Italia nel Sistema Monetario Europeo. Ai vertici politici importava invece della sorte di Sindona e di Calvi e dei capitali che questi custodivano di probabile origine criminale e vollero spazzare via la resistenza ad un salvataggio dei loro istituti con soldi pubblici. Di questo si trattava e la magistratura fornì gli strumenti per condurre la guerra nella più assoluta impunità.
Ecco il problema che torna con Tangentopoli e poi con l’Ilva e che ammorba il buon andamento delle istituzioni ancora oggi. Una magistratura che si pone nella sua intoccabilità al di sopra degli altri poteri costituzionali annulla la politica ovvero la possibilità di scegliere obiettivi, strumenti e scansione temporale. D’altra parte è successo pochi mesi fa che la procura di Milano ha intimato ad alcuni datori di lavoro di adeguare le retribuzioni di gruppi di lavoratori sottopagati appellandosi ad un principio costituzionale? Lo schema è sempre
La condanna a morte dell’Ilva fu pronunciata nel luglio del 2012. Da allora si sono susseguiti vani tentativi di riprendere in mano il controllo dello stabilimento ostacolato da nuovi sequestri e blocchi dell’area a caldo senza curarsi dei danni prodotti agli impianti. La logica era quella di chiudere l’acciaieria e questo volevano il comune, la regione, tante associazioni, gruppi di cittadini e una parte dei partiti politici.
A distanza di 14 anni l’ex Ilva è un cadavere e la proposta di nazionalizzazione nasconde l’intenzione nemmeno tanto nascosta (vedi l’intervista del segretario della Fiom Michele De Palma alla Gazzetta del Mezzogiorno oggi che cita il caso di Alitalia) di ripetere i fasti delle partecipazioni statali quando il salvataggio di aziende fallite era la norma per dare soddisfazione ai sindacati che difendevano i posti di lavoro e che erano ben lieti di nascondere sotto montagne di chiacchiere decenni di cassa integrazione che permettevano lavoro nero ed evasione fiscale. Oggi ci si vorrebbe avviar sulla stessa strada e probabilmente il governo uscente traccheggerà lasciando al prossimo l’onere di una decisione difficile e impopolare. Impopolare perché lo è dire la verità come ha fatto Carlo Mapelli del Politecnico di Milano esperto di siderurgia la pensa in maniera diversa (intervista di oggi su Repubblica):
“Una chiusura dell’ex Ilva mi sembra l’opzione più seria” perché nessuna spesa si giustifica per passare ai forni elettrici visto che ormai l’acciaieria di Taranto è superflua e comunque il punto di arrivo sarebbe una produzione di molto inferiore e con il 30% della mano d’opera. La conclusione è ovvia: ” Un’azienda che non produce utili non solo è inutile, ma può diventare dannosa poichè continua a bruciare risorse pubbliche che andrebbero destinate a settori in grado di generare altra ricchezza”.
Difficile che un governo attui questa decisione. A italiani bisogna rassicurarli facendo credere che andrà tutto bene e che ci sono soldi a volontà per ogni sogno. Maschereranno il nuovo sogno dell’acciaio verde e nessuno si accorgerà che il debito sarà aumentato di qualche decina di miliardi e che gli interessi superare anno i 100 miliardi l’anno. Qualcuno dirà che è colpa dell’Europa
Claudio Lombardi



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