Non si dice pro Pal, ma palestinista
Invito chiunque si occupi dell’argomento – giornalisti, politici, attivisti, cittadini comuni che scrivono sui social – a una precisazione terminologica che non è affatto secondaria. A non usare la definizione di “pro-Pal” (o “pro-Palestina”, “pro-Palestinese”) se non in casi rari e ben identificati. E a usare invece il termine “palestinista”. Non è una questione di lana caprina. È una questione di chiarezza, di onestà intellettuale e di rispetto per la verità.
Oggi, in Italia, praticamente non esiste alcun movimento pro-Pal. Spiego perché.
“Pro-Pal” significa essere per la Palestina. Nel senso di sostenere il diritto del popolo palestinese a uno Stato, all’autodeterminazione, alla pace, alla convivenza con Israele. Significa credere nella soluzione dei due Stati – uno israeliano, uno palestinese – che convivono fianco a fianco in pace e sicurezza. Significa criticare eventuali abusi di Israele (come si critica qualsiasi Stato), ma anche criticare eventuali abusi di Hamas, dell’ANP, delle fazioni palestinesi. Significa essere per la pace, non per la distruzione dell’altro.
Questo – in Italia oggi – non esiste. O quasi. I movimenti che si definiscono “pro-Palestina” non sono affatto per la pace. Non sono per la convivenza. Non sono per i due Stati. Sono contro Israele. Punto. Non criticano singole politiche del governo israeliano – lo farebbe chiunque – ma delegano l’esistenza stessa di Israele. Non chiedono uno Stato palestinese accanto a Israele, ma al posto di Israele. I loro slogan lo dicono chiaramente: “Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera” – che significa, per chi lo canta, la cancellazione di Israele dal Giordano al Mediterraneo. Non lasciano dubbi.
Oggi in Italia esiste il palestinismo. Non il “sostegno alla Palestina”. Il palestinismo è un culto d’odio. È un’ideologia che vuole la fine di Israele. Che demonizza Israele e gli israeliani – non il governo, non questo o quel ministro, ma l’intero paese e l’intero popolo. Che nega il diritto all’autodifesa, che nega il diritto a esistere, che riscrive la storia per farne un “progetto coloniale”. E che vuole, al posto di Israele, uno Stato fondamentalista islamista – esattamente come Hamas ha mostrato di volere a Gaza, e come l’Iran vorrebbe esportare in tutto il Medio Oriente.
Non è la stessa cosa. Non è “pro-Palestina”. È anti-Israele. E dobbiamo chiamarlo con il suo nome.
Usare il termine “pro-Pal” per chi sventola la bandiera di Hamas, per chi giustifica il 7 ottobre, per chi nega la violenza sulle donne israeliane, per chi grida “morte a Israele” – è falso. È un abuso linguistico che confonde le idee, che rende difficile capire chi è chi, che permette ai peggiori antisemiti di nascondersi dietro una presunta “solidarietà” con i palestinesi. Non è solidarietà. È odio travestito da virtù.
Per questo invito a usare “palestinista”. Come si dice “sionista” per chi sostiene il diritto di Israele a esistere, si dica “palestinista” per chi sostiene la cancellazione di Israele. Come si dice “fascista” per chi vuole una dittatura, si dica “palestinista” per chi vuole uno Stato islamista al posto di Israele. È una distinzione chiara, necessaria, onesta.
E non è solo una questione di parole. È una questione di realtà. Se continuiamo a chiamare “pro-Palestina” chi vuole la fine di Israele, finiamo per legittimare l’illeggittimo, normalizzare l’odio, confondere le vittime con i carnefici. E questo – oggi più che mai – non possiamo permettercelo
Roberto Damico (da facebook)


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